Manovra di bilancio dell’Italia bocciata dalla UE, ma ecco come evitare la procedura d’infrazione

La procedura d'infrazione contro l'Italia non è automatica sulla manovra di bilancio bocciata dalla UE, anzi potrebbe non essere mai aperta. Ecco come si potrebbe evitarla.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La procedura d'infrazione contro l'Italia non è automatica sulla manovra di bilancio bocciata dalla UE, anzi potrebbe non essere mai aperta. Ecco come si potrebbe evitarla.

La manovra di bilancio dell’Italia per il 2019 è stata formalmente rigettata dalla Commissione europea, che ha comunicato a metà giornata la propria decisione, scontata peraltro dai mercati, tant’è che lo spread BTp-Bund ha continuato a restare in calo del 3,6% rispetto ai livelli di chiusura di ieri per la scadenza decennale, aggirandosi sui 315 punti base, con i rendimenti a 10 anni dei nostri bond a ripiegare di una decina di punti al 3,52%. I commissari hanno evidenziato come all’Italia a luglio fosse stato chiesto di ridurre il deficit strutturale dello 0,6% per il 2019, mentre questo è atteso salire dell’1%, “un fatto che si commenta da sé”, chiosa la nota. Il vice-presidente Valdis Dombrovskis non si spiega come puntare sulle proprie fragilità possa rilanciare la “sovranità economica” dell’Italia, rimarcando come nell’unione monetaria tutti gli stati membri siano tenuti a giocare secondo regole comuni e nella manovra non ci siano provvedimenti a sostegno della crescita, semmai il contrario. E il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, ribadisce che entro un paio di settimane, su mandato dei governi dell’area, la Commissione chiederà formalmente all’Italia di riscrivere la legge di Bilancio 2019.

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Si tratta dell’avvio formale della procedura d’infrazione per debito eccessivo, anzi no. In effetti, i toni di Bruxelles non sono quelli ultimativi che ci si aspettava, anche perché nelle ore precedenti all’annuncio della sua decisione in Italia qualcosa si è mosso. Il vice-premier Matteo Salvini si è mostrato disponibile a rivedere la manovra, riducendo il deficit alimentato da alcune misure, come il reddito di cittadinanza. La Lega ha successivamente smentito l’indiscrezione riportata da La Stampa, ma in effetti sembra proprio che il Carroccio apra alla revisione dei saldi, anche perché rispetto al Movimento 5 Stelle avrebbe molto meno da perdere. Il sussidio ai non occupati non sarebbe certamente un proprio cavallo di battaglia e ridurne la portata gioverebbe a placare le ire di molti dei propri elettori al nord, indispettiti dal varo di una misura di natura così assistenziale.

Dicevamo, il deficit strutturale. Trattasi del disavanzo fiscale (eccesso di spesa sulle entrate), dopo avere escluso le misure una tantum e la componente ciclica del bilancio, ossia considerando l’andamento dell’economia. Per intenderci, se l’Italia prevedesse lo stanziamento di 3 miliardi di euro in favore di un territorio, a seguito di una calamità naturale, questo denaro non farebbe parte del deficit strutturale, essendo frutto di una misura temporanea. C’è un problema per Bruxelles, cioè che non può permettersi di fare la pignola più di tanto con Roma, non fosse altro per il fatto di avere chiuso gli occhi dinnanzi alla lievitazione del deficit strutturale sotto i governi di centro-sinistra, quando è passato dallo 0,5% del 2015 all’1,7% del biennio 2017-2018. In altre parole, quella “flessibilità” tanto invocata dal governo Renzi tra il 2014 e il 2016 si è tradotta in un’impennata della spesa, tramite i svariati bonus dall’effetto benefico sostanzialmente nullo sull’economia.

Quale compromesso per evitare la procedura d’infrazione?

