L’unico accordo possibile tra Italia e Commissione sui conti pubblici passa dalla BCE di Draghi

Tra Italia e Commissione europea serve un accordo, uno scambio definitivo per porre fine alla prospettiva di una nostra uscita dall'euro. Senza un compromesso che passi per la BCE, il ritorno alla lira sarà nei fatti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Tra Italia e Commissione europea serve un accordo, uno scambio definitivo per porre fine alla prospettiva di una nostra uscita dall'euro. Senza un compromesso che passi per la BCE, il ritorno alla lira sarà nei fatti.

Lo spread sopra i 300 punti segnala la spia dei mercati finanziari sul possibile deterioramento dei rapporti tra Italia e Unione Europea, che ben più velocemente di quanto ci si possa aspettare ci porterebbe fuori dall’euro. Chi investe i denari dei clienti nel mondo sta prendendo atto che un’economia in eterna stagnazione e che a distanza di 10 anni non è riuscita a uscire dalla potente crisi finanziaria globale avrebbe poche chance di continuare sulla strada percorsa sinora, perché di anno in anno, di recessione in recessione e con livelli di disoccupazione giovanili ancora al 30% il sostegno politico alla costruzione dell’euro è già in buona parte venuto meno e specie tra i più giovani sembra destinato ad arretrare ulteriormente. Senza una immediata accelerazione dei tassi di crescita del pil, un recupero dei livelli produttivi e dell’occupazione, l’addio dell’Italia all’euro sarà nei fatti. Non ci sarà retorica pro-UE che tenga, perché i comuni mortali non vivono di chiacchiere da cerimonie ufficiali o conferenze lautamente retribuite, bensì di lavoro e se non possono mettere insieme pranzo e cena, se non riescono a programmare le loro vite oltre l’oggi, non esiste scenario catastrofico che possa intimorirli, semplicemente perché lo vivono già sulla loro pelle.

Il compromesso necessario per salvare l’Italia e l’euro passa da Commissione UE e BCE

La Commissione europea si mostra da molto tempo ottusa e insensibile verso la questione Italia. Il nostro Paese non è sede di grandi virtù pubbliche, oberato da un debito sovrano mostruoso e accumulato in decenni di spandi e spendi – si badi bene – messo in atto dagli stessi governi d’impronta europeista, che adesso si spacciano per la soluzione ai nostri mali storici, quando ne sono stati la causa. Il settore pubblico è ipertrofico e impedisce la crescita dell’economia, disincentivando gli investimenti a colpi di burocrazia inutile e tenendo alta la pressione fiscale, visto che qualcuno dovrà pure pagare oltre 3 milioni di stipendi della P.A.

Alti interessi e bassa crescita i guai italiani

Tuttavia, il debito dell’Italia da un paio di decenni a questa parte non è più alimentato da un eccesso di spesa, visto che il Tesoro riesce ogni anno a chiudere il bilancio statale con un avanzo primario, ossia con entrate eccedenti le uscite, senza tenere conto degli interessi sul debito. Nel 2017, ad esempio, il saldo è stato positivo dell’1,5% del pil, anche se il deficit finale si è attestato al 2,3%, essendo stato necessario pagare interessi per un totale di 65,6 miliardi di euro, pari al 3,8% del pil. Ieri, vi abbiamo mostrato in un altro articolo che mediamente i debiti sovrani del Sud Europa costano ai rispettivi contribuenti l’1% in più di quelli del Nord Europa. Perché? I mercati finanziari non si fidano di Roma e Madrid come di Berlino o Parigi. Tante le ragioni di questa “discriminazione”, una delle quali ha a che fare con i fondamentali: l’euro per il sud è una moneta troppo forte e per il nord è troppo debole. Senza meccanismi di redistribuzione della ricchezza all’interno dell’Eurozona, il primo sarà condannato alla stagnazione, il secondo crescerà più agevolmente di quanto non farebbe con una moneta che ne rispecchiasse le economie.

La crisi di fiducia verso l’Italia è la maledizione che auto-alimenta il debito pubblico

A meno di non scontare riforme economiche in sé impopolari nel breve periodo, che passano per una compressione della domanda interna al fine di recuperare competitività e di colmare così il “gap” che ci separa dal nord, l’unica soluzione per tornare a crescere a ritmi compatibili con la piena occupazione sarebbe il ritorno alle monete nazionali. Ecco cosa starebbero scontando parzialmente i mercati, sebbene ancora non ci credano davvero fino in fondo, come dimostrano i rendimenti a breve relativamente bassi e l’assenza di contagio sul fronte spread nel resto della periferia.

