Manovra ‘del popolo’ o solita finanziaria scritta dai commissari? Ecco cosa davvero serve all’Italia per svoltare

La "manovra del popolo" ha incassato il sì condizionato della Commissione europea. Il governo Conte ha vinto o perso la battaglia contro Bruxelles? Ecco perché bisogna guardare la vicenda da un altro punto di vista.

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E alla fine, l’accordo è arrivato. Governo italiano e Commissione europea hanno lo hanno raggiunto sul piano “tecnico” l’altro ieri e Roma eviterà, almeno per il momento, la procedura d’infrazione minacciata da Bruxelles e che sarebbe stata quasi certamente votata dai capi di stato e di governo dell’Eurozona ieri. La limatura del deficit dal 2,4% al 2,04% ha accontentato i commissari. Non per fare ironia, ma alla fine è bastato aggiungere uno zero subito dopo la virgola per trovare la quadra. Lo avessimo saputo prima, ci saremmo risparmiati mesi di panico finanziario con lo spread fino a 330 punti base e rendimenti decennali fin sopra il 3,7%. Al termine della dura trattativa, entrambe le parti sembrano aver ceduto, almeno rispetto ai propositi iniziali: i due partiti della maggioranza, secondo cui il deficit al 2,4% sembrava fosse stato scolpito sulla roccia; Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, rispettivamente sorvegliante dei bilanci e vice-presidente della Commissione, i quali puntavano su un deficit ben al di sotto del 2%.

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In realtà, la sceneggiata aveva un finale già scritto. Tutti sapevano che si sarebbe arrivati con ogni probabilità al 2%, lo stretto necessario per finanziare le misure chiave della maggioranza (reddito di cittadinanza e quota 100), consentendo al rapporto debito/pil di ridursi un po’, anche a fronte di una crescita economica intorno o poco al di sotto dell’1%. Valeva la pena tanta tempesta in un bicchier d’acqua? Dipende dai punti di vista. Se l’obiettivo era portare a casa la flessibilità necessaria per rispondere alle richieste dei rispettivi elettorati, Movimento 5 Stelle e Lega sembrano averlo parzialmente centrato.

Avessero fissato il deficit sin dall’inizio al 2%, i commissari glielo avrebbero fatto abbassare di diversi decimali, rendendo ancora più blande le misure contenute nella celeberrima “manovra del popolo”.

Alla fine della giostra, Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno incassato un bottino di 21 miliardi, a tanto ammonta la differenza tra il deficit che avrebbero dovuto rispettare per l’anno prossimo, come da accordi tra Commissione e governo Gentiloni, e il 2% effettivamente fissato. Non parliamo di 21 miliardi effettivi, perché sapevano anche le pietre che lo 0,8% concordato per il 2019 sarebbe stato un target sul deficit difficilmente raggiungibile e sarebbe stato rinegoziato persino nel caso che al governo vi fosse stato il PD, pur con molta meno retorica anti-UE e a una percentuale probabilmente più bassa. Reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni incideranno sul bilancio statale per 10,7 miliardi di euro (6,1 + 4,7), rispettivamente 1,9 e 2,7 miliardi in meno delle previsioni iniziali. Quand’anche pensassimo che siano misure di stimolo all’economia italiana, trattasi di quisquilie, dei soliti zero virgola che si trasmettono da governo a governo.

Italia sotto tutela dal ’92

Sono due le chiavi di lettura di questa vicenda. La prima, di natura critica, secondo cui il governo e la maggioranza hanno dovuto calarsi le braghe per non incorrere nella procedura d’infrazione, avendo forse eccessivamente confidato in un sostegno dell’asse “sovranista” all’Italia, cosa che non è accaduto nemmeno per un millesimo, anzi. La seconda, per cui l’Italia sarebbe riuscita a suo modo a ritagliarsi uno spazio di intervento sui conti pubblici e per la prima volta da chissà quanti anni a sostegno delle fasce della popolazione più deboli. C’è del vero nell’una e nell’altra tesi, anche se entrambe perdono di vista il dato più importante: l’Italia è sotto tutela dell’Europa sin dal crollo della Prima Repubblica.

Il governo Amato nell’estate del 1992 entrava nei conti correnti degli italiani con un prelievo forzoso, cosa che sarebbe impensabile tutt’oggi in qualsiasi altro stato comunitario, e non solo.

Pochi mesi dopo nasceva il primo governo tecnico, presieduto dall’ex governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. Fu il segno che per rassicurare i mercati e l’Europa stessa dopo che la lira era uscita dallo SME per effetto di un attacco speculativo ai suoi danni, Roma avesse dovuto sostituire i politici screditati da tangentopoli con tecnici “compiacenti”. Sarà ricordato essenzialmente per la riscrittura delle regole sugli accordi negoziali per il lavoro, al fine di contrastare l’inflazione. Dopo la breve parentesi del governo Berlusconi nel 1994, è la volta di un secondo governo tecnico, stavolta presieduto dall’ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale, Lamberto Dini, ministro del Tesoro proprio del Cavaliere. Resterà nella storia per la famosa riforma delle pensioni, la più completa di sempre nel nostro Paese e modello di riferimento per il resto del mondo, ancorché troppo graduale.

