Mercati emergenti in boom sul dollaro debole, ma la festa forse sta finendo

Mercati emergenti in festa sul dollaro debole, ma la festa potrebbe finire molto presto. Queste economie si reggono spesso su equilibri delicati.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Mercati emergenti in festa sul dollaro debole, ma la festa potrebbe finire molto presto. Queste economie si reggono spesso su equilibri delicati.

Dollaro giù, mercati emergenti su. Non poteva iniziare meglio il 2018 per le economie emergenti, che hanno assistito a un gennaio davvero positivo sul piano finanziario. L’MSCI Emerging Markets Index segna un rialzo dei loro indici azionari del 9,3% da inizio anno, portando all’83% i guadagni realizzati dal gennaio 2016, quando avevano toccato il fondo dopo la crisi finanziaria del 2008. JP Morgan ha calcolato in 9,3 miliardi i flussi di capitali attratti dai bond emergenti già in questo scorcio di nuovo anno, dopo i 113 miliardi del 2017.

Per capire cosa stia accadendo, bisogna fare riferimento alle valute emergenti, che hanno messo a segno a gennaio un apprezzamento medio del 2,3% e del 13,3% dall’inizio dello scorso anno, arrivando ai livelli più alti di sempre. E’ evidente che queste economie stiano approfittando dell’indebolimento del dollaro, che quest’anno ha già perso oltre il 3% e che nel 2017 era crollato di circa il 10%, registrando il peggiore andamento dal 1987.

L’indebolimento del dollaro fa bene ai mercati emergenti, che stando alle stime della Banca per i Regolamenti Internazionali, alla fine del primo trimestre dello scorso anno detenevano circa un terzo dei 10.700 miliardi di debito emesso in dollari all’infuori degli USA. Questo ammontare risulta più che raddoppiato in un decennio, dato che nel 2007 si attestava ancora poco sopra i 1.500 miliardi. (Leggi anche: Riscatto valute emergenti)

Gli afflussi finanziari verso mercati emergenti

In sostanza, le economie emergenti hanno approfittato negli anni della crisi finanziaria dell’azzeramento dei tassi negli USA e presso le altre principali economie avanzate, attraendo capitali con i loro rendimenti superiori, emettendo nuovo debito in dollari, cogliendo l’attimo. Senonché, quando tra il 2013 e il 2016 il cambio americano si è rivalutato del 40%, lo scossone c’è stato, con gli indici azionari emergenti mediamente crollati del 40%, salvo risalire negli ultimi due anni.

Un dollaro debole aiuta queste economie su due piani: incoraggia le loro esportazioni e allevia il peso dei loro debiti denominati in valuta americana. Sembra allora che la retorica trumpiana stia solo facendo bene a questi mercati, che ormai rappresentano il 40% del pil mondiale e il cui andamento, quindi, si rivela determinante per il successo della stessa crescita presso le economie avanzate in un sistema di vasi comunicanti, in cui quello che accade in uno si trasmette agli altri. (Leggi anche: Boom di riserve di oro tra le economie emergenti)

Tutto bene fino a quando dura. Il dollaro è debole per l’attesa di una fine prossima degli stimoli monetari in Europa e Giappone, ma anche per via delle reiterate invettive della Casa Bianca contro un cambio “troppo forte”. Tuttavia, adesso è sceso ai minimi da oltre 3 anni e considerando che l’inflazione negli USA sta già centrando il target del 2% e che il mercato del lavoro americano risulta in piena occupazione, difficilmente la Federal Reserve potrà ignorare questo dato ed evitare di proseguire anche a passo più veloce delle attese con il rialzo dei tassi. Dunque, il dollaro sembra destinato a risalire, magari non bruscamente, mentre il fatto che i rendimenti americani si siano portati ai massimi da anni, con i Treasuries a 10 anni ad offrire il 2,7%, lascia intravedere una possibile inversione di rotta dei capitali dai mercati emergenti verso quelli avanzati.

Occhio alla compiacenza politica

La stretta americana e quelle che prossimamente arriveranno anche in Europa e Giappone incideranno negativamente sui mercati emergenti, dove l’appetibilità dei bond rischia di venire meno da qui ai prossimi mesi, anche considerando il rapporto rischio/prezzo. E quel che non bisogna sottovalutare è il clima di compiacenza politica che da tempo il dollaro debole starebbe generando in alcuni paesi, tra cui la Turchia. Qui, abbiamo tassi fermi all’8%, quando l’inflazione a dicembre è stata dell’11,9%, pur in calo dal 13% di novembre. E, tuttavia, negli ultimi due mesi la lira turca si è rafforzata di oltre il 5% contro il dollaro, allentando la pressione sulla banca centrale, impossibilitata a varare una stretta per i diktat politici piuttosto chiari segnalati dal presidente Erdogan. (Leggi anche: Lira turca affonda, banca centrale a rischio credibilità)

Nello stesso Brasile, che pure ha messo in atto una serie di riforme economiche negli ultimi 18 mesi, grazie a un cambio rafforzatosi di quasi un quarto in due anni e a rendimenti in picchiata, la politica da qualche tempo è tornata a rilassarsi e, complice il clima pre-elettorale, di tagliare la spesa pubblica con riforme impopolari come quella delle pensioni non ne vuole sentire parlare, nonostante il debito pubblico sia stato declassato a “spazzatura” dalle agenzie di rating e con grande difficoltà l’inflazione sia stata riportata sotto controllo dopo avere toccato la doppia cifra proprio in conseguenza del collasso del real.

Quando il dollaro dovesse tornare a rafforzarsi, parte di questo clima festoso sui mercati emergenti svanirà, specie in quelle economie che non hanno approfittato della tregua finanziaria per fare le riforme e mettere sufficiente fieno in cascina per l’inverno. Per fortuna di alcune di esse, il petrolio è risalito decisamente dai minimi toccati un paio di anni fa esatti ed essendo diversi emergenti anche produttori di materie prime, tra cui il greggio, questa appare un’ottima notizia. Non a caso i tassi di cambio crollarono ai minimi post-crisi nel gennaio 2016, quando il petrolio era sceso fin sotto i 30 dollari. Ma non tutti ne sono produttori. Lo sono il Brasile, ma non la Turchia; la Russia, ma non l’India. Insomma, il nuovo corso che verrà creerà situazioni differenti tra gli stessi emergenti.

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: economie emergenti, super-dollaro, valute emergenti