Possibile che i commissari abbiano scoperto tanta severità di giudizio con l’arrivo dei giallo-verdi al governo? Resta il fatto che la manovra andrà riscritta per non incorrere nell’apertura formale della procedura d’infrazione. Una precisazione: anche se la Commissione ci sanzionasse con una multa dell’ammontare massimo dello 0,5% del pil, non accadrebbe nulla di concreto all’economia italiana. Tuttavia, i mercati finanziari sono in fibrillazione su tale eventualità, perché segnerebbe uno scontro senza precedenti tra Bruxelles e uno stato comunitario e aprirebbe scenari e interrogativi inquietanti, come l’uscita dell’Italia dall’euro o persino dalla UE. Non dimentichiamoci che il referendum sulla Brexit si è tenuto nemmeno due anni e mezzo fa e ha provocato il divorzio tra Regno Unito e UE. Scordiamoci, però, che davvero si passi per una correzione di così vasta portata, come quella segnalata dai commissari in estate. Fonti ben informate da settimane sostengono che a Bruxelles basterebbe ridurre il deficit strutturale dello 0,1% rispetto a quest’anno. Al netto delle una tantum, quindi, il disavanzo dovrebbe attestarsi all’1,6% del pil, ben al di sotto del 2,4% nominale fissato dal governo.

Come recuperare un tale ammontare di risorse, stimabile in circa 14 miliardi di euro? Come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli. E l’Italia è il paese degli azzeccagarbugli. Un primo passo consisterebbe nel fare partire reddito di cittadinanza e quota 100 non da gennaio, bensì più in avanti nel corso dell’anno. Le due misure insieme costerebbero sui 16 miliardi di euro, almeno nei 12 mesi. Se entrassero in vigore, però, ad aprile, il mese precedente alle elezioni europee, tale costo si ridurrebbe già di un quarto, ossia di 4 miliardi, lo 0,22% del pil. Il deficit scenderebbe così intorno al 2,2%. Non basta. E qui entrano in gioco altri fattori, come le condizioni annesse a tali misure. Vuoi il reddito di cittadinanza? E allora devi possedere tanti e tali requisiti, che di fatto la platea dei beneficiari sarà ristretta. Se il sussidio fosse erogato per 18 mesi e non i 36 inizialmente previsti, già nel 2020 il costo risulterebbe minore, visto che parte dei beneficiari perderebbe il diritto, non cumulandosi con i nuovi beneficiari. Certo, non ci si può permettere di annacquare troppo il provvedimento, altrimenti gli elettori grillini annacqueranno i loro consensi alle urne. Lo stesso dicasi per la revisione della legge Fornero: in pensione da 62 anni di età e 38 di contributi, ma se al di sotto di una certa età anagrafica si tagliassero gli assegni in proporzione all’anticipo pensionistico goduto, si sortirebbero due effetti: il monte-assegni erogato sarebbe più basso e diminuirebbero gli stessi lavoratori che opteranno per quota 100. Se, poi, la misura fosse una tantum, ossia non valida anche per gli anni seguenti, l’intero suo costo sarebbe scomputato dal deficit strutturale.

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Infine, il capitolo privatizzazioni. In risposta alla lettera di Bruxelles, il governo aveva già garantito un monitoraggio trimestrale dei conti pubblici, con annessi interventi tempestivi a ogni scostamento eventualmente notato tra previsioni e dati reali, nonché il varo di privatizzazioni per 18 miliardi di euro, pari all’1% del pil. L’obiettivo appare ambizioso, ma basterebbe centrarlo per la metà e, fatto salvo quanto sopra scritto, il deficit nominale scenderebbe all’1,6%, la misura desiderata dalla UE per il deficit strutturale. In verità, già l’1,9% sarebbe sufficiente a calmare gli animi, trattandosi di una percentuale inferiore alla soglia simbolica del 2% e con ogni probabilità sufficiente a garantire una discesa accettabile del rapporto debito/pil per l’anno prossimo, pur scontando una crescita economica solo dell’1%, come oggi ha previsto l’OCSE per l’Italia, anziché un mirabolante +1,6% messo nero su bianco dal Tesoro. Se l’inflazione l’anno prossimo si attestasse all’1,5%, con un deficit all’1,9% il debito scenderebbe di un punto percentuale rispetto a quest’anno, pur mettendo in conto interessi sul debito superiori alle previsioni ufficiali. Con un deficit al 2,4%, quello ad oggi fissato dal governo, tale discesa sarebbe matematicamente impossibile, salvo miracoli. Una soluzione di compromesso non appare così remota, nonostante il teatrino di questi mesi, che si saremmo risparmiati con assoluto piacere. La procedura d’infrazione resta una minaccia credibile, ma dall’attivazione non così scontata.

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia, Spread