Merito e impresa contro tutele ed equità, la Terza Repubblica nasce alle urne da qui

Le elezioni politiche di domenica hanno dato vita a una Terza Repubblica sulle macerie della Seconda. La Lega e il Movimento 5 Stelle ne sono il perno, ma i due non potranno governare insieme.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le elezioni politiche di domenica hanno dato vita a una Terza Repubblica sulle macerie della Seconda. La Lega e il Movimento 5 Stelle ne sono il perno, ma i due non potranno governare insieme.

E’ nata la Terza Repubblica sulle ceneri della Seconda e a 25 anni quasi esatti dalla morte della Prima. Nessuna riforma costituzionale ne ha sancito l’avvio, come nemmeno agli inizi degli anni Novanta era avvenuto. Semplicemente, gli elettori hanno sepolto a colpi di schede i pilastri del sistema politico-istituzionale sinora esistente, facendone emergere di nuovi. E piaccia o meno, questi sono diventati adesso il Movimento 5 Stelle e la Lega. Il primo è una formazione a-ideologica, in sé nemmeno con connotati partitici e semmai incentrata su temi singoli, abbozzati di volta in volta. La seconda, invece, è il partito più longevo d’Italia, nato nel 1987 e che ha superato indenne il crollo della Prima Repubblica con Mani Pulite e della Seconda con il crollo del PD e la fine del berlusconismo. Anzi, possiamo ben dire che essa si sia nutrita del disfacimento dei due ordini preesistenti.

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Sul piano ideologico, la Lega è passata dall’essere una formazione nordista e separatista dell’era bossiana a una nazional-populista sotto la segreteria di Matteo Salvini. Nonostante le forti spesso apparenti divergenze tra pentastellati e leghisti, gli elettori dei due quasi si sovrappongono in molte occasioni, accomunati dalla lotta contro l’Europa dei burocrati, in passato anche contro l’euro e il risentimento verso l’inconcludenza della classe politica nostrana, nonché la voglia di ordine verso il fenomeno immigrazione. Per questo, in molti tra gli analisti temono che Lega e M5S si accordino per fare un governo insieme, dando vita a una maggioranza euro-scettica, potenzialmente in grado di mutare la nostra politica estera degli ultimi decenni a 180 grado. Ma non accadrà e vi spieghiamo perché.

Una decina di anni fa, fu rivolta all’allora leader di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, una domanda sul significato di destra e sinistra ai giorni d’oggi e, in particolare, gli fu chiesto se in futuro queste due denominazioni avrebbero continuato ad esistere. Con la lucidità intellettuale che gli è stata sempre propria, egli rispose: “nella storia ci sarà sempre un polo conservatore e un polo progressista, che potremmo anche chiamare polo A e polo B”. Che cosa intendeva dire? Destra e sinistra sono concetti in evoluzione, dinamici, perché seguono lo sviluppo delle società. Forse, ciò che oggi rappresentano la destra e la sinistra è diverso da quello che rappresentavano in Italia o nel resto dell’Occidente diversi decenni fa, ma esisteranno sempre istanze tra loro contrapposte, che troveranno un’offerta sul mercato elettorale.

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Ieri, è accaduto esattamente questo e lo vedremo in termini più nitidi nei prossimi mesi. Il popolo della sinistra è rimasto orfano di rappresentanza sui valori e i bisogni dell’equità sociale, della rappresentanza degli interessi dei ceti più deboli e sofferenti, dato che la sinistra “tradizionale” si è mostrata del tutto incapace di dare risposte a tali esigenze e spesso persino di percepirle. L’M5S, coniugando al sud il desiderio di protezione sociale con una più vasta e nazionale voglia a-ideologica di cambiamento, di abbattere la “casta” politica, di picconare il sistema, ha colmato quel vuoto e ha dato rappresentanza, pur forse senza nemmeno saperlo, a quel popolo. La Lega, al contrario, indurendo i toni sull’immigrazione, sul bisogno di sicurezza, specie nelle grandi città, sull’esigenza di abbattere tasse e burocrazia per le piccole imprese, nonché di proteggerle da quello che avverte come una globalizzazione scriteriata, ha a sua volta raccolto il testimone da chi nemmeno voleva cederglielo, ovvero il centro-destra più moderato e berlusconiano, un po’ come negli USA è accaduto clamorosamente nel 2016 con la fine dell’era dei Bush e l’ascesa al potere di Donald Trump.

L’Italia di Salvini e quella di Luigi Di Maio non sono affatto diverse, ma non sembrano destinate a incontrarsi al governo e non perché le loro istanze originarie siano inconciliabili, quanto perché i due leader d’ora in avanti dovranno rappresentare l’una l’alternativa all’altro: la Lega sarà il nuovo perno di un centro-destra dal linguaggio più ruspante, ma erede di quelle istanze di meritocrazia, di rappresentanza del mondo delle partite IVA, di voglia di ordine che il ventennio berlusconiano era riuscito a interpretare bene, mentre il Movimento 5 Stelle dovrà dare voce a chi guarda ad esso da altre prospettive, ovvero nel segno dell’equità, delle tutele in favore dei più deboli, della rappresentanza dei territori più depressi d’Italia. Su quest’ultimo punto, la Lega non potrà permettersi di arrestare la sua sfida di allargamento del consenso al sud, già parzialmente riuscita ieri. Il suo successo elettorale lo si deve proprio alla sua natura ormai nazionale e in grado di captare gli umori dei pescatori siciliani o degli agricoltori pugliesi, similmente a quelli serpeggianti nelle valli bergamasche o sulle Dolomiti.

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E questa è già una buona notizia per Bruxelles, che teme, invece, che la maggioranza teorica in favore di una “Italexit” si trasformi in una minaccia concreta per la permanenza del nostro Paese nell’Eurozona e per la pacifica convivenza nella stessa UE. I due nuovi poli A e B non potranno spingersi a tanto, perché d’ora in avanti dovranno provare, ciascuno per la propria parte, di consolidare ed egemonizzare il consenso, spostandosi al centro, ovvero rendendo conciliabili le istanze “grezze” raccolte ieri con l’esigenza di trasformarle in patrimonio di consensi stabile nel tempo. Salvini, per intenderci, ora dovrà ragionare da leader della coalizione come il nuovo Berlusconi della Terza Repubblica e Di Maio, dal canto suo, gli dovrà creare un’alternativa politico-culturale sulla sponda opposta, forse nemmeno potendolo dichiarare per la natura apartitica che ad oggi possiede il movimento.

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Entrambi dovranno prestare parecchia attenzione ad evitare che questo loro spostamento al centro si traduca in un risucchio dei rispettivi partiti nell’establishment che vogliono combattere, finendo per fare la fine di quel Matteo Renzi, che da rottamatore è finito per auto-rottamarsi nel giro di nemmeno un lustro, assurgendo nell’immaginario collettivo a quel potere arrogante, distante e persino “marcio”, che entrando a Palazzo Chigi nel febbraio di appena 4 anni prometteva di distruggere. Per questo, la prospettiva di un governo stabile da qui a breve non sembra molto realistica, proprio perché né Salvini e né Di Maio possono permettersi di sciupare l’enorme consenso appena acquisito, investendo tutto in una operazione che avesse un respiro corto. E poiché per andare oggi al governo dovrebbero allearsi con quelle forze che intendono rottamare in loro favore, difficile che trovino il tacchino pronto ad augurarsi che arrivi presto il Natale. E la fretta invocata alla fine del 2011 non dovrà essere utilizzata da nessuno a pretesto per creare equilibri precari. Meglio prendersi qualche mese in più, ma finalmente ponendo le basi per l’istituzione di un assetto stabile di lungo termine, anziché pasticciare e gettare le basi per un nuovo caos a breve. La Germania insegna che quando si tratta di decidere sul futuro, le valutazioni a freddo e con calma valgono oro.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica, Politica italiana

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