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Il fallimento della Seconda Repubblica

Da allora, destra e sinistra si sono alternate quasi equamente sul piano temporale, esitando governi inconcludenti e sempre impopolari a fine mandato. Perché? Nessuna delle due coalizioni, al loro interno eterogenee, è riuscita in due decenni a ritagliarsi un’autonomia sufficiente in politica economica, rispetto ai diktat europei. Sulle ragioni, possiamo discutere a lungo. Di certo, quando all’Italia fu concesso di entrare nell’euro nel 1998, la Germania acconsentì, chiudendo un occhio sul nostro immenso debito pubblico di circa il doppio del limite massimo consentito del 60% del pil, a patto che rispettasse le regole del Patto di stabilità senza fiatare. Questo fu l’accordo e a questo tutti i governi della Seconda Repubblica hanno dovuto tenere fede. Il centro-destra lo ha fatto con maggiore insofferenza, ragione per cui la sua popolarità nel Paese è stata sempre grosso modo più alta del centro-sinistra, che guidato da Romano Prodi – europeista fino al midollo, tanto da riuscire a presiedere la Commissione dal 1999 al 2004 – non ha mai messo in seria discussione le regole europee, anzi vi si è appellata costantemente nel tentativo di ancorarvi la propria visione economica, caratterizzata da tasse alte e controllo permeante del settore privato da parte dello stato.

A fine 2011, i tecnici a Roma ritornano nelle vesti di Mario Monti, economista europeista e già commissario al Mercato. Sarà un anno e mezzo di salasso per i contribuenti, tra ripristino dell’IMU sulle prime case, l’inasprimento sulle seconde, le stangate sulle auto di grossa cilindrata, sulle imbarcazioni, l’imposta di bollo sui conti bancari, la Tobin Tax, i limiti al contante, i blitz mediatici contro i commercianti furbi e lo spionaggio dei conti correnti. L’economia collassa, ma tanto chiedeva l’Europa, che la domanda interna venisse tagliata per rendere l’Italia più competitiva. Vi sembra il quadro di una nazione realmente sovrana? Non lo è certamente nessuna nel senso pregnante del termine in una unione monetaria e un mercato unico come rispettivamente l’Eurozona e la UE. Tuttavia, alcuni stati sono più sovrani di altri, nel senso che riescono a fare valere le proprie ragioni con maggiore facilità. Vedasi la Francia di Macron di queste settimane.

Tra Francia e Italia lo spread è di credibilità

Serve una riforma delle istituzioni

Fuori da ogni complottismo, la menomazione di cui soffre l’Italia è politica. Ha istituzioni inadeguate, una “governance” scadente, per dirlo con un’espressione tanto in voga nei contesti finanziari e nei consessi internazionali. Da quando Angela Merkel governa la Germania, si è dovuta confrontare con 7 premier e 8 governi italiani, in pratica uno ogni 18 mesi. Vi pare che sia credibile una nazione, che passa da un governo all’altro in così poco tempo e cambiando anche radicalmente impostazione politica di volta in volta? Un interlocutore è ritenuto affidabile, quando è in grado di garantire una traiettoria, giusta o sbagliata che sia. Ma se so già che un premier tra uno o al massimo due anni non ci sarà più, non prendo nemmeno in considerazione le sue richieste, perché la statistica mi dice che tra non molto mi troverò a trattare con un successore dalle vedute politiche molto differenti, per cui non ha senso perdere tempo ad ascoltare.

La sovranità nazionale l’Italia non l’ha perduta a Bardonecchia, ma ben prima 

All’Italia servirebbe una riforma delle istituzioni alla francese, magari attenuando i tratti monarchici della presidenza e garantendo maggiore poteri di incisività al Parlamento. Questo è il vero spread tra Roma e Parigi, che si traduce in una nostra minore affidabilità percepita pure sui mercati, dove il debito francese viene rifinanziato a costi mediamente dimezzati rispetto a quello italiano, nonostante vi abbiamo già dimostrato come le condizioni finanziarie e fiscali della Francia possano giudicarsi persino peggiori delle nostre. Ci sarà mai una maggioranza in grado di varare una riforma costituzionale seria e non di parte, come quelle bocciate dagli elettori nel 2006 e nel 2016, che vada nel senso di garantire all’Italia stabilità politica e una maggiore qualità delle sue istituzioni? Se considerate che la prima costituente in era repubblicana risale all’era Craxi negli anni Ottanta, ci sarebbe ben poco da stare fiduciosi. E fino a quando non capiremo che grossa parte delle nostre disgrazie sia dovuta alla debolezza dei governi, a Roma nelle mani delle corporazioni e dei voltagabbana di turno, costretti ad arrancare e privi di lungimiranza, e a Bruxelles praticamente ignorati per la breve durata attesa, non andremo davvero da nessuna parte. Continueremo a scrivere manovre finanziarie sotto dettatura di Bruxelles e indipendentemente che sia cosa buona o meno, è il segno di una perdita di dignità nazionale, che ben si trasmette in uno spread alla greca e in una condizione permanente di stato sotto tutela.

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