Mercato del lavoro e pil in Italia lanciano segnali incoraggianti sull’economia, adesso vanno colti

Tasso di disoccupazione in calo al 10,2% in Italia a marzo e il pil nel primo trimestre torna a crescere dello 0,2%, battendo le attese. Adesso, più che litigare il governo "giallo-verde" deve approfittare dei dati macro più positivi.

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Tasso di disoccupazione in calo al 10,2% in Italia a marzo e il pil nel primo trimestre torna a crescere dello 0,2%, battendo le attese. Adesso, più che litigare il governo

Una giornata importante oggi sul piano della pubblicazione dei dati macroeconomici in Italia e per il resto dell’Eurozona e della UE. Alle ore 10.00, l’Istat ci informava che a marzo il tasso di disoccupazione è sceso al 10,2% dal 10,5% di febbraio, ai minimi dall’agosto scorso. Le persone in cerca di lavoro sono diminuite di 96.000 unità in un mese e di 208.000 in un anno, portandosi a 2.641.

000. Altro aspetto importante: è salita l’occupazione al 58,9%. Il numero degli occupati è aumentato di 60.000 unità in un mese e di 114.000 in un anno, arrivando a 23.291.000. L’incremento annuo ha riguardato per 65.000 unità i contratti a termine e per 51.000 gli indipendenti. In calo anche la disoccupazione giovanile al 30,2%, ai minimi da ottobre 2011.

E a mezzogiorno, anche il dato sul pil nel primo trimestre ha consolidato il buon umore: +0,2% rispetto al trimestre precedente e +0,1% su base annua. Le attese erano rispettivamente per il +0,1% e -0,1%. Dunque, l’Italia è uscita dalla recessione tecnica in cui era caduta nella seconda metà dello scorso anno, quando per due trimestri consecutivi aveva registrato una variazione congiunturale negativa dello 0,1%. L’istituto di statistica ha precisato che il ritorno alla crescita è stato dovuto alle esportazioni, mentre la domanda interna aggregata ha esitato un contributo negativo.

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Contesto internazionale più favorevole

Anche l’Eurozona nel suo complesso è andata meglio delle attese, segnando una crescita trimestrale dello 0,4% (da +0,2%) e annuale dell’1,2%. E la UE ha fatto ancora meglio con un +0,5% (da +0,3%) e +1,5% rispettivamente. Ne consegue che l’Italia resti indietro, crescendo poco quando le altre economie europee accelerano il passo e indietreggiando quando esse rallentano o si fermano. La nostra economia, poi, continua a dipendere dalla congiuntura internazionale, ossia dalla domanda estera di beni e servizi Made in Italy.

Su quest’ultimo aspetto, potremmo beneficiare già a partire dal trimestre in corso di un miglioramento del contesto globale, con la Cina a segnalare qualche timida reazione agli stimoli fiscali di Pechino, mentre l’America continua a crescere a ritmi superiori alle attese (+3,2% nel primo trimestre) e la guerra commerciale tra le prime due potenze mondiali sarebbe scongiurata, almeno stando alle dichiarazioni in arrivo dalla Casa Bianca, con il presidente Donald Trump a profetizzare il raggiungimento di un accordo da qui a breve.

Resta il peso di una Brexit potenzialmente “hard”, nel caso di mancato accordo tra Londra e Bruxelles entro ottobre, la nuova “deadline” fissata dalle parti per l’uscita del Regno Unito dalla UE.

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Serve il sostegno alla domanda interna

Tuttavia, dipendere solo dalla domanda estera non è confortante. Serve rinvigorire le componenti domestiche per irrobustire la crescita. Escludendo un contributo positivo della spesa pubblica per assenza di margini di manovra fiscale, restano consumi e investimenti. Qualcosa dovrebbe fare già in queste settimane l’arrivo del reddito di cittadinanza per le famiglie meno abbienti, così come quota 100 sulle pensioni potrebbe creare qualche opportunità lavorativa in più per i più giovani, liberando posti occupati ad oggi da over 60. Basta? Non di certo.

Se il governo Conte perdesse meno tempo a polemizzare al suo interno e contro il resto della galassia e si concentrasse su 1-2 misure immediatamente esecutive per sostenere la timida ripresa economica, già avrebbe fatto la sua parte. Sbloccare i cantieri pubblici e sburocratizzare la vita alle imprese sarebbero a costo zero per i conti pubblici, ma accelererebbero il tasso di crescita del pil. E se il dibattito sulla “flat tax” fosse trasformato da astratto a praticabile entro pochi mesi, pur con tutta la gradualità necessaria per rendere il taglio delle tasse compatibile con conti pubblici ordinati, le cassandre verrebbero finalmente smentite.

L’unica via esistente oggi in Italia per crescere oltre gli zero virgola è quella dell’abbattimento del carico fiscale sulle imprese e sulle famiglie. Meno IRES, IRPEF, evitare come la peste l’aumento dell’IVA, questi i prossimi passi obbligati per un governo che volesse sostenere l’economia italiana aldilà delle chiacchiere. Per farlo, bisogna colpire la spesa pubblica più improduttiva e allargare il più possibile la base imponibile.

Suggerimento: se cambiasse il clima e il governo fosse percepito più “business friendly”, i mercati lo premierebbero con rendimenti minori sui BTp, dando sollievo ai conti pubblici. E così, salterebbe fuori qualche spicciolo per fare quadrare i conti e finanziare provvedimenti realmente incisivi sul potenziale di crescita a medio-lungo termine.

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