Martin Wolf: Ancora quella sensazione di andare a fondo

Martin Wolf sul Financial Times commenta lo stato dell'arte dopo cinque anni dall'inizio della crisi. Alcuni paesi stanno reggendo con una "depressione contenuta", mentre la periferia dell'eurozona va a fondo. La differenza sta nelle poltiche economiche adottate.

di Carmen Gallus, curatrice Dall'Estero, pubblicato il
Martin Wolf sul Financial Times commenta lo stato dell'arte dopo cinque anni dall'inizio della crisi. Alcuni paesi stanno reggendo con una

“Sono passati quasi cinque anni da quando le turbolenze finanziarie hanno fatto irruzione in un mondo ignaro, nel mese di agosto 2007”. Così comincia l’articolo di Martin Wolf sul Financial Times, che dunque si pone delle domande su come stiano rispondendo i paesi ad alto reddito che sono stati colpiti dalla crisi. La risposta è: Male. Delle sei maggiori economie ad alto reddito (più la zona euro), solo gli Stati Uniti e la Germania sono risaliti al di sopra dei livelli precedenti alla crisi, anche se nemmeno lì c’è da essere soddisfatti. Il tasso di disoccupazione USA è più che raddoppiato, dal 4,7 per cento nel luglio 2007 al 10 per cento nel mese di ottobre 2009. Nella zona euro l’economia è stagnante e il tasso di disoccupazione è in media all’11,1 per cento.” Ma quali sono le ricette di politica economica? Le risposte sono diverse nei diversi paesi. USA, Giappone e Stati Uniti applicano politiche che tendono a compensare il cuore del problema, dato dall’eccessivo indebitamento privato, andando in deficit nel bilancio pubblico, e così favorendo la domanda e aiutando il settore privato a ridurre il debito. L’Eurozona invece, vede da una parte la Germania, che riesce a compensare tramite il surplus dei conti con l’estero, e tutti gli altri paesi in crisi che praticano inutilmente l’austerità. Ecco le parole di Wolf: “Questa congiuntura di economie stagnanti con enormi stimoli di politica economica può essere definita come una “depressione contenuta”. La spiegazione è chiara: una serie di importanti economie sono alle prese con un indebitamento eccessivo, in particolare delle famiglie e del settore finanziario. Negli Stati Uniti, per esempio, il totale del debito del settore privato è passato dal 112 per cento del PIL nel 1976 a un picco del 296 per cento nel 2008 (vedi tabella). Questo rapporto era sceso al 250 per cento entro la fine del primo trimestre del 2012, al livello del 2003… Il settore privato sta riportando ampie eccedenze di reddito sulla spesa. Negli Stati Uniti, l’equilibrio finanziario del settore privato è passato da un deficit del 2,4 per cento del PIL nel terzo trimestre del 2007 a un avanzo dell’8,2 per cento nel secondo trimestre del 2009. Questo massiccio spostamento avrebbe sicuramente causato una forte depressione se il governo non avesse voluto compensare con disavanzi di bilancio. È così che la depressione è stata contenuta.

Gli Stati Uniti sono la più importante delle economie in crisi. Ma non sono gli unici ad aver sperimentato un grande ridimensionamento del settore privato: lo stesso è nel Regno Unito. In effetti, il Fondo Monetario Internazionale prevede che i settori privati di tutti i grandi paesi ad alto reddito quest’anno saranno in pareggio o in attivo (vedi tabella). Ne consegue che questi paesi devono registrare grandi surplus delle partite correnti (i conti con l’estero, ndt) o grandi deficit del bilancio pubblico. La Germania ha degli avanzi con l’estero. Gli altri hanno dei deficit dei conti pubblici. Dal momento che è improbabile che questi grandi paesi siano in grado di avere ampi surplus delle partite correnti tutti insieme (con chi?), devono poter avere dei disavanzi del bilancio pubblico dato che il settore privato riporta enormi eccedenze. Eccedenze che, a loro volta, si spiegano in parte col bisogno di ridurre l’indebitamento, in parte per la mancanza di volontà di prendere prestiti e in parte per l’incapacità o la riluttanza del settore finanziario a concedere prestiti. Tutto questo, quindi, rappresenta i dolorosi postumi della sbronza dopo la grande abbuffata del credito. Così la vera storia continua ad essere quella del de-leveraging del settore privato, temperato dalla politica monetaria espansiva e compensato dall’indebitamento del bilancio pubblico. La volontà delle autorità di fare entrambe queste cose, nonostante le critiche insensate, ci ha impedito di vivere una seconda grande depressione e continua a farlo. L’idea che questi deficit di bilancio di grandi dimensioni stiano spiazzando la spesa privata quando i tassi sono così bassi nei paesi che hanno avuto la benedizione di essere fuori dalla zona euro, sembra davvero fantastica.” Eppure, osserva Wolf, alcuni osservatori e politici  sostengono una stretta monetaria e fiscale: “Purtroppo, le grandi economie in difficoltà non sono solo gli Stati Uniti (dove comunque l’amministrazione Obama incontra grandi difficoltà ad attuare delle politiche adeguate, come commenta Wolf nel resto dell’articolo, ndt). La crisi ha provocato anche una profonda spaccatura all’interno dell’eurozona, la seconda più grande economia del mondo. L’incapacità di risposta di quest’ultima garantisce turbolenze. I politici si preoccupano di più del “moral hazard” che della depressione. Questo porterà a un’ondata di crisi bancarie e sovrane, che si concluderanno con controlli sui cambi e disintegrazione della zona euro, e tutto questo è fin troppo plausibile… Il cuore della questione starebbe nell’accelerare il de-leveraging, promuovendo nel contempo la ripresa. Ma le politiche attualmente in vigore sono, ahimè, molto lontane dall’essere efficaci.”

Articolo originale: We still have that sinking feeling

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Argomenti: Crisi Euro

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