Mercati emergenti, anno nero per gli investitori: capitali finanche dimezzati in pochi mesi

Mercati emergenti in affanno sul piano finanziario. Per gli investitori stranieri è tempo di perdite, guidate da Argentina e Turchia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Mercati emergenti in affanno sul piano finanziario. Per gli investitori stranieri è tempo di perdite, guidate da Argentina e Turchia.

L’annuncio da parte di Ankara di ritorsioni contro le sanzioni USA, con il congelamento dei beni di proprietà dei ministri americani, ha fatto schiantare la lira turca ai nuovi minimi storici contro il dollaro, ossia a un tasso di cambio di 5,12. Il crollo dall’inizio dell’anno ammonta al 27%. I titoli di stato a 2 anni sono esplosi al record del 21,06%, quelli a 10 anni al 18,5%. Non meglio sta andando alla Borsa di Istanbul, che risulta avere perso il 17% quest’anno. Di fatto, un investitore che l’1% gennaio scorso si fosse buttato sul mercato azionario turco, impiegando capitali in dollari, adesso si ritroverebbe in mano un investimento quasi dimezzato, perché tra crollo medio accusato dagli indici ed effetto cambio, le perdite risulterebbero di quasi il 45%.

Economie emergenti con “buco” da 2.100 miliardi, l’Argentina non resterà sola

La Turchia sembra l’esempio più lampante a noi vicino di economia emergente in affanno sul fronte finanziario. Tuttavia, non è l’unica a mostrare segnali preoccupanti e negativi per gli investitori stranieri. Trasferendoci dall’altra parte dell’emisfero, troviamo che in Argentina sono state accusate perdite persino superiori. Il peso è precipitato del 42% quest’anno, attestandosi a un cambio superiore a 27 contro il dollaro, mentre l’indice Merval di Buenos Aires risulta avere ripiegato appena di meno il 3%. Non fatevi strane idee: l’azionariato argentino regge per gli investimenti domestici di quanti puntano a mettere al riparo i propri risparmi dall’inflazione ancora al 25%. Dunque, in totale i capitali investiti (sempre in dollari) si sono deprezzati qui mediamente del 45%.

E’ andata ad oggi molto meglio nel vicino Brasile, dove il segno, però, resta meno. Il real si è deprezzato del 13% contro il dollaro, ma il mercato azionario ha registrato un aumento medio di oltre il 6%. In attesa di verificare se l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali e politiche di ottobre non crei tensioni anche in borsa, con i sondaggi ad assegnare reali chance di vittoria al candidato della destra “populista” Jair Bolsonaro, in fumo sarebbe andato circa il 7% del valore dell’investimento realizzato appena 7 mesi fa.

E il peggio non sarebbe alle spalle

Nemmeno in Cina si respira un’aria migliore. Qui, la Borsa di Shanghai è crollata del 18% rispetto ai valori di fine dicembre scorso, mentre lo yuan ha perso il 5% contro il dollaro, irritando alquanto la Casa Bianca, che ritiene si tratti di una mossa studiata della People’s Bank of China per svalutare il cambio a fini competitivi. Sarà, ma l’unica certezza è che chi avesse investito qui i propri capitali a inizio anno, adesso registrerebbe un rosso virtuale del 23%, decisamente superiore al -4% accusato di chi avesse puntato sulla Russia. L’indice Micex segna +5,3%, ma il rublo ha ripiegato quest’anno di oltre il 9% contro la valuta americana.

Mercati emergenti, la festa forse sta finendo

Quelli appena citati appaiono tra i casi più eclatanti e più importanti per le dimensioni dei relativi mercati. In generale, però, le valute emergenti hanno messo a segno un deprezzamento complessivo del 4,6% e gli indici azionari emergenti hanno registrato perdite pari al 10,7% ad oggi. Dunque, l’esito finale per un investitore straniero sarebbe mediamente nell’ordine del -15%. Si tratta di un apparente cambio di tendenza rispetto al decennio passato. Tra gli inizi del 2009 e quelli di quest’anno, i mercati azionari emergenti sono saliti in media di oltre il 150%, ovvero al ritmo di oltre il 10,5% all’anno. Le valute di queste economie tra alti e bassi si sono rafforzate anch’esse fino al marzo scorso, dopo la caduta.

Aldilà delle situazioni specifiche, a guidare i cali è certamente il rafforzamento del dollaro, a sua volta generato da tassi USA più alti, per via della stretta monetaria in corso da parte della Federal Reserve. Il Treasury a 10 anni rende il 3%, praticamente anche poco più dell’inflazione americana, sufficiente a rimpatriare miliardi di capitali esportati negli anni dei rendimenti azzerati. Inevitabile l’impatto sui rendimenti sovrani: solo quest’anno, i decennali turchi sono passati dall’11,4% al 18,5%, quelli brasiliani dal 10% all’11%, mentre quelli russi si sono mossi di poco dal 7,5% al 7,8%. Considerando che ancora la BCE non ha nemmeno iniziato a completare il suo programma di stimoli monetari e che un primo rialzo dei tassi nell’Eurozona è atteso solo per la seconda parte dell’anno prossimo, salvo sorprese, pare che il destino dei mercati emergenti risulti segnato per gli anni a venire, parzialmente lenito forse dall’effetto traino che avrebbe un’ulteriore ascesa delle quotazioni delle materie prime, a cui sono legate diverse di queste economie, coma il caso emblematico della Russia con il petrolio.

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Argomenti: bolla finanziaria, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti