Manovra orfana di padre e madre e investitori in fuga dall’Italia

Il caso ex Ilva suona l'allarme per l'Italia, dove gli investitori fuggono per assenza di prospettive e la scarsa credibilità delle istituzioni, incapaci anche solo di scrivere una manovra finanziaria coerente.

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Il caso ex Ilva suona l'allarme per l'Italia, dove gli investitori fuggono per assenza di prospettive e la scarsa credibilità delle istituzioni, incapaci anche solo di scrivere una manovra finanziaria coerente.

La lettera inviata da ArcelorMittal al governo italiano sull’ex Ilva è stata una bomba a tutti gli effetti, con ripercussioni politiche dirompenti nei prossimi mesi. Il colosso indiano dell’acciaio ha comunicato la rescissione del contratto di affitto per l’assenza di certezze giuridiche sulla gestione degli impianti.

Ad agosto, uno degli ultimi atti del governo “gialloverde” era stato di concedere alla società altri 4 anni di immunità penale sui reati di natura ambientale, il tempo di effettuare gli investimenti necessari per disinquinare. Immunità cancellata pochi giorni fa dallo stesso Movimento 5 Stelle con il decreto ironicamente definito “Salva Imprese”.

A parte che la mancata proroga dello “scudo” penale finirà per allungare i tempi necessari per abbattere i livelli di inquinamento, specie a Taranto, il problema emerso è assai più grave: l’Italia non appare credibile agli occhi degli investitori, perché si rimangia la sua stessa parola e non dà seguito agli impegni assunti poco prima. Non è un fatto da poco. Quando si parla di clima “business friendly”, ci si riferisce non solo alle condizioni normative, fiscali e giudiziarie idonee per attrarre capitali, ma anche alla stabilità del quadro legale. Se le regole cambiano dall’oggi al domani e anche retroattivamente, nessuno si fida più e investe, fiutando il rischio di perdere denaro.

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Manovra senza anima e paternità

L’Italia sta offrendo in questa fase uno spettacolo a dir poco indecoroso. La manovra finanziaria che il Parlamento ha iniziato ad esaminare è semplicemente orfana di padre e di madre. Non si sa chi l’abbia scritta e chi l’abbia approvata, se è vero che una volta esitata dal Consiglio dei ministri è stata avversata dai suoi stessi redattori. La tassa sulla plastica doveva rappresentare la svolta “green” del governo Conte-bis, ma quando uscendo da Palazzo Chigi i ministri e i leader della maggioranza si sono accorti del clima imbufalito nel Paese, sono scoppiate le liti per “rimodularla” o finanche per cancellarla, come ipocritamente propone adesso Matteo Renzi.

Sulle auto aziendali, un altro boomerang mediatico. Le vetture concesse in uso ai dipendenti vengono sottoposte a tassazione Irpef per il 30% del loro valore, ma il governo si era prefissato di innalzare la percentuale al 100%. Le forti critiche arrivate da imprese e lavoratori hanno indotto la maggioranza al (mezzo) passo indietro. Non sappiamo se la stangata vi sarà, ma eventualmente dovrebbe fermarsi al 60%. E la tassa sullo zucchero? Avrebbe dovuto colpire anche le merendine, come “genialmente” aveva proposto il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, per finanziare l’aumento degli stipendi degli insegnanti. Ma anche qui non è stata aria e il governo ha cambiato idea.

In generale, la legge di Stabilità 2020 riflette una non maggioranza politica. Anche la precedente fu la sommatoria di proposte dei due partiti della composita maggioranza (Movimento 5 Stelle e Lega), ma almeno c’era un sottofondo di coerenza sul piano fiscale e dell’approccio alle dinamiche dei conti pubblici. Qui, siamo dinnanzi ad aumenti della tassazione che devono apparire tutto fuorché tali, a misure messe in forse un attimo dopo essere state licenziate dal Cdm. Preoccupa la fisionomia di un partito – l’M5S – capace di dire e fare tutto e il suo contrario nel giro di pochi giorni o settimane, come dimostra nitidamente il caso ex Ilva. Fin quando si buffoneggia con altri partiti in Parlamento è un conto, ma quando si minaccia l’economia con provvedimenti che disfano quelli immediatamente precedenti e che finiscono per distruggere la residua credibilità del sistema Paese, sarebbe pure l’ora di smetterla.

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