Manovra italiana bocciata, ecco perché la procedura d’infrazione contro l’Italia è un rischio per tutti

La manovra di bilancio dell'Italia sta per essere formalmente bocciata dalla UE e d'ora in avanti si apre uno scontro tra Roma e Bruxelles, che tra gli esiti possibili contempla anche la graduale dissoluzione dell'euro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La manovra di bilancio dell'Italia sta per essere formalmente bocciata dalla UE e d'ora in avanti si apre uno scontro tra Roma e Bruxelles, che tra gli esiti possibili contempla anche la graduale dissoluzione dell'euro.

Quasi certamente, oggi la Commissione europea replicherà alla lettera di risposta inviata ieri dal governo italiano sulla manovra di bilancio e con la quale il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha difeso l’innalzamento del deficit al 2,4% del pil sulla necessità di aiutare le fasce più svantaggiate della popolazione. Tutti o quasi danno per scontato che Bruxelles boccerà la manovra e chiederà a Roma di cambiarla. Poiché la maggioranza giallo-verde non mostra alcuna intenzione di farlo, molto probabilmente i commissari apriranno per la prima volta nella storia una procedura d’infrazione contro uno stato membro per deficit eccessivo. Non è mai accaduto prima e questo già in sé spiega l’importanza di quanto starebbe accadendo. La procedura d’infrazione avrebbe due esiti differenti: il governo dello stato nel mirino risponde alle richieste della Commissione e aggiusta in corsa i conti pubblici per renderli compatibili con i vincoli di bilancio comunitari; lo stato viene sanzionato al termine di un esame che durerebbe almeno diversi mesi, se non qualche anno.

Deficit strutturale e output gap, come l’Italia potrà replicare alla lettera UE sulla manovra

Ora, già il nome della procedura fa capire quanto di poco obiettivo e di molto politico vi sia in essa contro l’Italia. Il nostro Paese non sta violando affatto il tetto sul deficit al 3% del pil, avendo fissato per l’anno prossimo il target del 2,4%, meno del 2,8% della Francia o il 3,1% ancora esibito dal Portogallo lo scorso anno. Si consideri che nell’ultimo triennio Lisbona, sotto il premier socialista Antonio Costa, ha smantellato parte delle riforme economiche varate dal governo conservatore fino al 2015. Dunque, quel “eccessivo” non si regge in piedi, nemmeno se si facesse riferimento al deficit strutturale, monitorato da Bruxelles per sincerarsi delle condizioni finanziarie degli stati membri, al netto dell’andamento ciclico. L’Italia vanta un avanzo primario al 2% del pil, cioè al netto degli interessi sul debito chiuderemmo il bilancio pubblico con un extra-gettito di 2 punti percentuali. La Francia, tanto per avere un termine di paragone, segna un disavanzo di quasi l’1% ed esso si mostra cronico. Se non riusciamo a chiudere il bilancio in pareggio, è solo per l’elevata mole di interessi che ogni anno dobbiamo pagare ai creditori e che lo scorso anno si è attestata al 3,8% del pil, mentre negli anni pre-QE arrivava senza problemi a superare il 5%.

Vero, l’Italia ha un debito molto più alto della media europea con quel 131% del pil accumulato nel corso dei decenni. Tuttavia, rispetto alla Francia esso è solo di un terzo più alto, cosa che non giustifica il pagamento di interessi medi doppi rispetto a Parigi. E allora, perché il mercato pretende da noi rendimenti di gran lunga più alti di quelli richiesti a economie a noi molto simili? La spiegazione sta nella carente fiducia verso le nostre istituzioni, instabili ed erratiche e poco integrate nella plancia di comando dell’Eurozona. Insomma, ci si fida poco di noi, semplicemente perché non abbiamo governi che durano, politiche comprensibili a medio-lungo termine e non godiamo di grossa considerazione a Bruxelles. Lo abbiamo visto negli ultimi mesi: lo scambio quotidiano di battute tra Palazzo Chigi e commissari impenna lo spread. Se anziché creare un clima di tensioni, le istituzioni europee si mostrassero rassicuranti verso la sostenibilità dei conti pubblici italiani, la storia dei BTp sarebbe diversa.

Scontro con Roma rafforza Lega e 5 Stelle

E qui veniamo al grosso errore che i commissari rischiano di commettere bocciando la manovra di Roma per un pregiudizio ideologico e per una sorta di redde rationem nei confronti di un governo “ribelle”. Alimentare le tensioni sui mercati finanziari accresce sì la pressione sull’Italia, ma a differenza del 2011 oggi a Roma non esisterebbe una maggioranza granché impressionabile alle fiammate dello spread. Anzi, se allora il centro-destra si liquefece proprio sui timori di una imminente crisi del debito sovrano, Lega e 5 Stelle hanno vinto le elezioni e continuano a mietere consensi sulla rabbia di vasti ceti popolari e medi verso lo strapotere della finanza e di Bruxelles. Se lo spread esplodesse, i problemi dell’Italia sui mercati diverrebbero di tutti gli altri 18 partner dell’Eurozona. Perché il nostro Paese è troppo grande per fallire, ma anche troppo grande per essere salvato. Se cade Roma, un attimo dopo sarebbe il turno di tutte le altre capitali del Sud Europa, a partire da Lisbona e Madrid e a salire verrebbe persino il momento di Parigi.

