Volatilità mercati ai minimi storici: ma se fosse paralisi e non ottimismo?

Volatilità mai così bassa da 90 anni in borsa, ma forse non è ottimismo, bensì paralisi tra gli investitori. Sui mercati è alto il rischio crac.

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Volatilità mai così bassa da 90 anni in borsa, ma forse non è ottimismo, bensì paralisi tra gli investitori. Sui mercati è alto il rischio crac.

Lunedì 7 agosto, l’indice Dow Jones ha chiuso in lieve rialzo, segnando il nuovo record storico a 22.118 punti e guadagnando quasi il 20% su base annua e il 12% in questi poco più di sette mesi del 2017. Il dato statisticamente più rilevante, però, non è stato questo, quanto il fatto che per la 13-esima seduta consecutiva a Wall Street si siano registrate variazioni giornaliere inferiori allo 0,3%.

Un record dal 1927 e che ha superato le due precedenti serie da 10 sedute a Londra nel gennaio del 1966 e nel 1961. E che dire dell’S&P 500, che da ben 73 sedute non registra variazioni giornaliere superiori all’1%? Qui, il precedente record è recente, risalendo al periodo compreso tra il novembre 2006 e il marzo 2007 e consta di 80 sedute con perdite e/o rialzi inferiori all’1%, ma le date non lasciano granché tranquilli, perché sappiamo tutti cosa accadde a Wall Street poco tempo dopo.

Chiediamoci, anzitutto, se la volatilità sui mercati finanziari sia un fatto positivo o negativo. Per rispondere a questa domanda, dobbiamo riflettere sul modo in cui i traders cercano di fare profitti, ovvero sfruttando le oscillazioni dei prezzi. Ora, più questi fluttuano, maggiori saranno i guadagni potenziali, chiaramente ai danni di altri traders. Il mercato funziona così: uno ci guadagna e uno ci perde. Se la volatilità si riduce, diminuiscono anche i profitti e le perdite in capo agli uni e agli altri. In sostanza, è come se il mercato tendesse a livellare tutti gli attori che partecipano alla compravendita di assets. In sé, non si tratta di un fatto né negativo, né positivo. (Leggi anche: Bolla assets preoccupa Zulauf: mercati mai così distorti)

Aspettative sui mercati sempre più omogenee

La domanda semmai diventa un’altra: perché le variazioni quotidiane dei titoli azionari sono diventate così minime e da lungo tempo? In teoria, perché tutti sul mercato starebbe dalla stessa parte, nel senso che le aspettative sui prezzi tenderebbero a uniformarsi senza rilevanti scostamenti di medio termine. Esempio: se tutti prevediamo che un titolo X salirà di prezzo, nessuno di noi lo venderà.

Qualcuno lo farà solo sfruttando eventuali variazioni minime intraday, ma nulla di più.

Attenzione, però, perché quando tutti su una barca stanno sullo stesso lato, rischiano di cadere in acqua per il ribaltamento del natante. E il timore è che qualcosa di simile possa accadere anche tra le borse mondiali, di cui Wall Street è leader incontrastata, scandendone i ritmi. Come mai sui mercati azionari si tende solo ad acquistare? Tali valutazioni rispecchiano l’andamento delle economie reali?

Investitori paralizzati?

Che USA ed Europa siano in ripresa non vi è dubbio. Che da qui al medio termine non s’intravedono segnali di deciso rallentamento sembra anche accettabile, ma che tutto questo sia compatibile con i record di volta in volta segnati a Wall Street o presso le capitali finanziarie europee (vedi Francoforte e Londra) suscita diversi interrogativi.

Poche settimane fa, Brian Reynolds della canadese Canaccord Genuity ha invitato il mercato a non esaltarsi dinnanzi a tale infima volatilità degli ultimi tempi, sostenendo che non rifletterebbe alcun compiacimento degli investitori, quanto un loro stato di “panico”. In altre parole, secondo l’analista nessuno sui mercati saprebbe davvero cosa fare. E’ come se ci si fosse immobilizzati dalla paura e costretti a proseguire giorno per giorno, evitando scatti in avanti, in attesa che un evento rilevante faccia propendere il mercato dall’una o dall’altra parte.

Banche centrali responsabili della scarsa volatilità

La vita dei traders sarebbe tutt’altro che facile in questa fase sul piano operativo, in quanto trascorrerebbero le giornate in attesa che accada qualcosa per indurli a comprare o vendere. In assenza di tali segnali, non possono che proseguire nello sfruttare le minime oscillazioni dei titoli, avanzando pian piano.

Dalla Federal Reserve sono arrivati di recente commenti preoccupati alla scarsa volatilità sui mercati, segno che ai piani alti della finanza ci si pone il problema di dove stiamo andando. Ma passiamo adesso all’ennesima domanda: cosa alimenta aspettative omogenee tra i traders? La risposta non dovrebbe essere difficile nemmeno in questo caso: le banche centrali!

C’è un detto a Wall Street, forse l’unico che gli investitori prendano sul serio: “Don’t fight the Fed”, ovvero “Non sfidare la Fed”.

A differenza del singolo investitore, una banca centrale avrebbe risorse tendenzialmente illimitate – senz’altro gigantesche – da impiegare per far tendere il mercato verso la direzione desiderata. In altre parole, oggi come oggi possiamo anche non essere convinti che lo stato di salute dell’economia americana (lo stesso vale per l’Eurozona e il Giappone, ad esempio) sia tale da giustificare le elevate quotazioni azionarie, ma non avrebbe senso scommettere al ribasso, perché sappiamo che le banche centrali sostengono i corsi con rispettive politiche di accomodamento monetario senza precedenti, addirittura, con acquisti diretti di assets, come ancora in gran parte d’Europa e in Giappone, liberando liquidità da impiegare sui mercati. (Leggi anche: Bolla finanziaria minaccia pianeta, Giappone fonte di maggiore pericolo)

Dunque, non sarebbe compiacimento, bensì paralisi. Ha forse ragione Reynolds; il mercato sembra immobilizzato per paura di sbagliare. Tutti sanno che i prezzi siano alti e nessuno vorrebbe in cuor suo continuare a comprare, ma poiché non sarebbe saggio nemmeno vendere (non si osi sfidare la Fed), dovendo pure trascorrere le sedute in un qualche modo, ci si limita a fare qualche acquisto qua e là, in attesa che le banche centrali segnalino un cambio di passo. E come in una sorta di cane che si morde la coda, i governatori a loro volta sanno che l’equilibrio sui mercati sia così precario e che anche una loro sola parola in più o in meno potrebbe scatenare l’inferno. Per questo, preferiscono calciare il barattolo, onde evitare di passare alla storia quali i responsabili di una nuova crisi finanziaria in stile 1929, scenario sempre meno irreale con il passare dei mesi.

 

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