Mercati troppo ottimisti sul Brasile? Presto potrebbero ricredersi

Riforma delle pensioni più lontana in Brasile, dove con l'avvicinarsi delle elezioni il Congresso prende le distanze dalle misure più impopolari. Così si mette a rischio la ripresa economica.

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Riforma delle pensioni più lontana in Brasile, dove con l'avvicinarsi delle elezioni il Congresso prende le distanze dalle misure più impopolari. Così si mette a rischio la ripresa economica.

La crisi economica in Brasile sembra alle spalle e pur con difficoltà, il paese sta uscendo da una recessione di due anni, seppure con tassi di crescita ancora relativamente bassi e attesi per il 2018 dal governo sopra il 2%. L’ottimismo sui mercati finanziari, però, prosegue, tanto che la Borsa di San Paolo ha guadagnato quest’anno circa il 18,5% e il cambio tra real e dollaro si è apprezzato di un ulteriore 1,7%.

Tra rally azionario ed effetto cambio, quindi, un investitore stranieri porterebbe oggi a casa un guadagno del 20% in appena 8 mesi, pari a un rendimento annualizzato di oltre il 30%. E’ evidente quanto forte sia anche la fiducia degli investitori per il corso riformatore della presidenza Temer, insediatasi 15 mesi sull’impeachment ai danni di Dilma Rousseff, detestata dal mercato per le sue politiche contrarie al business.

Passi in avanti nella governance dell’economia ne sono stati compiuti, ma è probabile che non ve ne saranno; almeno non da qui a un anno e mezzo. Ieri, la stessa maggioranza al Congresso ha informato il governo sul rinvio del voto riguardante la riforma delle pensioni a “non prima della seconda metà di settembre”. Nello stesso tempo, un sondaggio realizzato da Arko Advice su deputati e senatori di ben 25 partiti differenti ha trovato che l’83% di loro ritiene che di riforma delle pensioni non si parlerà quest’anno. (Leggi anche: Lula si ricandida e attacca riforma pensioni)

Riforme rinviate a prossima legislatura?

Troppo vicine sono le elezioni, che si terranno nell’ottobre dell’anno prossimo. Se non si conoscono ancora i nomi dei candidati alla presidenza – l’uscente Michel Temer non si ricandiderà e a sinistra potrebbe ripresentarsi Lula, anche se tutto dipenderà dalla conferma o meno in appello della sentenza di condanna per corruzione – i membri del Congresso sono consapevoli che per essere rieletti dovranno affossare ogni misura impopolare, anche al costo di vanificare gli sforzi della presidenza per riportare la fiducia dei mercati.

Le pensioni assorbono il 40% della spesa pubblica federale in Brasile, che spende ogni anno oltre l’11% del suo pil per la previdenza, nonostante una popolazione relativamente giovane.

Slittando il voto ai prossimi mesi, è molto improbabile che il Congresso voterà per misure di austerità a ridosso delle elezioni, per cui nel caso migliore torneremo a parlare di riforma tra un anno e mezzo, quando si sarà insediato il prossimo presidente, a cui verrà passata la patata bollente. Sempre che a vincere non sia un esponente della sinistra, schieramento fortemente contrario ad alzare l’età pensionabile e/o ad abbassare i benefici previdenziali. (Leggi anche: Brasile riforme e austerità in stand-by)

Necessaria riforma pensioni

Eppure, quella delle pensioni appare una riforma necessaria. Governo e maggioranza hanno approvato nei mesi scorsi l’inserimento in Costituzione di un tetto ventennale alla crescita della spesa pubblica. Senza il capitolo pensioni, però, i propositi dell’esecutivo sarebbero annullati e anziché diminuire, le uscite dello stato rischierebbero di esplodere nei prossimi anni. Si pensi che poche settimane fa, lo stesso governo ha ammorbidito i target fiscali per gli anni a venire, alimentando dubbi sulla reale stretta sui conti pubblici.

Il fattore fiducia in Brasile è tutto. Senza di essa, risalirebbero i rendimenti sovrani, che quest’anno sono scesi al 10% per la scadenza decennale e all’8,25% su quella a 2 anni, segnando cali rispettivamente di 140 e 270 punti base. Poiché il costo di rifinanziamento del debito pubblico brasiliano incide fino al 9% del pil, un’eventuale inversione di tendenza sui mercati aggraverebbe lo stato delle finanze statali, quando per quest’anno il governo si è posto l’obiettivo di contenere il deficit al 2,5% del pil da quasi il 9% del 2016. E la banca centrale non sarebbe più in grado di proseguire l’allentamento della politica monetaria, nel caso in cui il cambio cedesse, sebbene la discesa dell’inflazione sotto il target (2,7% a luglio) renda per il momento quasi certo nuovi tagli dei tassi. (Leggi anche: Brasile, ora si guarda all’agenda riforme)

 

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