Manovra, bocciatura UE in arrivo aprirà le dighe della speculazione sui BTp e l’euro rischia davvero

L'euro è più a rischio di quanto pensiamo con la crisi dello spread dell'Italia. E la Commissione europea non capisce che sta giocando con il fuoco della speculazione.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'euro è più a rischio di quanto pensiamo con la crisi dello spread dell'Italia. E la Commissione europea non capisce che sta giocando con il fuoco della speculazione.

Quando ancora i mercati erano aperti, il commissario al Bilancio, Guenther Oettinger, twittava che la Commissione europea boccerà la manovra di bilancio dell’Italia, salvo qualche ora dopo rettificare, sempre con un tweet, che la sua sarebbe stata solo una sensazione personale. La risposta dei due vice-premier Luigi Di Maio e Matteo Salvini è stata dura e immediata: “il commissario Oettinger si morda la lingua tre volte prima di parlare”. E così, dopo qualche giorno di pausa, le frizioni tra Roma e Bruxelles riprendono ai massimi livelli. E che avvengano nel corso delle contrattazioni, non consentendo agli investitori di digerire e valutare bene la portata delle dichiarazioni, conferma quanto sosteniamo da tempo: la Commissione europea punta allo sfascio o inconsapevolmente spinge l’euro nel baratro. La ridda di insulti, sentito dire e attacchi contro uno stato membro, non nuova a dire il vero, ma che si sta intensificando negli ultimi mesi, ha come risultato l’alienazione del popolo italiano dalla UE. Un sondaggio dell’Eurobarometro ha trovato che nel caso di referendum, solo il 44% degli italiani voterebbe con certezza per restare nella UE, una percentuale nettamente inferiore al 66% della media europea. E, però, il 65% dei nostri connazionali resterebbe favorevole all’euro, un fatto che non contraddice quanto sopra, semmai rafforza quello che scriviamo, ovvero che l’Italia sarebbe stanca dei commissari e dei loro diktat.

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Oggi stesso, probabilmente prima della mezzanotte, Bruxelles invierà a Roma una lettera con la quale solleciterà all’Italia un aggiustamento in corsa alla manovra. E’ evidente che i commissari e i loro funzionari sottoposti non la abbiano nemmeno letta, se non per titoli, visto che avrebbero avuto appena 36 ore di tempo per esaminarla insieme alle finanziarie di altri 18 stati dell’Eurozona, mostrandosi già in grado di esprimere un giudizio con tanto di contestazioni formali scritte. Siamo allo scontro frontale tra il governo comunitario e uno stato membro, i cui esiti appaiono indecifrabili e al contempo rischiosissimi. Non sono passati nemmeno due anni e mezzo da quando un simile atteggiamento di sfida di Bruxelles portò alla vittoria dei “Leave” al referendum sulla Brexit nel Regno Unito. Roma non è Londra, molto peggio. Se il mix di frustrazione diffusa e di crisi perenne dovessero spingere il governo italiano a indire anche informalmente una consultazione popolare sulla permanenza nella UE, già il solo fatto che il quesito venisse sottoposto in uno degli stati fondatori farebbe venire giù tutto. Se, infine, il risultato fosse anche avverso a Bruxelles, sarebbe la fine della costruzione europea, non solo dell’euro.

I rischi di un azzardo poco ponderato

Possibile che i commissari non si rendano conto dell’azzardo? La realtà è molto più miserevole. L’élite che governa le istituzioni comunitarie da decenni sta ingaggiando la lotta finale contro il vento “populista” per tentare di salvare sé stessa prima delle elezioni europee del maggio prossimo. Serve creare un clima di panico e fare sprofondare l’Italia in condizioni finanziarie disperate per mettere sull’attenti gli elettori di tutti gli stati membri e, in particolare, dell’Eurozona. Lo spread a 300 punti è poca roba per Jean-Claude Juncker e i suoi tirapiedi, deve lievitare fino a livelli insostenibili, così da costringere il governo Conte ad alzare bandiera bianca. Se non lo facesse? Qui, la situazione rischia di sfuggire di mano, perché il “piano B” di cui si discute sottotraccia a Roma non sarebbe l’uscita dall’euro tout court, quanto l’emissione di una moneta fiscale, i cosiddetti “minibot”, di cui vi abbiamo fornito ampie spiegazioni anche nei giorni scorsi.

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In sostanza, il Tesoro direbbe ai commissari quanto segue: “sapete che c’è? Il deficit lo riduco dei decimali che volete voi e senza rinunciare a una sola misura inserita nella manovra”. Il finanziamento di capitoli come reddito di cittadinanza avverrà emettendo certificati di credito fiscale, che consentiranno ai possessori di compensare il pagamento delle imposte. Miliardi di liquidità sarebbero iniettati nel sistema e all’impatto non sarebbero deficit, da conteggiare come tale solo alla scadenza dei titoli stessi, allorquando la compensazione con le imposte corrisponderebbe a un minore gettito fiscale”. Un simile scenario aprirebbe un nuovo fronte di guerra con l’Europa, perché né la BCE e né la Commissione accetterebbero mai che tali strumenti vengano adottati, valutandoli in contrasto con l’euro quale unica moneta possibile circolante nell’area. I mercati prenderebbero nota e ci bombarderebbero ancora di più a colpi di spread, fiutando l’uscita dall’euro.

