Maxi-scoperta di petrolio nelle acque del Bahrein, centinaia di miliardi in ballo

Scoperto un enorme giacimento di petrolio "shale" nelle acque del Bahrein. Il regno retto da una monarchia sunnita è ad oggi insignificante per il mercato del greggio mondiale. Cosa cambia?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Scoperto un enorme giacimento di petrolio

Lo sceicco e ministro del Petrolio, Mohammed bin Khalifa Al Khalifa ha annunciato nei giorni scorsi la scoperta di un enorme giacimento di petrolio “shale” e di gas in acque superficiali al largo del Bahrein, nel bacino occidentale di Khalij Al Bahrein da 2.000 km quadrati. Si calcolano in 80 miliardi i barili estraibili e in 13.700 miliardi i metri cubi di gas. Trattasi di cifre impressionanti, specie per il primo stato arabo ad avere avviato le estrazioni petrolifere dal 1932, ma che nel 2017 ha prodotto la media di appena 45.000 barili al giorno, a cui si aggiungono 150.000 barili al giorno raffinati e derivanti dal giacimento di Abu Safah, sfruttato dalla saudita Aramco, ma i cui proventi vengono suddivisi in parti uguali, sulla base di un accordo tra le due monarchie. Il Bahrein oggi non fa nemmeno parte dell’OPEC, tanto insignificante appare per il mercato petrolifero mondiale, disponendo di riserve accertate per 125 milioni di barili, meno di 2.000 volte più basse di quelle della confinante Arabia Saudita. Almeno fino a qualche giorno fa, perché la geografia economica muterebbe radicalmente nel caso in cui gli 80 miliardi di barili scoperti fossero realmente sfruttabili.

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Ai ritmi estrattivi attuali, al paese servirebbero quasi 5.400 anni per vendere tutto il greggio adesso disponibile. Incrementando le estrazioni di 50 volte a quasi 2,5 milioni di barili al giorno, invece, di anni gliene servirebbero oltre 100. Tuttavia, se non è tutto oro ciò che luccica, nemmeno tutto quello che si scopre è petrolio, almeno non commercialmente parlando. La scoperta è unica nel suo genere, perché è la prima volta al mondo che un giacimento di “shale” viene individuato off-shore. Ci si chiede, quindi, quanto di questo greggio sia effettivamente ricavabile per la vendita, ovvero abbia senso economico estrarre, considerando i costi e le quotazioni internazionali. Stando alla scarsa, per non dire nulla, reazione di queste ultime alla notizia, pare che davvero ci si aspetti uno scarso impatto sul mercato petrolifero nel breve e medio termine.

Secondo Robin Mills di Qamar Energy, appena il 5-10% del giacimento scoperto sarebbe sfruttabile per via degli elevati costi che lo sfruttamento in queste acque richiederebbe. Tom Quinn, analista di Wood Mackenzie, ritiene anch’egli che alla fine possa usufruirsi solo di “una piccola frazione” del greggio scoperto. Detto ciò, non bisognerebbe nemmeno minimizzare la portata della scoperta, perché se anche solo il 5% degli 80 miliardi di barili fosse commercialmente significativo, parliamo pur sempre di 4 miliardi di barili, 30 volte il livello delle riserve attuali del piccolo regno sunnita. Ai valori attuali, equivarrebbero a non meno di 270 miliardi di dollari, ma la cifra lieviterebbe anche a 550 miliardi con un tasso di recupero del 10%, senza tenere in conto un eventuale aumento delle quotazioni del Brent. Niente male per un paese, il cui pil nel 2017 si sarebbe attestato a poco meno di 34 miliardi di dollari e il cui bilancio statale viene finanziato all’80% dai proventi petroliferi.

L’impatto sull’economia del Bahrein

L’economia del Bahrein è in rallentamento negli ultimi anni con la caduta dei prezzi del petrolio, anche se dovrebbe crescere del 3,7% quest’anno, grazie alla loro ripresa in prossimità dei 70 dollari. La scoperta di questi giorni potrebbe spingere all’ottimismo con effetti già positivi sui mercati, se è vero che ieri, ad esempio, i rendimenti sovrani del regno sono precipitati di quasi 100 punti base al 3,1% per i titoli a 1 anno, di 70 bp al 2,5% per i trimestrali. E considerando che il debito pubblico risulti salito a oltre il 90% del pil nel 2017, esploso di 7 volte rispetto ai livelli del 2008, già in sé questa appare una buona notizia per Manama, che ha di recente dovuto tagliare i sussidi elargiti alla popolazione, rischiando il consenso interno per la monarchia sunnita, sinora fondato proprio su una politica assistenziale generosa, similmente a quanto accade nel resto del Golfo Persico.

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E a potersi avvantaggiare della necessità per il Bahrein di sfruttare il giacimento sarebbe l’italiana ENI, che già un anno e mezzo fa aveva ricevuto dallo sceicco Al Khalifa l’incarico di scandagliare le acque del regno alla ricerca di pozzi, dopo che nel 2015 la stessa compagnia aveva scoperto il maxi-giacimento egiziano di Zohr. Esistono, tuttavia, due problemi per il regno: le prime estrazioni non arriveranno prima dei 5 anni da oggi e alle condizioni attuali rischia di rimanere inascoltato l’appello rivolto dallo sceicco alle compagnie straniere, affinché aiutino il paese a sfruttare il giacimento off-shore. Ad oggi, infatti, i contratti petroliferi siglati appaiono penalizzanti sul piano fiscale e delle regole, rispetto agli standard internazionali. Ad esempio, le compagnie straniere sono tenute a spedire tutto il greggio estratto alla compagnia petrolifera statale Bapco, dato che legalmente tutte le materie prime appartengono allo stato. Chiaramente, è consentito per il contractor maturare un profitto, dato dalla differenza tra i prezzi giornalieri e i costo di estrazione, ma questo deve essere suddiviso con il NOGA, l’authority di supervisione del settore degli idrocarburi. Dunque, serviranno regole meno severe e tasse più basse per allettare gli investitori.

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Argomenti: Economie Asia, economie emergenti, Petrolio, quotazioni petrolio

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