Mercato del petrolio alla prova del nuovo segretario di Stato USA, ecco il possibile impatto

La sostituzione dell'ex segretario di Stato USA, Rex Tillerson, con Mike Pompeo da parte del presidente Donald Trump potrebbe avere contraccolpi sul petrolio. Vediamo quali e come ha reagito il mercato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La sostituzione dell'ex segretario di Stato USA, Rex Tillerson, con Mike Pompeo da parte del presidente Donald Trump potrebbe avere contraccolpi sul petrolio. Vediamo quali e come ha reagito il mercato.

E’ Mike Pompeo, classe 1963 e di origini italiane (bisnonna di Pescara), il nuovo segretario di Stato USA. Prende il posto di Rex Tillerson, licenziato dal presidente Donald Trump su Twitter l’altro ieri. E’ così che l’ex boss di Exxon ha appreso della propria sostituzione, anche se la notizia non è stata esattamente un fulmine a ciel sereno, circolando da mesi. Ufficialmente, ad avere indotto la Casa Bianca ad allontanare dall’amministrazione il suo volto all’estero sono stati dissidi sul dossier Iran. Diversi malignano, tuttavia, che non sarebbe stata causale la cacciata a poche ore dalle critiche molto dure espresse da Tillerson alla Russia di Vladimir Putin, accusata da Londra di avere avvelenato sul suolo britannico un ex spia del Kgb e la figlia. Entrambi lottano contro la morte e la tensione diplomatica tra il governo May e il Cremlino è salita alle stelle, con il primo ad avere espulso ieri 23 funzionari russi.

Comunque sia, resta un dato di fatto che l’ex segretario di Stato sia stato sostituito da un esponente ben più critico verso Teheran e che vorrebbe imporre al Venezuela sanzioni più dure per le sue violazioni ripetute dei diritti umani. In pratica, Tillerson sarebbe stato cacciato per la sua linea morbida tenuta verso due dei principali nemici degli USA. Se questo fosse vero, ci dovremmo aspettare con Pompeo un rinvigorimento dello scontro con l’Iran. A rischio vi sarebbe l’accordo sul nucleare, che dal gennaio 2016 ha sospeso le sanzioni americane, le quali imponevano l’embargo contro le esportazioni di Teheran, petrolio incluso. La rinuncia alle sanzioni va confermata dal Congresso periodicamente e la prossima scadenza è per il 12 maggio, quando diventa più probabile, per quanto non scontato, che la maggioranza repubblicana sia persuasa da Trump a ripristinare l’embargo.

L’Iran, a quel punto, non sarebbe più in grado teoricamente di potenziare la propria capacità estrattiva, attesa in crescita di 330.000 barili al giorno al 2023 dall’Agenzia energetica internazionale. Poca roba, perché il vero problema sarebbe il possibile ritorno alla fase pre-embargo, quando le esportazioni di petrolio risultavano più basse di circa 1 milione di barili al giorno di quelle odierne. A beneficiare della nomina di Pompeo sul piano geopolitico sarebbe l’Arabia Saudita, acerrima nemica di Teheran e che punta proprio a quotazioni di petrolio più elevate per varare l’IPO della sua compagnia statale Aramco, di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi essere oggetto di un probabile rinvio.

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Cosa cambierebbe con Pompeo

Lo stesso Venezuela dovrebbe preoccuparsi. Se Tillerson è stato visto come una provocazione da Caracas, essendo stato da capo di Exxon un avversario del governo “chavista” in una lunga disputa legale su un caso di esproprio, egli ha rappresentato a Washington nell’ultimo anno quell’ala moderata contraria a sanzioni troppo dure contro il paese andino. Sanzioni, va bene precisarlo, che arriverebbero a contemplare il blocco delle importazioni negli USA, pari ormai a quasi la metà di quelle totali. Sarebbe il collasso definitivo per un’economia già stremata dal crollo della produzione, dall’iperinflazione e dalla carenza diffusa di beni.

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Quale impatto avrebbe l’avvicendamento tra Tillerson e Pompeo sul mercato del petrolio? Stando a quanto detto, positivo, ovvero di stimolo alle quotazioni internazionali. Però, sia il Brent che il Wti hanno ripiegato dalla nomina dell’ex capo della CIA a nuovo segretario di Stato, scendendo rispettivamente sotto i 65 e i 61 dollari al barile al tardo pomeriggio di ieri, segno che il mercato non starebbe comprando (ancora) la narrazione di cui sopra. Viceversa, i mercati azionari hanno ripiegato, con Tokyo a chiudere ieri mattina a quasi -1%, temendo che l’avvicendamento tra i due possa avviare una fase più turbolenta nelle relazioni commerciali internazionali, con l’amministrazione Trump a propendere per soluzioni unilaterali e protezionistiche. Si considerino anche le dimissioni di Gary Cohn da consigliere economico della Casa Bianca, in polemica sui dazi. In effetti, se davvero Pompeo fosse stato scelto per portare avanti un’agenda più virulenta contro Teheran e Caracas, dovremmo attenderci un ripiegamento delle esportazioni petrolifere dell’una e il tracollo della produzione dell’altra. L’offerta sul mercato mondiale si ridurrebbe e le quotazioni salirebbero, almeno fino a quando non si registrasse un aumento delle estrazioni altrove, ovvero verosimilmente negli USA, in Arabia Saudita e Russia.

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Il fatto che le quotazioni non si siano surriscaldate segnalerebbe, invece, che gli investitori nutrirebbero diversi dubbi sulla capacità di Trump di centrare l’obiettivo di isolare geopoliticamente l’Iran, date le contrapposizioni di queste settimane con le altre principali potenze mondiali (Cina ed Europa, in primis) sull’imposizione di dazi su acciaio, alluminio e prima ancora su pannelli solari e lavatrici. Gli USA poco potrebbero, insomma, per stracciare l’accordo sul nucleare, firmato anche da Europa, Russia e Cina, le quali non inseguirebbero Washington. Certo, è pur vero che società come la francese Total, che negli ultimi tempi hanno incrementato il loro volume di affari proprio in Iran, stringendo accordi commerciali per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, avrebbero più di un problema a continuare ad esporsi sotto la minaccia di sanzioni USA. Al loro posto, però, vi sarebbero altre multinazionali incuranti delle conseguenze, come quelle russe, già oggi oggetto di sanzioni americane, per cui non avrebbero null’altro da temere.

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Aldilà di questo, è probabile che il mercato stia scontando scenari contrapposti. Una “guerra” del petrolio tra sauditi e iraniani, con i primi sostenuti dall’amministrazione Trump, avrebbe come conseguenza un aumento e non una riduzione del petrolio offerto. Riad potrebbe iniziare gradualmente ad alzare la produzione, specie dopo la cessazione dell’accordo OPEC, valido sino a tutto il 2018, al fine di recuperare le quote di mercato perdute in favore di avversari come Teheran. E un balzo drastico e stabile delle quotazioni appare improbabile per il fatto che le compagnie americane ne approfitterebbero per incrementare le loro estrazioni, già salite al record di 10,3 milioni di barili al giorno. Con un greggio sui 70 dollari e oltre, estrarrebbero persino più di oggi, vanificando i recuperi dei prezzi e sottraendo ai competitor ulteriori quote di mercato, specie in Asia. Per questo, il licenziamento di Tillerson, ribattezzato “Rexit” dalla stampa americana, ad oggi non ha avuto alcun impatto. I mercati si regoleranno a vista, troppo confuso lo scenario per dedurne una direzione certa.

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Argomenti: Economia USA, Petrolio, Presidenza Trump, quotazioni petrolio