Trading dei mercati appeso a Jackson Hole, ogni parola avrà un peso domani

I mercati finanziari staranno molto attenti a ogni parola che sarà pronunciata a Jackson Hole, il simposio delle banche centrali organizzato come ogni anno dalla Federal Reserve.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I mercati finanziari staranno molto attenti a ogni parola che sarà pronunciata a Jackson Hole, il simposio delle banche centrali organizzato come ogni anno dalla Federal Reserve.

Tenetevi a mente Jackson Hole, la località del Wyoming, stato occidentale degli USA, dove si terrà da domani il simposio annuale delle banche centrali. Per l’occasione, parlerà per la prima volta nelle vesti di governatore della Federal Reserve Jerome Powell, in carica da inizio febbraio e succeduto a Janet Yellen. I mercati, a differenza degli altri appuntamenti degli anni passati, non sembrano nutrire grosse aspettative, un po’ come se avvertissero che tutto quanto i banchieri centrali diranno per l’occasione sia grosso modo scontato, scritto. In buona parte, hanno ragione. La BCE dovrebbe confermare la graduale uscita dal piano di accomodamento monetario noto come “quantitative easing”, azzerato dal prossimo gennaio; la Fed segnalerà che i tassi negli USA saranno più alti ancora nei prossimi trimestri e la Banca del Giappone per ora non dovrebbe annunciare alcunché di eclatante, se non il mantenimento degli stimoli.

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Tuttavia, il diavolo sta nei dettagli. Una parola in più farebbe la differenza e a pronunciarla sarebbe proprio il padrone di casa, Powell. L’uomo sarebbe stato oggetto di invettive da parte del presidente americano Donald Trump, che in un incontro a porte chiuse avuto lunedì scorso con alcuni donatori del Partito Repubblicano, si sarebbe lamentato della politica monetaria restrittiva dell’istituto, auspicando che il governatore voglia farsi interprete del desiderio di “denaro a basso costo” di cui avrebbe bisogno l’America.

Lo stato dell’economia americana

Ora, l’indipendenza della Fed non si discute e se Powell desse anche solo la sensazione di volersi piegare ai desiderata della Casa Bianca sarebbe un colpo durissimo per la reputazione della banca centrale più potente del mondo, per cui ciò non avverrà mai e poi mai. Resta il fatto che le preoccupazioni di Trump non siano infondate. Gli USA stanno crescendo sopra il 4% e la disoccupazione è scesa sotto il 4%, mentre l’inflazione sta finalmente stabilizzandosi intorno al target del 2%, attestandosi poco oltre. Il dollaro si è apprezzato ai massimi dal giugno dello scorso anno, mettendo a segno nel 2018 un rialzo dell’8,5% contro l’euro, del 4,5% contro la sterlina, di quasi il 5% contro lo yuan, per non parlare delle valute emergenti. Nel frattempo, Wall Street ha segnato l’ennesimo record l’altro ieri, non solo toccando i livelli più alti per l’indice S&P 500, ma anche la fase “bullish” più lunga della sua storia, pari a quasi 9 anni e mezzo.

Il rialzo del costo del denaro rischia di interrompere questa sogno americano, anche perché nel frattempo il debito pubblico negli USA è salito a 21.400 miliardi di dollari, quasi al 106% del pil. Nel 2008, prima dell’esplosione della crisi finanziaria, era ancora intorno ai 10.000 miliardi. L’era del “cheap money” ha consentito a governo federale, famiglie e imprese di spendere meno soldi per gli interessi, con il risultato che il settore privato si è un po’ sdebitato, contrariamente a quello pubblico. I rendimenti dei Treasuries sono già al 3% per la scadenza a 10 anni e lo spread con i 2 anni si è ristretto ai minimi dal 2007, scendendo ad appena 22 punti base. La curva dei rendimenti si mostra piatta e da qui all’inversione il passo sarebbe breve, tanto che dall’interno della Fed stessa si esternano preoccupazioni su un simile scenario, generalmente precursore di una recessione economica.

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L’attenzione alle “condizioni esterne”

Per evitare che da un lato rendimenti elevati colpiscano gli investimenti azionari, scatenando un “sell-off” a Wall Street e che l’economia reale in America paghi sul fronte dei consumi e degli investimenti, dando vita a un ripiegamento del pil, Powell potrebbe trovarsi costretto già nei prossimi mesi a metter in conto una frenata alla stretta in corso, giustificandola con “condizioni esterne” deterioratesi e capaci di colpire la prima economia mondiale. Tuttavia, ad oggi l’istituto nega che siamo in una fase del genere, anche se a Jackson Hole domani non è detto che non lanci un qualche allarme, magari concordando i toni con gli altri governatori presenti, al fine di mettere sull’attenti i mercati finanziari su un cambio di rotta non imminente, ma nemmeno da escludere, specie nel medio termine. Qualche spunto lo offrirebbero Turchia, Argentina, la temuta “guerra” dei dazi con contraccolpi possibili sul commercio mondiale, il caso Iran e le tensioni politiche nell’Eurozona, Italia in testa.

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Non aspettiamoci discorsi improntati sui timori di un qualche accadimento negativo e in grado di spegnere la ripresa delle economie avanzate, ma testi sostanzialmente dai toni ottimistici, pur contenenti riferimenti a “rischi al ribasso” provenienti all’infuori dagli USA, probabilmente della stessa Eurozona, al fine di indirizzare altrove la ricerca di un eventuale colpevole da additare all’occorrenza per giustificare un possibile cambio di passo su tassi e stimoli. I mercati recepiranno il messaggio? Certamente ben prima di quanto non faranno politici e la più vasta opinione pubblica, anche se non è detto subito. Capire significherebbe tornare a puntare sui bond e porre fine in anticipo al rally del dollaro, specie contro valute diverse da quelle europee, ma non contro le emergenti, che finirebbero ancor di più nel mirino del trading, con lira turca, peso argentino e real brasiliano tra le principali vittime predestinate.

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Argomenti: bolla finanziaria, Economia USA, Fed, Presidenza Trump, super-dollaro, tassi USA

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