Manovra di bilancio, scontro Di Maio-Tria sul deficit e perché se arriva un’altra crisi siamo fritti

La manovra fa litigare Di Maio e Tria, ma il vero problema per l'Italia sarebbe l'arrivo di una nuova recessione. Lo scenario andrebbe ben oltre la crisi dello spread già vista.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La manovra fa litigare Di Maio e Tria, ma il vero problema per l'Italia sarebbe l'arrivo di una nuova recessione. Lo scenario andrebbe ben oltre la crisi dello spread già vista.

Dentro il governo è scontro tra Luigi Di Maio e Giovanni Tria, rispettivamente ministro dello Sviluppo e dell’Economia. Il primo ha chiesto al secondo senza fronzoli di trovare le risorse per introdurre sin dall’anno prossimo il reddito di cittadinanza, altrimenti potrà pure togliere il disturbo (“un ministro serio le risorse le trova”). Il Tesoro resta inchiodato al target di un deficit all’1,6% per l’anno prossimo, doppio rispetto a quanto precedentemente concordato con Bruxelles dal governo Gentiloni, ma meno di quel “oltre il 2%” che lo stesso Salvini indicava nelle settimane scorse e certamente lontano dal limite massimo del 3%, consentito dal Patto di stabilità. I grillini sono preoccupati, perché con questi numeri non vi sarebbero grossi spazi di manovra tra le pieghe del bilancio statale. Quello 0,8% in più di disavanzo rispetto agli impegni passati offrono intorno ai 14 miliardi di risorse aggiuntive al governo, ma 12,4 miliardi serviranno solo per sventare le clausola di salvaguardia, che se scattassero dal gennaio prossimo aumenterebbero l’IVA. Dunque, resta poco e niente per tutte le altre misure.

La manovra del governo fa meno paura: BTp in rally

E così, l’altro vice-premier Matteo Salvini ha abbandonato l’idea di un taglio dell’aliquota Irpef più bassa dal 23% al 22%, visto che costerebbe 4 miliardi e lascerebbe l’esecutivo senza più margini per altre misure. Per questo, si accontenterà di avviare la “flat tax” per le sole partite IVA al 15% fino a 65.000 euro e al 20% da 65.000 a 100.000 euro. In più, pretenderà l’introduzione di “quota 100” per rendere flessibile la legge Fornero e fare andare in pensione i lavoratori possibilmente già a 62 anni di età, se muniti di una contribuzione sufficiente. Tornando a Di Maio, il suo reddito di cittadinanza costerebbe allo stato sui 10 miliardi all’anno. Troppi, date le ristrettezze. Per questo, due le ipotesi più in voga: farlo partire a metà anno, in modo da incidere di meno sulla spesa o innalzando le pensioni minime a 780 euro al mese, una sorta di assegno di cittadinanza per la terza età. Sulla prima ipotesi, tuttavia, i pentastellati non sono d’accordo, perché vorrebbero che il reddito di cittadinanza fosse realtà prima delle elezioni europee di maggio, altrimenti rischiano il flop a vantaggio dell’alleato leghista.

Le beghe nel governo e lo scenario tetro

Dietro le quinte, lavora per armonizzare il lavoro dei vari dicasteri il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Giancarlo Giorgetti, il Cardinale Richelieu della Lega. Secondo Affaritaliani.it, sarebbe riuscito a convincere Tria a innalzare il deficit-obiettivo all’1,8%, liberando così almeno 3,5 miliardi di ulteriori risorse, quante ne basterebbero per coprire l’avvio del reddito di cittadinanza, mentre il taglio delle tasse verrebbe finanziato dalla “pace fiscale” e forse anche da una sforbiciata alla giungla delle detrazioni Irpef. Alla fine, va da sé che un’intesa si troverà, perché non è interesse di nessuno fare saltare il tavolo prima delle europee, che segneranno il vero ingresso nella Terza Repubblica, con la sparizione o quasi di uno o più partiti della Seconda (PD e Forza Italia candidati a furor di popolo!). Il problema resta un altro: con un debito già sopra al 130%, “fare più deficit per abbattere il debito tra uno o due anni”, come sostiene Di Maio, sarà davvero una strategia vincente? La risposta dipende dal contesto macro dei prossimi anni. Se ci sarà crescita, anche un punto di deficit in più verrebbe riassorbito nel giro di un paio di anni, specie se stimolasse i consumi, gli investimenti e l’occupazione. Se, invece, da qui a breve vi fosse l’arrivo di una nuova crisi europea, sarebbe un guaio specie per la nostra economia.

Contro lo spread manovra a lungo termine per abbattere il debito

Nell’ultimo decennio, il rapporto debito/pil in Italia è schizzato dal 100% a oltre il 130%, meno che in altri stati, ma proprio perché disponevamo di minori margini di manovra sul piano fiscale. La Francia, ad esempio, è passata dal 55% a quasi il 100%, la Spagna dal 35% al 100% e la Germania dal 68% al picco dell’82% nel 2010, salvo essere scesa adesso in area 60%. Questi numeri ci anticipano cosa accadrebbe con una nuova recessione: l’Italia non disporrebbe più di margini per sostenere l’economia, la Germania ne avrebbe persino di più del 2008 e Francia e Spagna sarebbero quasi nelle condizioni dell’Italia di 10 anni fa. In pratica, sarebbe divorzio tra Nord e Sud in Europa, con il primo a potersi permettere una politica fiscale espansiva e il secondo no. Le distanze aumenterebbero e gli spread esploderebbero. Per questo, Mario Draghi all’ultimo board di giovedì scorso si è appellato ai governi dell’area, specie “quelli più indebitati”, affinché ricostituiscano i “cuscinetti” nei conti pubblici per consentire l’attuazione di politiche anti-cicliche. Tradotto: se non vi preparate ora che siamo in estate per l’inverno, cosa accadrà quando arriverà il freddo?

In realtà, il discorso si applica pure alla stessa BCE, visto che oggi avrebbe strumenti quasi nulli per contrastare un’eventuale recessione con effetti deflattivi, avendo già fissato tassi azzerati e continuando ad acquistare bond fino a tutto l’anno. L’appello di Draghi non andrebbe sottovalutato, proprio perché nel caso di crisi, sarebbe molto peggio di 10 anni fa. L’Eurozona non potrebbe confidare, infatti, sul sostegno della politica monetaria, così come gran parte di essa nemmeno su quella fiscale. Insomma, ci troveremmo in alto mare senza alcun salvagente e molti annegheranno, non avendo la forza di nuotare fino a riva. Avendo queste prospettive sullo sfondo, le beghe tra Di Maio e Tria sullo zero virgola di deficit quasi ci servono per distogliere l’attenzione dai brutti tempi passati e già pronti a tornare con maggiore virulenza, anche tenendo conto della molta minore pazienza degli elettori, già afflitti da un decennio di patimenti e sacrifici.

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi economica Italia, Crisi Eurozona, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia