Media, terrorismo e opinione pubblica: forse alla fine siamo noi che non vogliamo leggere tutto

Fa più notizia un attentato a Parigi o a Bruxelles che un attentato a Lahore: ma la colpa di chi è? Dei media o dell'opinione pubblica?

di , pubblicato il
Fa più notizia un attentato a Parigi o a Bruxelles che un attentato a Lahore: ma la colpa di chi è? Dei media o dell'opinione pubblica?

Quando un attentato colpisce una capitale europea, in molti si lamentano sui social network – sempre sui social network – che le altre stragi del terrorismo compiute lontano dai nostri occhi non risentono della stessa copertura mediatica. A questa affermazione non si può certo dare torto, ma nemmeno troppa ragione. Nel senso che se forse una strage nello Yemen o l’ennesimo attacco in Afghanistan o in Iraq viene solitamente rifilata in un trafiletto, quando a essere colpiti sono l’Europa o gli Stati Uniti, la copertura è molto più ampia: ovviamente, per l’attentato in Pakistan non c’è stata una copertura sui maggiori telegiornali nazionali come c’è stata per gli attacchi in Belgio o in Francia, con dirette lunghe giorni o approfondimenti legati alla questione, e questo è un dato di fatto. La strage di Lahore in Pakistan ha riempito per circa 12 ore le prime pagine dei principali quotidiani online, comunque un lasso di tempo molto minore rispetto ai giorni in cui gli attentati di Parigi e Bruxelles sono stati sbattuti nelle prime pagine online. Perché? Non per mancanza di rispetto dei media, ma per una semplice questione di share: gli attentati di Lahore in Pakistan non portano audience.

  [tweet_box design=”box_09″ float=”none”]Gli attentati di Bruxelles fanno più notizia degli attentati a Lahore o in Iraq, ma non è colpa dei media[/tweet_box]  

Poco interesse verso Lahore

A rivelare quanto detto, come riporta anche Wired, ci ha pensato il Social & New Formats Editor del Guardian, Martin Belam, il quale ha rilasciato le seguenti dichiarazioni a Medium: “Ci sono persone che si lamentano del fatto che i media non diano la stessa rilevanza alle atrocità del terrorismo al di fuori dell’Europa occidentale così come la danno a quelle che vanno in scena in città come Parigi o Bruxelles, ma i dati mostrano che è molto, molto più difficile portare le persone a leggere queste storie“. Belam afferma di essere rimasto stupito che la notizia dell’attentato in Pakistan non fosse tra le notizie più lette e che non fosse riuscita a entrare neppure nella top 5 delle notizie più visualizzate del giorno, preceduta da altri articoli più o meno interessanti.

Quindi meno pubblico corrisponde a una minore copertura della notizia, e questo è un dato di fatto.  

Chi fa la notizia?

Purtroppo è drammatico ridurre il numero delle morti a numeri di audience, ma i media ragionano così e forse questo è un errore, ma è anche il principale difetto e al tempo stesso marchio di fabbrica del media informativo: la notizia c’è se il pubblico c’è, praticamente seguendo lo stesso meccanismo secondo il quale una casa editrice sceglie un romanzo: se può attirare un sacco di lettori è pubblicale, se invece risulta fraintendibile, complesso o troppo di nicchia, le vie della pubblicazione si fanno sempre più difficili. E l’attentato di Lahore, purtroppo, argomento di nicchia lo è, nonostante abbia gli stessi caratteri in comune – e finora il doppio delle vittime – degli attentati di Bruxelles. Tuttavia, sotto questo aspetto, la copertura della tragedia di Lahore risulta essere molto più difficile di quella di Bruxelles: primo perché è più facile inviare i reporter nella capitale belga che a Lahore, secondo per la rete di contatti da costruirsi in posti lontani, quelle fonti locali che possano permettere una maggiore copertura della notizia.  

Due pesi, due misure

Il problema, tuttavia, è che la situazione cambia quando si parla degli attentati in Turchia e in Tunisia. Mettetevi nei panni di un turco o di un tunisino: non vivono di sabbia e senza vestiti, come forse erroneamente qualcuno crede; hanno internet, indossano vestiti come i nostri e fanno lavori come i nostri. Internet è il loro ponte con il mondo, così come lo è per noi italiani ed europei. Guardare sui social reazioni differenti per gli attacchi in Francia o in Bruxelles e decisamente più ingenti rispetto a quelle avute dagli attacchi nel proprio Paese, non può far altro che aumentare la distanza culturale tra popoli che in realtà si somigliano molto più di quanto si crede.

Qui la copertura locale è certamente molto più facile che a Lahore, ma la copertura, sia da parte dei media sia da parte dell’opinione pubblica, è sempre molto risicata.  

Le colpe dell’opinione pubblica

La colpa è anche dell’opinione pubblica: tralasciando le difficoltà del fare giornalismo in certi posti, la gente non legge. Chiede film d’autore ma poi non va a vederli. Chiede libri di un certo spessore culturale, e forse procede anche all’acquisto, ma alla fine quello che resta di quell’esperienza di lettura può confinarsi solo nel titolo della copertina. Allo stesso modo le persone oggi preferiscono soffermarsi sul titolo di un articolo e commentare quello, anziché cliccare sull’articolo e leggerlo da cima a fondo, soprattutto se si tratta di un approfondimento. Inoltre non è un caso che molta gente abbia affermato, all’indomani degli attentati di Lahore, che da quelle parti cose del genere accadono spesso: come se, a maggior ragione, la cosa non ci dovesse interessare di più. Semplicemente la risposta dell’opinione pubblica di fronte a questi fatti è: “Sono affari loro. Non ce ne frega nulla“. Tralasciando magari il fatto che una buona parte delle vittime a Lahore, così come in Iraq il giorno prima, sono di fede musulmana, quella stessa fede disprezzata in Occidente perché considerata colpevole delle morti europee.  

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore: la massima, in questo senso, risulta emblematica. Perché l’audience non è solo un becero simbolo delle logiche di mercato, ma rappresenta anche un simbolo della nostra mentalità. Sì, forse è naturale che ci stringe più il cuore quando viene colpita l’Europa, perché è il continente sul quale siamo, più vicino a noi culturalmente e a livello sociale, ma al tempo stesso è proprio quel “due pesi due misure” che crea fraintendimenti dall’alba dell’uomo, fraintendimenti che spesso si sono trasformate in guerre. Quindi, la risposta più sensata al fatto che certe tragedie non vantano una copertura mediatica maggiore rispetto ad altre è semplicemente questa: un attentato a Bruxelles fa più notizia che un attentato a Lahore, e a fare la notizia ci pensiamo noi, non solo i media.

A questi ultimi, forse, spetta il compito arduo di rendere queste notizie un “bene comune”, una fonte universale. Ma la risposta completa e definitiva, alla fine, spetta solo a noi lettori.

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: