Grandi marchi made in Italy non brillano: Enel batte Ferrari

Il made in Italy forse non ha prezzo, ma i principali marchi che lo compongono hanno meno valore di quanto pensiamo. Soffriamo la concorrenza straniera e molti grandi brand gravitano intorno allo stato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il made in Italy forse non ha prezzo, ma i principali marchi che lo compongono hanno meno valore di quanto pensiamo. Soffriamo la concorrenza straniera e molti grandi brand gravitano intorno allo stato.

Se il made in Italy è segno distintivo nel mondo per qualità e gusto, non è detto che, a conti fatti, esso valga poi così tanto, almeno non rispetto ai principali marchi stranieri. A farci rendere conto di questo problema sono stati i numeri pubblicati pochi giorni fa da Brand Finance, che ha stimato il valore dei primi 50 marchi più grandi in Italia, trovando che esso ammonterebbe complessivamente a 94 miliardi di euro. Il brand più importante si conferma Eni con 10 miliardi, seguito da Enel con 6,5 miliardi, mentre a completare il podio è Gucci, il cui marchio di miliardi ne varrebbe 6,1.

Attenzione, parliamo del valore del marchio, ovvero di un asset in sé intangibile, non di quello in borsa delle società suddette. Scorrendo la classifica, al quarto posto si posiziona Tim con 5,8 miliardi e al quinto Ferrari con 5,5 miliardi. (Leggi anche: Tutela made in Italy: 2 proposte innovative)

Marchi made in Italy valgono meno di quelli spagnoli

In tutto, i primi 10 marchi del nostro made in Italy varrebbero quasi 53 miliardi, ovvero oltre la metà del valore complessivo dei 50 marchi studiati. Scomponendo per settori, scopriamo che l’abbigliamento di lusso con 12 marchi e 22,1 miliardi è primo, seguito da oil&gas con 2 marchi e 10,9 miliardi e dalle auto con 9,8 miliardi e 2 marchi.

Se pensate che queste cifre vadano bene, vi sbagliate di grosso. E per più di una ragione. La prima è che i principali marchi di Spagna, Francia, Regno Unito e Germania ci battono del 5%. Ora, ci sta che ci superino i brand della prima economia europea, quella tedesca, ma che lo facciano anche quelli spagnoli, ovvero di un mercato nazionale del 25% più piccolo del nostro, è cosa che dovrebbe farci riflettere. (Leggi anche: E-commerce, grande opportunità per il made in Italy)

Il nanismo del nostro capitalismo

Vero è che il valore dei marchi più grandi segnala una crescita complessiva. I primi 10 hanno registrato un aumento di 4 miliardi (+8,2%). A segnare una contrazione sono stati solo Enel (-800 milioni) e Intesa-Sanpaolo (-900 milioni), mentre Prada è rimasto invariato a 3,3 miliardi e gli altri sette sono cresciuti.

C’è un altro aspetto a doverci destare, se non preoccupazione, almeno qualche dubbio sulla capacità del nostro capitalismo di raggiungere determinate dimensioni e essere competitivo: dei primi 10 marchi per valore, 4 sono di società controllate/partecipate dallo stato o ex entità statali. Parliamo di Enel, Eni, Tim e Poste Italiane. Nel complesso, varrebbero 25,9 miliardi, cioè il 27,5% del valore totale dei primi 50 marchi italiani, nonché quasi la metà di quello dei primi 10.

Che cosa ci segnalerebbe quest’ultimo dato? Se non fosse per società oggi appartenenti allo stato o che lo siano state in passato (Tim), il nostro made in Italy si sarebbe fatto riconoscere molto meno all’estero. A consentirci di reggere il confronto con i marchi stranieri sono ex o attuali monopoli come Enel, Tim e Poste Italiane. Laddove c’è concorrenza, il nostro posizionamento arretra di molto, tranne in quei settori, come il lusso e le auto, che rispecchiano in pieno il gusto e lo stile italiani. Il nanismo del capitalismo italiano viene ancora una volta confermato dai numeri. Si fa tanto parlare di made in Italy, ma quando si passa ad analizzare i grandi marchi di cui dovrebbe comporsi, si rivela non così forte come penseremmo.

 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.