Mediaset-Vivendi, futuro di TIM appeso alla vittoria di Berlusconi alle elezioni

Mediaset porta in tribunale Vivendi e punta a sfilare ai francesi un maxi-assegno. E con l'eventuale vittoria del centro-destra alle elezioni, Silvio Berlusconi punterebbe al boccone più ghiotto: TIM.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Mediaset porta in tribunale Vivendi e punta a sfilare ai francesi un maxi-assegno. E con l'eventuale vittoria del centro-destra alle elezioni, Silvio Berlusconi punterebbe al boccone più ghiotto: TIM.

Fallito l’ultimo tentativo di mediazione tra Mediaset e Vivendi per trovare un accordo sul maxi-risarcimento da 3 miliardi chiesto dalla prima ai francesi di Vincent Bollorè per la tentata scalata del 2016, la parola passa ai giudici di Milano, perché domani si tiene la prima udienza della causa civile intentata da Cologno Monzese. Secondo le indiscrezioni, le parti potrebbero accordarsi presto per 500 milioni, denaro prezioso che entrerebbe nelle casse di Mediaset, che al 30 settembre scorso aveva debiti per 1,39 miliardi. I fatti sono noti: nella primavera di due anni fa, il finanziere bretone si accorda con la famiglia Berlusconi per rilevare Mediaset Premium, la pay tv del gruppo televisivo italiano. Dopo la firma del contratto preliminare, Vivendi ci ripensa e il titolo Mediaset crolla in borsa. A quel punto, i francesi iniziano a rastrellare azioni in borsa, salendo fino a ridosso del 30% della società milanese, ovvero restando appena al di sotto della percentuale oltre la quale scatta l’OPA obbligatoria.

La famiglia Berlusconi denuncia l’ex amico in affari, paventando l’ipotesi che egli abbia volutamente cercato di colpire il titolo Mediaset, al fine di acquistarlo nelle settimane successive a prezzi stracciati. La Procura di Milano apre un’inchiesta e da lì ha inizio una battaglia mediatica tra i due gruppi, che potrebbe culminare non tanto in tribunale, quanto alle elezioni politiche di domenica prossima.

L’ultima offerta di Vivendi consisteva nel garantire a Mediaset l’acquisto di contenuti televisivi per 460 milioni in 6 anni da parte di una newco, che sarebbe risultata controllata al 40% dai francesi di Canal Plus e al 60% da TIM. La compagnia telefonica a sua volta risulta controllata per quasi un quarto del capitale proprio da Vivendi, che sta cercando vistosamente di attingere alla cassa della controllata per pagare il conto ai Berlusconi. Proprio l’ex monopolista si è mostrato contrario a un’intesa che passi per le proprie finanze. Ma il patron di Mediaset, Silvio Berlusconi, tra pochi giorni potrebbe tornare al governo, seppure impossibilitato a fare il premier, con ciò avendo il coltello dalla parte del manico nelle trattative che seguirebbero nelle settimane seguenti.

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Berlusconi vicino a realizzare il sogno?

Già perché sappiamo che l’integrazione tra Mediaset e TIM è un sogno che l’ex premier coltiva dall’inizio del Millennio e che sinora gli è risultato impossibile realizzare per l’eccessiva esposizione mediatica che la sua presenza in politica gli ha attirato, unitamente a una temuta eccessiva concentrazione nel comparto delle telecomunicazioni. Ma il vento è di molto cambiato negli ultimi anni, come dimostrano gli interventi a sostegno di Mediaset contro Vivendi sia da parte dell’AgCom, sia del governo Gentiloni. L’authority chiede ai francesi di congelare in un trust la quota eccedente il 10% del capitale Mediaset, mentre il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, è arrivato a minacciare un decreto contro l’incursione di Bollorè in Italia, in barba alle nostre normative.

E con l’avvento del digitale terrestre, il dominio di Mediaset è stato parzialmente scalfito, allentando le tensioni su un possibile suo strapotere nel caso di un’integrazione con TIM, almeno sul piano dei contenuti. In più, la compagnia subisce da tempo e proprio a seguito del dossier Vivendi, nonché come ritorsione per il caso Fincantieri-Stx aperto dalla presidenza Macron, le pressioni del governo italiano per giungere alla separazione tra rete e servizio, con la prima a dovere rimanere controllata da un soggetto italiano, tuona Roma. Lo spin-off renderebbe TIM un’azienda svuotata del suo asset strategico, con la conseguenza che l’eventuale partnership con Mediaset ne risulterebbe agevolata per le minori resistenze incontrate anche sul piano legale.

Un governo di cui Berlusconi sarebbe il “kingmaker”, il regista da dietro le quinte, come tiene a precisare da settimane, potrebbe accelerare il dossier dello spin-off di TIM, al contempo “spingendo” la compagnia ad accettare l’ipotesi di una newco per l’acquisto di contenuti di Mediaset con un’opera di moral suasion. Se così fosse, il primo gruppo televisivo privato italiano si accingerebbe a incassare un assegno pari a quasi l’intero fatturato-obiettivo per il 2017 di Premium. E cosa ancora più importante in un’ottica di medio-lungo termine, Cologno Monzese finalmente darebbe vita a una strategia industriale di largo respiro per rilanciare il proprio futuro, ad oggi appannato da una politica di sotto-investimenti e da una scarsa capacità dimostrata di sfruttare appieno sul piano contenutistico i numerosi canali posseduti con il passaggio al digitale terrestre. Affinché tutto vada nella direzione auspicata dal Gruppo Fininvest, però, non serve solo e tanto che il centro-destra vinca le elezioni, ma soprattutto che si crei un clima politico quanto più sereno possibile con il PD renziano, tale da sfruttare la concordia nazionale per portare avanti un’agenda parallela sul piano industriale, che a Berlusconi farebbe comodo in qualità sia di leader che di tycoon.

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