Torna la Trumpflation, ecco perché i mercati la riesumano

Il taglio delle tasse annunciato da Trump movimenta i mercati finanziari questa settimana. Ecco in quale direzione.

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Il taglio delle tasse annunciato da Trump movimenta i mercati finanziari questa settimana. Ecco in quale direzione.

La settimana che si sta per concludere sui mercati finanziari ha visto il ritorno della cosiddetta “Trumpflation”, l’attesa per un’accelerazione del rialzo dei prezzi presso l’economia americana, in scia alla presentazione della riforma fiscale del presidente USA, Donald Trump, impostata sul taglio delle tasse a famiglie e imprese.

Il surriscaldamento delle aspettative d’inflazione ha spinto gli investitori a credere a una stretta monetaria della Federal Reserve dai ritmi più serrati, com’era accaduto dal giorno della vittoria del tycoon alle elezioni presidenziali americane e fino al suo insediamento alla Casa Bianca. Successivamente, vuoi perché ci si era spinti oltre, vuoi anche per il brusco scontro tra promesse elettorali e realtà, il trading è tornato a “normalizzarsi”, con il dollaro sceso contro le altre valute mediamente ai livelli più bassi dalla fine del 2014.

Questa settimana non segna ancora una svolta, ma forse una possibile inversione di tendenza. Il cambio euro-dollaro ha perso l’1,4%, scendendo sotto 1,18, segnalando un cedimento leggermente più alto di quello delle altre divise contro il biglietto verde, pari all’1,1%. Nel frattempo, scontando tassi più alti di quanto precedentemente stimato, sono saliti un po’ anche i rendimenti decennali dei Treasuries, che alla chiusura di ieri si attestavano al 2,31% contro il 2,25% di venerdì scorso. Al contrario, Wall Street ha consolidato i guadagni, sostanzialmente confermandosi sui massimi, registrando l’indice S&P 500 un +0,3% in 4 sedute e il Dow Jones quasi a restare invariato (+0,1%).

Nonostante le quotazioni del petrolio siano salite di un altro 1%, portandosi ai 57,38 dollari attuali, il livello più alto da 26 mesi a questa parte, il prezzo dell’oro non solo non ha seguito al rialzo, ma ha ceduto quasi una decina di dollari l’oncia, perdendo lo 0,7% e arretrando in area 1.288 dollari. Sarebbe anch’esso il segno che il mercato si aspetta tassi d’interesse più alti negli USA, che rafforzando prevedibilmente il dollaro, colpirebbero le quotazioni delle materie prime, che si acquistano nella divisa americana. (Leggi anche: Trumpflation, cos’è e perché i mercati iniziano a crederci di meno?)

 

 

 

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