Conviene arrivare a tanto? I commissari scommettono che la pressione sull’Italia salga a livelli così alti da mettere nell’angolo il governo Conte, senza che si abbia alcun contagio verso il resto della periferia. E c’è da giurarci che i toni da bullismo istituzionale a Bruxelles proseguiranno almeno fino a quando non lieviteranno significativamente anche i rendimenti portoghesi e spagnoli. Tuttavia, essi creerebbero le condizioni politiche perfette per garantire ai giallo-verdi la campagna elettorale ideale, all’insegna della ricerca del voto contro l’establishment europeo. I dati amministrativi del Trentino-Alto-Adige di ieri hanno inviato più di un segnale in tal senso, se è vero che persino la minoranza di lingua tedesca ha dimostrato di non accettare toni arroganti da parte di Bruxelles e dei fratelli austriaci, rispedendo al cancelliere Sebastian Kurz sia la proposta sul doppio passaporto per i tirolesi, sia la sua linea dura contro Roma sulla manovra. Insomma, dall’Alpe alla Sicilia ovunque è legnata per gli eurofili.

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Roma sulla via di Londra?

L’altro grande errore in prospettiva che i commissari stanno commettendo è di alienare l’Italia dal palcoscenico europeo nel medio-lungo termine, quasi spingendola a una sorta di destino simile a quello del Regno Unito con la Brexit. Se punisci Roma per avere alzato il deficit al di sotto del tetto massimo, mentre chiudi entrambi gli occhi e ti tappi entrambe le orecchie dinnanzi ai numeri e alle dichiarazioni provenienti dagli altri stati europei, significa che contro l’Italia nutri un pregiudizio e ritieni, con tutto il rispetto per il Portogallo, che una grande economia fondatrice della CEE possa essere bistrattata persino rispetto al trattamento ricevuto da un piccolo stato comunitario di second’ordine. Così l’euro non dura, così non va avanti nemmeno la UE stessa. Quando Francia e Germania nel 2003 ebbero bisogno di sforare il tetto del deficit, il Patto di stabilità fu reso flessibile, ironia della sorta sotto la compiacente presidenza di turno italiana a guida Silvio Berlusconi, lo stesso premier 8 anni dopo costretto alle dimissioni dallo spread, esploso tra le risate demenziali di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel.

Questo, perché le regole, piaccia o meno ammetterlo, non valgono mai per tutti in egual modo. I grandi stati e politicamente forti li piegano alle loro esigenze e si mostrano rigidi nel farle rispettare solo quando sono certi di non avere difficoltà a farlo in prima persona. L’Italia non sta chiedendo la sospensione del Patto, quanto l’utilizzo dei margini fiscali possibili nel rispetto dei vincoli da esso imposti. Che quei margini stiano per essere usati in cattivo modo – il reddito di cittadinanza equivale a buttare nel bidone della carta 10 miliardi di euro spendibili per sostenere la crescita – è altro discorso. Per caso qualcuno è andato a verificare come le banche spagnole, sostenute con 60 miliardi di euro europei (qualcuno dimentica che Madrid è stata salvata con denari anche italiani nel 2012), avessero creato gli enormi “buchi” nei loro bilanci?

Suvvia, smettiamola di fare i ragionieri e iniziamo a pensare da politici: se vuoi che l’Italia rimanga nell’euro e che continui ad essere un partner affidabile nella UE, non puoi spingerti a trattarla da reietta. Il bullismo del presidente Jean-Claude Juncker e del suo insignificante commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, appare patetico e auto-dissolutorio nello stesso tempo. Se pensano di poter alzare eternamente la voce con Roma senza subirne le conseguenze, si ritroveranno una seconda Londra. Davvero in Europa governano le scimmie, altrimenti non si spiegherebbe come a Bruxelles non comprendano che un’altra “exit” sia all’orizzonte di questo passo, quando ancora bisogna sbrigare le pratiche del divorzio con i britannici. Non è un caso che la Germania se ne stia stando in silenzio. Berlino sembra l’unica ad avere capito che l’euro rischia il naufragio. Se non interviene a calmare le acque è perché a differenza di tutti gli altri grandi stati dell’area può permettersi anche il piano B senza contraccolpi immediati per la sua economia. Il ritorno al marco tedesco per assenza di alternative in fondo non dispiacerebbe a gran parte della sua opinione pubblica.

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Crisi Eurozona, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia