Made in Italy: immigrati indispensabili per l’agricoltura al Nord, cosa succederebbe senza di loro?

Sono gli stranieri a trainare il settore agricolo al Nord, senza di loro il Made in Italy rischierebbe di scomparire.

di Chiara Lanari, pubblicato il
Sono gli stranieri a trainare il settore agricolo al Nord, senza di loro il Made in Italy rischierebbe di scomparire.

La “balla” degli stranieri che rubano il lavoro sembra essere dimostrata soprattutto nel settore dell’agricoltura dove proprio il 37% arriva da paesi esteri, percentuale che copre un 57% al Nord. Il Made in Italy, insomma, rischierebbe di scomparire senza la manodopera degli immigrati e ciò è ancora pur vero nelle regioni settentrionali dove sono gli stranieri a fare da traino. Lo studio, che dimostra i dati in oggetto, è stato condotto dall’Unione italiana dei lavoratori agroalimentari e pone l’accento sulla manodopera straniera negli allevamenti e nel settore agricolo non senza dimenticare che molti di questi lavoratori sono privi di coperture previdenziali.

La mappa del lavoro agricolo in Italia spaccata in due

Come accade per la politica e il mondo del lavoro, l’Italia è ancora spaccata in due. E’ al nord che gli immigrati trainano il Made in Italy, senza di loro, secondo i dati dello studio in oggetto, la situazione sarebbe critica. In Piemonte, ad esempio, su 32mila lavoratori 20mila sono stranieri con contratti stagionali o a giornata, percentuali altissime in città come Verona (69%), Mantova (58%), Cuneo (74%), Bolzano (81%) e via dicendo dove la manodopera straniera è molto rilevante nel settore agricolo e negli allevamenti. Se al Nord le cifre sono considerevoli, nelle regioni del Centro (Toscana, Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo) la percentuale resta intorno al 50% mentre al Sud la questione si ribalta e su 10 braccianti/operai almeno 8 sono italiani.

Al Sud situazione opposta

Sempre al Sud sono collocati la maggior parte dei dipendenti agricoli che sommati insieme sono superiori a quelli del Nord e del Centro (secondo i dati Inps 2016). A La Repubblica Stefano Mantegazza, segretario generale di Uila ha infine spiegato che, “Malgrado la nuova legge sul caporalato sia entrata in vigore a fine 2016, è bastato il solo annuncio di una stretta sul lavoro nero a provocare una corsa alla regolarizzazione. Tra il 2014 e il 2016, le giornate lavorate in agricoltura sono passate da 76 a 81 milioni, con una crescita del 6,7 per cento. E anche il numero di lavoratori occupati è cresciuto del 3,6 per cento”.

Leggi anche: Pensionati favoriti dalla crisi, a pagare sono stati i lavoratori dipendenti

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia

I commenti sono chiusi.