Meno mutui e tassi alti: perchè comprare casa è impossibile

Nel 2012 gli spread sui mutui per l'acquisto di una casa sono cresciuti e tutto lascia prevedere che il prossimo anno non caleranno: ecco come la crisi delle banche sta presentando il conto all'economia reale

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Nel 2012 gli spread sui mutui per l'acquisto di una casa sono cresciuti e tutto lascia prevedere che il prossimo anno non caleranno: ecco come la crisi delle banche sta presentando il conto all'economia reale

In forte calo le erogazioni di mutui per l’acquisto di case  e di finanziamenti alle imprese da parte delle banche. Una dinamica che si è intensificata da oltre un anno, da quando l’Italia è finita nel mirino dei mercati, con la conseguente crisi dello spread. Il risultato di più di un anno di tensioni finanziarie si è fatto notare anche nell’economia reale. Perché se lo spread BTp-Bund cresce mediamente di 100 punti base, il riflesso è un aumento di 50 bp nello spread sui tassi per i finanziamenti alle imprese italiane, rispetto alle concorrenti tedesche, come spiega il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli.  

Tassi banche: gli italiani pagano molto di più dei tedeschi

Ragion per cui a tutt’oggi, nonostante il calo dello spread a 320 punti sul tratto decennale dei titoli di stato, le imprese italiane continuano a pagare tassi alle banche superiori di 110 punti base a quelle tedesche e di 80 punti base rispetto alla media dell’Eurozona. Ma il paradosso apparente è che le aste Ltro, con cui tra dicembre e febbraio la BCE ha pompato oltre mille miliardi di liquidità agli istituti dell’Area Euro, non solo non hanno abbassato, ma hanno finito per accrescere gli spread dei tassi bancari, ossia le maggiorazioni del tasso base che le banche applicano alla clientela per ottenere gli utili e per coprire i costi. L’impennata è iniziata un anno fa, quando l’esplodere della crisi nel settembre 2011 portò in una sola settimana lo spread al 3% medio dall’1%. Da allora, si sono stabilizzati a tale livello, malgrado la tensione sembri essersi allentata e lo spread BTp-Bund sia passato da un picco di 576 bp a una media di 320 bp per la scadenza a 10 anni e sia crollato da 700 bp a meno di 200 bp per la scadenza biennale.  

Tassi mutui: le politiche delle banche impediscono di comprare casa

Eppure, ancora oggi le offerte migliore prevedono uno spread del 3% per i mutui a tasso fisso e del 2,8% per quelli a tasso variabile. Mediamente, lo spread si attesta al 4%, anche se in questo dato rientrano quegli istituti, che pur di non erogare mutui in questa fase hanno deciso di fissare tassi proibitivi, allontanando di fatto la potenziale clientela. E per questi gli spread arrivano anche al 5%. Solo un anno fa, le offerte migliori prevedevano un differenziale inferiore all’1%. Di fatto, da giugno ad oggi siamo passati da un tasso medio del 4,75% al 5,34% per il mercato dei mutui a tasso fisso e da una media del 3,66% al 3,92% per i tassi variabili sui mutui. Non solo, quindi, sono cresciuti i tassi e gli spread, ma al contempo si registra anche un divario crescente tra i tassi medi offerti tra i due tipi di mutuo, con il gap che passa da 109 a 142 punti base, rendendo relativamente più favorevoli i mutui a tasso variabile.  

Perchè le banche mantengono i tassi alti

Ma sulle ragioni di tale crisi degli spread bancari concorrono più fattori. Anzitutto, l’effetto di una politica monetaria molto accomodante da parte della BCE e il ricorso alle aste Ltro hanno comportato tassi eccessivamente bassi, tali da non consentire più alle banche di avere un margine di manovra su di essi, con la conseguenza di un’erosione forte anche degli utili. Per questo, le banche cercano di reagire aumentando i tassi finali, anziché abbassarli, anche nel tentativo di rinviare al futuro l’erogazione di mutui e prestiti, ossia a quando il mercato sarà più favorevole. Ma c’è anche il problema di Basilea 3, l’accordo che dovrebbe entrare in vigore già a gennaio, che prevede requisiti patrimoniali più stringenti, che si aggiungono a quelli già voluti dall’Eba con la previsione di un Core Tier1 minimo del 9% da giugno 2012. Ebbene, solo due istituti italiani, Intesa e Unicredit, hanno un livello di patrimonializzazione adeguatamente alto, quasi all’11%, mentre per gli altri il capitale non è molto lontano dalla soglia minima richiesta, con MpS, ad esempio, che si tiene a galla solo per i 3,9 miliardi di Monti-bond in arrivo a fine dicembre. Insomma, le banche italiane riscontrano problemi nella raccolta del risparmio e nel rifinanziarsi sul mercato, tanto che il loro risultato operativo prima di svalutazioni e accantonamenti è già crollato del 30% quest’anno ed è atteso in calo anche nel 2013, sebbene a un ritmo molto inferiore, per via della politica di attuazione dei tagli e del contenimento dei costi. E le normative più severe le pongono sotto stress, a danno delle imprese e delle famiglie, che hanno visto scendere nel terzo trimestre i finanziamenti rispettivamente del 3,5% e dello 0,8% su base annua. E pensare che la Germania chiede che gli istituti dell’Eurozona siano soggetti a un nuovo “stress-test”, in coincidenza con l’introduzione della vigilanza unica della BCE, che scatterà a gennaio prossimo. E già si vocifera che il trattamento non sarà eguale per tutti, visto che le banche degli stati “core” otterranno un occhio di riguardo e saranno valutate più solide, amplificando forse il già effetto di scrematura del mercato che porterà Basilea III.

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Argomenti: Economia Italia

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