Mediobanca: debito pubblico al 145% del pil nel 2015. Scatta l’allarme ristrutturazione

Mediobanca prevede che il debito pubblico salirà al 145% del pil entro l'anno prossimo. Ma la storia insegna che, superata la soglia del 140%, un paese va in default. E l'Italia rischia di dovere ristrutturare il suo debito sovrano.

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La pubblicazione dei dati macroeconomici è diventata un calvario per l’Italia. La produzione industriale a luglio è diminuita dell’1,8% su base annua e dell’1% su giugno. L’economia è tornata nuovamente in recessione, dopo che ci eravamo illusi che il +0,1% registrato dal pil nell’ultimo trimestre del 2013 fosse il segnale che sarebbe arrivata la ripresa. Ieri, la tegola dell’Ocse che si è abbattuta sul governo Renzi è stata molto più pesante di qualsiasi attesa pessimistica: l’istituto di Parigi, guidato fino a pochi mesi fa proprio dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, stima che per l’anno in corso, il pil italiano diminuirà dello 0,4% e che salirà solamente dello 0,1% nel 2015. E anche S&P taglia le stime, azzerando la crescita per il 2014. Ormai, l’Italia è considerato un caso allarmante nei consessi internazionali. Troppo grande per fallire, ma anche troppo grande per essere salvata. Il punto è questo: il nostro debito pubblico è già oggi quasi al 136% del pil. E il capo analista di Mediobanca, Antonio Guglielmi, si attende che esso arriverà al 145% entro il 2015. Ora, un aumento di 9 punti percentuali in un anno e mezzo è altissimo e sintomatico di più elementi: Piazzetta Cuccia prevederà una recessione nel biennio 2014-’15; un deficit anche oltre il tetto massimo del 3%; un’inflazione zero o la deflazione. Sono queste le componenti che incidono sul rapporto tra debito e pil. Il rapporto aumenta se la crescita nominale del pil (pil reale + inflazione) è inferiore alla crescita dell’indebitamento (deficit pubblico).   APPROFONDISCI – Italia verso la bancarotta: nuovo record del debito pubblico e produzione industriale giù  

Ristrutturazione debito vicina?

Attenzione, però. Anche ieri, il Telegraph, a firma del columnist anti-euro Ambrose-Evans Pritchard, si chiedeva fin dove si potrà spingere l’Italia, vale a dire quale livello massimo di debito pubblico i mercati finanziari sono disposti a tollerare. Su questo punto, vale la storia economica, che ci vede vicinissimi al punto di non ritorno. Nel 2001, l’Argentina fu costretta a dichiarare default, quando il suo debito pubblico arrivò al 140% del pil. E nel 2010, la Grecia dovette alzare bandiera bianca, quando il suo debito pubblico arrivò anch’esso al 140% del pil. Due anni dopo, Atene dovette ristrutturare il debito, tagliandolo del 53,5% e le perdite furono subite dagli investitori privati. Dunque, se il 140% è la soglia fatidica, oltre la quale si perde l’accesso ai mercati finanziari, per l’Italia si tratta di questione di mesi. Sembra un paradosso, visto che mai il Tesoro ha rifinanziato il suo debito a rendimenti così bassi. Quella di questi mesi sembra una fase magica, con tassi sempre più bassi e risparmi sempre più alti per lo stato. Eppure, la tragedia sarebbe dietro l’angolo. Da mesi, gli economisti e i tecnici del Tesoro discutono in segreto di un possibile piano B per affrontare una volta per tutte la questione del debito. In estate, ha fatto molto scalpore una dichiarazione del sotto-segretario alla presidenza del consiglio, Graziano Delrio, che rispondendo a una domanda di un giornalista del Corriere, affermò che della questione della ristrutturazione del debito se ne occupa il premier Matteo Renzi.

Anziché smentire seccamente, come sempre accade in queste situazioni, Delrio si limitò improvvidamente a rimettersi nelle mani del capo del governo.   APPROFONDISCI – Allarme ristrutturazione debito pubblico dopo le parole choc di Del Rio?  

Le ipotesi

L’economista Lucrezia Reichlin, già in quota a febbraio per assumere la guida del Tesoro (che andò poi a Pier Carlo Padoan), propone da mesi una ristrutturazione parziale del debito. Le ipotesi sul tappeto sarebbero diverse e nemmeno sempre molto chiare: si va dalla dismissione di quote consistenti del nostro patrimonio immobiliare, da fare confluire in un fondo ad hoc da 4-500 miliardi di euro, al taglio del valore dei titoli di stato già circolanti (“haircut”) all’allungamento delle scadenze. In ogni caso, però, pare che l’investitore-risparmiatore possa subire perdite, vuoi sotto forma di minore rimborso alla scadenza o per il taglio delle cedole, vuoi perché il rimborso avverrà più in là nel tempo, vuoi ancora perché parte dei suoi titoli sarebbe convertita in quote del fondo immobiliare pubblico. Passare dalle parole ai fatti sarà difficilissimo, forse quasi impossibile. Vi immaginate la reazione dei BoT-people, quando scoprirebbero che lo stato li ha fregati? E vi immaginate ancora la tempesta finanziaria che si abbatterebbe sull’Italia, una volta annunciata la ristrutturazione? Per non parlare delle banche italiane, che detengono 400 miliardi di euro in titoli di stato nazionali. Un disastro, il caos politico, la tenuta delle istituzioni a rischio. Ma non per questo è uno scenario così lontano.   APPROFONDISCI – La crisi dello spread si riaffaccia, cresce il divario con la Spagna. Ci sarà un attacco finanziario? Allarme spread cessato? No, solo l’Italia rischia l’attacco finale dei mercati    

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