Mercati in allarme, ecco i 3 segnali inviati per paura dell’economia mondiale

I mercati lanciano segnali di allarme sulle condizioni dell'economia mondiale e sono, in particolare, 3 quelli che dovrebbero indurci a riflettere. Vediamo quali e perché si sostengono a vicenda.

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I mercati lanciano segnali di allarme sulle condizioni dell'economia mondiale e sono, in particolare, 3 quelli che dovrebbero indurci a riflettere. Vediamo quali e perché si sostengono a vicenda.

L’economia mondiale non starebbe bene e si stanno moltiplicando i segnali sui mercati finanziari in tal senso. Negli ultimi tempi, stiamo abituandoci sempre più al concetto di rendimento negativo, un fenomeno che sta riguardando obbligazioni per il controvalore record di 15.000 miliardi di dollari in tutto il pianeta, anche se perlopiù concentrato in Europa e Giappone. Dall’inizio dell’anno, ad occhio e croce sarebbero circa 8.500 miliardi i bond a rendere sottozero in più di prima.

La curva dei Bund è scesa interamente sottozero, così come quella di Danimarca e Svizzera, con il decennale tedesco ormai al -0,60%.

Curva dei tassi in Germania tutta sottozero, evento storico e notizia positiva per BTp

Tutto questo è anomalo, indice di un sentimento piuttosto negativo e diffuso tra gli investitori, gran parte dei quali è disposta ormai ad accollarsi perdite certe, pur di non impiegare altrimenti la liquidità disponibile, pur essendo vero che molti degli investimenti in titoli con rendimenti negativi siano legati ad atti obbligatori per via di norme o statuti e altri abbiano natura prettamente speculativa. Ad ogni modo, un mercato che arrivi ad acquistare in perdita anche bond con scadenze lunghissime o con rating “spazzatura” non sta bene.

E che dire dell’oro? Quasi nel silenzio generale, si è portato alla soglia dei 1.500 dollari l’oncia, ai massimi da quasi 6 anni e mezzo. In euro, le quotazioni stanno rivedendo il record storico di 7 anni fa, mentre lo hanno registrato già per altre valute, come sterlina, yen, dollaro canadese e quello australiano. Il metallo rincara nelle fasi di tensione e/o quando si percepisce un rischio di surriscaldamento dei prezzi. Ma le grandi economie sono tutte caratterizzate da tempo da bassa inflazione, tanto che le rispettive banche centrali si trovano costrette ad allentare ulteriormente la politica monetaria per sostenere i prezzi domestici. Dunque, l’impennata aurea conseguirebbe alle tensioni internazionali, quelle tra USA e Cina sui dazi, ma anche la Brexit, l’Iran e il rischio di recessione nell’Eurozona.

Il prezzo dell’oro in Europa è a un passo dal suo record storico

I 3 segnali si sostengono a vicenda

Infine, il petrolio.

Era risalito fino a oltre 80 dollari al barile (Brent) agli inizi di ottobre, ma più per l’embargo annunciato e dopodiché imposto in modalità soft dall’America contro l’Iran. Alla fine del 2018 era sprofondato a 50 dollari, rialzando la testa fino a un massimo di 75 dollari tra aprile e maggio. Questa settimana, è tornato nei pressi dei 55 dollari. E pensate che a sostenerlo vi sono ancora i tagli alla produzione dell’OPEC e della Russia, che i paesi produttori, guidati dall’Arabia Saudita, vorrebbero rafforzare per i prossimi mesi. Aldilà dell’aumento vigoroso dell’offerta, trainata dal boom dello “shale” americano, c’è un problema di domanda, a sua volta specchio di una crescita mondiale tutt’altro che convincente.

I tre segnali sono tra di loro accomunati dall’allarme lanciato sulle condizioni dell’economia mondiale e si sostengono a vicenda: la scarsa dinamicità della crescita impatta sul petrolio, che “raffredda” le aspettative d’inflazione, riducendo i rendimenti obbligazionari e ridando slancio così all’oro, asset senza cedola e concorrente dei bond. Nell’insieme, ci dicono che il mondo non sta messo bene e i rialzi dei prezzi di bond e azioni lo mascherano, fino a quando il re si scoprirà nudo.

Cambio euro-dollaro verso 1,20 con il petrolio sotto 60 dollari?

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