Maroni, lo spread, i 5 Stelle e il rischio populismo: perché i mercati appaiono sereni

Mercati apparentemente sereni sull'Italia con l'avvicinarsi delle elezioni del 4 marzo. In gioco c'è anche il futuro dell'euro, ma la preoccupazione degli investitori non traspare. Vediamo cosa succede.

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Mercati apparentemente sereni sull'Italia con l'avvicinarsi delle elezioni del 4 marzo. In gioco c'è anche il futuro dell'euro, ma la preoccupazione degli investitori non traspare. Vediamo cosa succede.

Presto per cantare vittoria, ma nonostante la corsa dei partiti alle promesse più sbalorditive e quasi tutte (se non proprio tutte) prive di coperture, i mercati finanziari non sembrano segnalare timori di rilievo sull’Italia, quando mancano meno di due mesi alle elezioni politiche del 4 marzo, che pure all’estero vedono come una sorta di “make or break” per l’intera Eurozona. I sondaggi suggeriscono che il primo partito sarebbe oggi il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, il cui candidato premier Luigi Di Maio ha da poco rinnovato la promessa di celebrare un referendum per decidere se restare nell’euro, anche se come ultima ratio. Tuttavia, per il meccanismo delle coalizioni, sarebbe il centro-destra a prevalere nettamente, in termini di seggi, restando aperta la domanda sul raggiungimento o meno della maggioranza assoluta in entrambe le Camere. Attenzione: questo sarebbe il dato odierno, ma non possiamo darlo per scontato anche per le prossime settimane. (Leggi anche: Elezioni, i quattro temi che sposteranno consensi all’ultimo minuto)

Comunque sia, al governo avrebbe molte probabilità di arrivarci una qualche forma di populismo, per utilizzare un termine molto caro alla finanza e alle cancellerie internazionali per dipingere i movimenti che propugnano politiche critiche verso l’euro, l’immigrazione e/o la globalizzazione. Se non i 5 Stelle, ai prossimi Consigli dei ministri siederebbero forse esponenti leghisti, a meno che il PD non riesca a recuperare voti e a impedire una vittoria del centro-destra. Eppure, lo spread BTp-Bund viaggia sui 155-160 punti base e i rendimenti decennali dei nostri bond sovrani a meno del 2%.

Il ritorno di Silvio non spaventa più?

Su base mensile, il differenziale con i titoli tedeschi si è espanso di una ventina di punti, mentre i rendimenti a 10 anni sono saliti di ben 30 bp. Tuttavia, tale andamento rispecchia non l’avvicinarsi delle elezioni politiche, bensì del ritiro degli stimoli monetari da parte della BCE, già dimezzati da questo mese e che probabilmente cesseranno del tutto dopo settembre. Ne sono il segno il cambio euro-dollaro intorno a quota 1,20 e lo spread con i Bonos emessi dalla Spagna, crollato in un mese da 24 a 5-6 punti. Insomma, non siamo dinnanzi a un caso Italia, per quanto i sondaggi certificherebbero lo scenario apparentemente peggiore per i mercati, ovvero la fine dei governi a marca PD, che tanto appeal hanno riscosso tra la finanza internazionale. (Leggi anche: Deutsche Bank e crisi spread: ecco cosa devi sapere)

Ma è veramente così? Le borse hanno ancora paura del possibile ritorno di Silvio Berlusconi al governo? Basterebbero alcuni commenti per capire che le cose non starebbero più messe così. L’ex direttore di Economist, quotidiano dell’establishment finanziario britannico e da sempre apertamente ostile al centro-destra italiano, Bill Emmott, ha appena definito l’ex premier “un argine al populismo”, sostenendo che egli “salverà l’Italia dal populismo”. Emmott scrisse nel 2001 che egli fosse “unfit to lead”, “inadatto a governare” e nel 2012 aveva duramente attaccato il suo esecutivo, reo di avere portato l’Italia nel baratro. Per quanto meno espliciti, anche i titoli riservati da Bloomberg per Berlusconi appaiono all’insegna della non ostilità, mentre le paure si concentrano tutte esplicitamente sui 5 Stelle.

Una riabilitazione quella di Berlusconi, che nei fatti si sta già traducendo in un non panico sui mercati, visto che per i sondaggi sarebbe il possibile prossimo “kingmaker” della politica tricolore. Piazza Affari ha guadagnato il 4,8% nel corso delle prime tre sedute dell’anno e su base mensile si mostra perfettamente in equilibrio. Non c’è fuga dalle azioni e dai bond italiani, almeno finora. E se i dubbi di chi investe si concentrano sul nome di chi guiderebbe l’Italia nel caso vincesse il centro-destra, da ieri il segnale è arrivato forte e potrebbe piacere alla finanza: Roberto Maroni.

Maroni premier?

Il governatore della Lombardia ha annunciato che non correrà per un secondo mandato “per ragioni personali” non chiare. Ha dichiarato, però, di essere “a disposizione” della politica e ha attaccato i 5 Stelle di Di Maio, definito “una Raggi al cubo”. Strano che un governatore annunci di non volere più rimanere in carica oltre il mandato e si concentri ad attaccare un avversario nemmeno diretto a Milano. Tra diversi analisti non vi è dubbio: andrà a Roma per ottenere un incarico di prestigio, nel caso vincesse il centro-destra, forse persino quello di premier. Da leghista, non potrebbe che riscuotere l’assenso di Matteo Salvini, pur indigesto, ma anche il via libera di Berlusconi e gli altri alleati, essendo stato già apprezzato ministro del Lavoro prima e dell’Interno dopo e oggi volto del Carroccio più rassicurante, pur fedele all’impostazione nordista e bossiana del movimento.

Maroni sarebbe l’equilibrio perfetto tra la necessità per il centro-destra di portare a Palazzo Chigi un volto rassicurante per le cancellerie internazionali e i mercati, senza perdere quell’inclinazione popolare su cui si giocherebbe il successo della coalizione. Insomma, Bobo sarebbe il “populista” buono contro il populismo “cattivo” pentastellato. Tra i due, i mercati non avrebbero dubbi a scegliere il primo, non fosse altro perché da ministro prima e da governatore dopo, Maroni ha dato prova quanto meno di non essere un soggetto destabilizzante e di propugnare politiche pro-mercato. La riforma Biagi si deve proprio a lui, così come quella delle pensioni di anzianità, cancellata dal successivo governo Prodi.

Che Maroni rinunci a Milano per Roma, sempre che questa sia la reale spiegazione del gesto, segnalerebbe agli investitori un altro dato, ovvero la presumibile fiducia nel centro-destra di farcela davvero. Poco importa se lo stesso prometta di cancellare la riforma Fornero, quasi dogmatica per mercati e Bruxelles. Nessuna preoccupazione se i propositi di “flat tax” e di pensioni minime a 1.000 euro vengano sbandierati senza dettagli sulla loro sostenibilità sul piano fiscale. Ormai, Berlusconi godrebbe della benedizione quasi esplicita dell’Europa, che pur di non vedersi i 5 Stelle a Palazzo Chigi è disposta a perdonare tutto al suo ex “nemico”. E finora, sui mercati sembra tregua. Quasi un risarcimento postumo a chi dovette lasciare il governo 74 mesi fa, bombardato a colpi di spread. Quel “In God’s name, go!” (“Per l’amor di Dio, vattene!”) del Financial Times rivolto a Silvio nel novembre 2011 sembra così lontano. (Leggi anche: Pensioni minime, reddito a 1.000 euro e flat tax: 3 proposte economiche di Berlusconi)

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