Lo spread c’entra poco con i conti pubblici

Un tale disastro per qualche decimale di deficit in più rispetto ad accordi fasulli tra governo Gentiloni e Bruxelles? Possibile che l’euro venga realmente minato alle basi per una differenza di 5-6 miliardi tra i desiderata dei commissari e quelli di Roma? A quanto pare, sì. C’è in gioco la sopravvivenza di una classe eurocratica auto-refenziale e indisponibile al compromesso con stati di second’ordine come l’Italia. Ormai, è palese che lo spread non sia frutto tanto di percorsi fiscali differenti tra stato e stato, altrimenti qualcuno dovrebbe spiegare come mai la Spagna, che ha lo stesso rapporto debito/pil della Francia, paghi i suoi decennali il doppio di Parigi. E qualcun altro dovrebbe interrogarsi come sia possibile che i Bund continuino a rendere negativamente fino a scadenze medio-lunghe e offrano appena lo 0,5% per il tratto a 10 anni, quando in Germania l’inflazione si attesta ormai da mesi al 2%.

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Certo, gli investitori premiano in questa fase di tensioni i famosi “porti sicuri”, già ma da cosa? Dal rischio di “break-up” dell’euro, evidente. Nessuno comprerebbe mai Bund, rimettendoci denaro di tasca propria, se non percepisse il rischio reale della scomparsa dell’euro da qui a qualche anno. E l’Italia non paga i suoi BTp il quadruplo dei titoli francesi per 35 punti di debito in più, quanto per la lampante disparità di peso politico che sussiste tra Roma e Parigi. I mercati non compiono calcoli maniacali su deficit e debito, non sono burocrati nullafacenti alla corte di Bruxelles, ma guardano alla sostanza delle cose e capiscono che l’Italia emette debito in una moneta che non controlla, mentre così non è per gli stati “core” dell’area, che utilizzano il peso politico per influenzare le scelte sia dei commissari che della stessa BCE, alla faccia della sua presunta indipendenza assoluta dai governi. Tutti intuiscono che se la Germania volesse che i tassi scendano, i tassi scenderanno. E viceversa. La Francia si tiene ben stretta all’alleato tedesco per apparire in cabina di regia e rassicurare i mercati, perché in fondo così nasce il progetto della moneta unica, da un compromesso franco-tedesco per cui Parigi avrebbe avallato la riunificazione delle due Germanie e Berlino avrebbe rinunciato al suo potente marco.

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Stando così le cose, l’Italia potrebbe anche presentare credibilmente una legge di Stabilità che imponga immediatamente il pareggio di bilancio, ma i mercati non azzererebbero lo spread né con i Bund, né con i titoli francesi. Perché se ti indebiti in una moneta che non è soggetta ai tuoi fondamentali e che nemmeno controlli, puoi essere fiscalmente responsabile quanto vuoi, ma alla banca centrale emergeranno sempre gli interessi degli stati più forti. Qualcuno eccepirà che negli ultimi anni sembra che sia stata la Germania a finire in minoranza a Francoforte, contrarissima al “quantitative easing” e all’azzeramento dei tassi. Sarebbe così, se non capissimo che quella in corso da almeno un quadriennio sia stata una recita a soggetto, per cui i tedeschi hanno finto opposizione formale a stimoli concordati sin dal 2012 in sede europea, in cambio del Fiscal Compact. Lo ha chiarito da tempo senza peli sulla lingua l’ex premier Mario Monti, che quegli accordi li sottoscrisse. In sostanza, a noi lo zuccherino di breve periodo per consentirci di tagliare il deficit senza dover chiedere un salvataggio internazionale, alla Germania il vero bottino con l’imposizione di politiche di lungo termine.

Sia chiaro, solo un compromesso che vada nel senso della responsabilità fiscale e al contempo della copertura dei rischi sovrani da parte della BCE renderebbe l’euro ancora un progetto sostenibile. Esso si troverebbe eventualmente solo dopo le europee, ma non è detto che ci si arrivi mai, se da qui ad allora la crisi dello spread degenerasse e travolgesse tutto. L’invito di Draghi ad abbassare i toni ha retto 96 ore e aveva creato i presupposti per riportare un minimo di calma sui mercati. Alla fine, ha prevalso l’istinto distruttivo degli apparati tronfi di sé, la cui ottusità mentale è pari a quella della monarchia francese alla vigilia della rivoluzione nel 1789. L’unica legge che essi conoscono è quella della subordinazione al loro potere sempre meno limitato e che prescinde dalle reali condizioni di vita di larga parte della popolazione nel continente. Siamo al redde rationem e non si vede all’orizzonte alcun freno alla speculazione finanziaria contro i bond italiani, perché su di essa confidano apertamente gli oppositori del governo giallo-verde, nella speranza che la fase populista sia solo una parentesi tra un servilismo e l’altro a Roma. Una delle parti ha già sbagliato i conti. E se fosse stata Bruxelles, la moneta unica sarebbe più a rischio di quanto crediamo.

E se la Commissione UE sotto sotto tifasse Salvini per salvare l’euro?

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