Mercati sereni fino al 23 marzo sull’Italia, sorvegliata speciale dopo le elezioni

Mercati in recupero dopo le poche perdite di ieri, sembrano avere digerito bene il voto italiano. Eppure, il 23 marzo potrebbero cambiare umore.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Mercati in recupero dopo le poche perdite di ieri, sembrano avere digerito bene il voto italiano. Eppure, il 23 marzo potrebbero cambiare umore.

Se già ieri i mercati finanziari segnalavano di avere digerito in fretta e bene il boccone amaro della netta affermazione delle formazioni euro-scettiche alle elezioni politiche in Italia, oggi la conferma. Piazza Affari guadagna nel primo pomeriggio l’1,75%, avendo perso ieri appena lo 0,6%. E i rendimenti decennali dei BTp sono saliti poco sopra il 2% (2,02%) dall’1,99% di venerdì scorso, mentre lo spread BTp-Bund risulta sceso a 132 punti base dai 136 di ieri e sotto persino i livelli di venerdì. Considerando che il cambio euro-dollaro guadagna lo 0,6%, risalendo sopra quota 1,24, nessuna turbolenza sull’Italia, contrariamente a quanto ci saremmo aspettati prima del voto, se teniamo conto che il Movimento 5 Stelle ha preso un terzo dei voti e che il centro-destra non è arrivato a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, trainato oltre tutto dalla Lega, che ha scavalcato Forza Italia. E il PD è letteralmente imploso, privando dal canto suo le larghe intese pro-Europa anche solo di una possibilità.

La reazione calma dei mercati allo shock elettorale italiano

Da cosa dipenda questa serenità abbiamo già scritto ieri. In parte, il fatto che nessuna maggioranza sarebbe possibile senza alleanze sta rasserenando gli umori tra gli investitori, che non temono, quindi, governi euro-scettici, non del tutto almeno. E Matteo Salvini ha promesso ieri che non intende appoggiare alcun governo grillino, restando fedele e a capo dell’alleanza di centro-destra.

La partita delle presidenze

Tuttavia, l’Italia resta una sorvegliata speciale sui mercati, scrutata in ogni movimento che possa segnalare la formazione di questo o quel governo. E una data fatidica per cercare di comprendere la china che prenderà la legislatura sarà il 23 marzo. Quel giorno, le due Camere si riuniscono per eleggere le rispettive presidenze. Sarà l’occasione per verificare quali alleanze si stiano formando. In gioco, ci sono la seconda e la terza carica dello stato. Ieri, il segretario del PD, Matteo Renzi, ha svelato che pezzi del suo partito, l’area che fa capo a Dario Franceschini, avrebbe già avviato trattative con il Movimento 5 Stelle per ottenere almeno la presidenza della Camera. In cambio di cosa? Evidente, del sostegno del PD al governo. Peccato che proprio Renzi si stia mettendo di traverso per bloccare l’operazione, un fatto che crea incertezze su quanto accadrà tra più di due settimane.

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D’altra parte, si vocifera che Roberto Calderoli avrebbe ottime probabilità di diventare presidente del Senato, magari su proposta proprio dei grillini, che in questo modo spererebbero di incassare un atteggiamento morbido della Lega verso un loro possibile governo. Anche per questo, Silvio Berlusconi si sta tenendo ben stretto Matteo Salvini e ipotizza che lo stesso Calderoli venga indicato dal centro-destra, in modo da anticipare l’M5S ed evitare un flirt con la Lega. Resta da vedere cosa abbia davvero in mente Salvini. Se dovesse perdere le speranze di diventare premier per insufficienza di numeri, egli potrebbe ambire a spuntarla alle prossime elezioni, assistendo passivamente alla nascita di un governo PD-M5S, che evidentemente sarebbe destinato, nella sua visione, a rivelarsi impopolare, regalandogli la vittoria alle elezioni successive e nemmeno lontane.

Berlusconi preoccupato si tiene stretto Salvini

Tuttavia, la strategia di Salvini spaventa Berlusconi, il quale teme che un governo grillino possa nuocere agli interessi delle sue aziende. Ieri, Mediaset e Mondadori hanno chiuso in profondo rosso, ad esempio. E allora, che fare? Da una parte, Forza Italia starebbe convincendo gli alleati, nel caso estremo in cui fosse impossibile ottenere dal PD il via libera a un Salvini premier, di ripiegare per un nome più conciliante, concedendogli la leadership della coalizione e qualsivoglia ministero, compreso quello degli Esteri. Questo scenario passerebbe per la presidenza al PD in una delle due Camere, verosimilmente quella dei Deputati. Già, ma con chi trattare? Se Renzi non avallasse davvero alcun accordo, bisognerebbe fare pressing su Franceschini, dando per scontato che l’ala sinistra del PD non si alleerebbe mai con il centro-destra.

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Attenzione, però, perché l’elezione dei presidenti avviene a scrutinio segreto e potremmo vederne di belle con i franchi tiratori. Renzi, già sospettato di essere stato a capo dei famosi 105 che impallinarono Romano Prodi alla votazione per il Quirinale nel 2013, potrebbe ripetere l’operazione, facendo saltare l’intesa tra un pezzo del suo partito e il centro-destra, avvicinando così l’M5S al governo, qualora lo stesso pezzo del PD ripiegasse successivamente per tentare un’intesa con i grillini, sempre numeri permettendo. E nel caso in cui i giochi sembrassero fatti tra centro-destra e parte del PD, l’M5S potrebbe contrapporre un altro nome del partito di Renzi, in modo da dividerlo e fare saltare tutto. Lo stesso dicasi per il Senato.

Poiché tutti gli schieramenti terranno per settimane le carte coperte e non sveleranno le loro vere intenzioni, il 23 marzo sarà la prima concreta occasione per collaudare in che modo si avvierà la Terza Repubblica. I mercati saranno forse in fibrillazione con l’avvicinarsi dell’appuntamento, scontando tensioni interne e tra i partiti, nonché la confusione che rischia di emergere. Una direzione precisa sarà presa solo con l’incarico o il pre-incarico che il capo dello stato affiderà a uno tra Luigi Di Maio, Matteo Salvini o terze figure. E già sappiamo che Renzi non salirà al Colle per guidare la delegazione del PD alle consultazioni, preferendo andare “a sciare”. Il segno palese di una ostentata presa di distanza dalla fase “tecnica” della formazione del governo, che aggiungerebbe caos a caos. Il ricordo del 2013 è nitido. E pensare che allora il PD godeva almeno di una netta maggioranza alla Camera e di numeri soldi anche al Senato. Oggi, rischia di alimentare tensioni con poco più di una cinquantina di senatori e 112 senatori.

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