L’accordo possibile, ma ancora improbabile

In realtà, una soluzione di compromesso esisterebbe tra l’Italia e la Commissione e sarebbe uno scambio tra politica fiscale e politica monetaria. Torniamo ai dati sopra accennati. L’Italia resta in deficit (contenuto) per due ragioni essenziali: non cresce e paga interessi troppo alti. Se avessimo già recuperato i livelli di pil perduti dal 2007, a parità di spesa pubblica avremmo già raggiunto il pareggio di bilancio. Se, poi, pagassimo interessi più bassi sul debito, saremmo persino in surplus o più realisticamente lo utilizzeremmo per sostenere l’economia domestica, attraverso tagli alle imposte e/o un potenziamento degli investimenti pubblici, entrambi volani per la crescita. Niente di tutto questo si rivela possibile alle attuali condizioni. Non solo: la sofferenza patita da un’ampia fetta della popolazione per la stagnazione strutturale in cui versa l’Italia da decenni ha creato una domanda politica di assistenza, a cui inevitabilmente bisogna rispondere, reddito di cittadinanza o meno. L’instabilità dei governi sotto la Seconda Repubblica è figlia non solo della carente governance istituzionale, bensì pure e, soprattutto, della costante insoddisfazione degli elettori verso le politiche attuate nel corso delle varie legislature, perché senza crescita, non c’è occupazione vera che si crei e senza lavoro non c’è pace sociale.

I mercati bocciano Juncker e premiano Draghi

Dunque, Matteo Salvini e Luigi Di Maio dovrebbero presentarsi a Bruxelles, in qualità di leader politici della maggioranza e proporre ai signori commissari il seguente accordo: “Volete che l’Italia risani le sue finanze pubbliche e tenda davvero al pareggio di bilancio? Bene, allora dovete consentirci di crescere, ovvero di destinare maggiori risorse ai capitoli di spesa che possano sostenere la nostra economia. Per farlo, senza gravare sui conti pubblici, dovete permetterci di pagare interessi strutturalmente più bassi”. I commissari si straccerebbero le vesti, urlerebbero e ridacchierebbero in faccia ai due, sostenendo che i tassi li fissi il mercato. Ma Salvini e Di Maio dovrebbero essersi preparati bene il discorso già da Roma e a tali osservazioni risponderebbero: “No, signori. I mercati giudicano i debiti sulla base della percezione del rischio. E la percezione del rischio dipende dalla capacità di crescita di un’economia e dalle rassicurazioni istituzionali sulla solvibilità del debito. Se la BCE segnalasse di non permettere mai che uno stato dell’Eurozona andasse in default, i tassi crollerebbero in un solo istante nel sud. E pagando meno interessi, avremmo miliardi da spendere per crescere e rendere l’euro un progetto realmente condiviso dai cittadini, nonché da utilizzare per abbattere il disavanzo fiscale”.

Lontani da una soluzione

Quante sono le probabilità che Bruxelles accetti una simile proposta di accordo, a cui sta lavorando da mesi proprio il ministro delle Politiche europee, Paolo Savona? Pressoché nulle. La Germania guida un ampio fronte dei contrari all’istituzionalizzazione della BCE come prestatore di ultima istanza, temendo che Francoforte finisca per monetizzare i debiti sovrani e per incentivare il lassismo fiscale da un lato e l’inflazione dall’altro. Che l’Italia s’impegnasse ad abbattere il deficit, in cambio di una normalizzazione dei tassi sul mercato non gioverebbe granché alle sue argomentazioni. In fondo, sotto il “quantitative easing” abbiamo pagato rendimenti nulli sui BTp, eppure nemmeno i governi europeisti di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni hanno utilizzato quei margini offertici dalla BCE per tagliare il deficit, optando per l’aumento della spesa.

E’ altrettanto vero, però, che 3 anni e mezzo di QE non sono bastati a ridurre a sufficienza gli interessi complessivamente pagati dall’Italia, che continuano ad ammontare a una quota di bilancio doppia rispetto a quella della Francia. L’abbattimento dovrebbe essere strutturale e non temporaneo, affinché i conti pubblici beneficino di un sollievo significativo e negli anni consentano la riduzione più veloce del rapporto debito/pil. Non esiste motivo reale per cui un decennale italiano debba offrire il 3-3,5% e uno tedesco appena lo 0,5%. Bisogna chiarirsi una volta per tutte che se siamo nell’euro ed emettiamo debito nella stessa valuta, spread così elevati non solo non sono tollerabili sul piano politico, ma appaiono destabilizzanti su quello finanziario, finendo per costringere le economie più deboli a pagare di più per offrire ai propri cittadini servizi uguali o persino più carenti.

Senza visibili benefici, gli elettori hanno iniziato a interrogarsi se valga davvero la pena restare in un’unione monetaria, che assume da tempo ormai le sembianze di una gabbia. Sarebbe come se lo stato italiano si indebitasse a costi più alti per offrire servizi al sud e più bassi per il nord, con il Meridione ad essere travolto dai debiti e il Settentrione a correre economicamente, senza che sussistesse alcun meccanismo solidale per trasferire parte dei benefici dalle aree ricche a quelle povere. Il Paese non si terrebbe in piedi. E questa fine rischia l’euro, con commissari e banchieri centrali quasi certamente a reagire per l’ennesima volta calciando il barattolo sul marciapiedi e semmai pensando di risolvere il tutto con un prosieguo degli stimoli monetari, necessario solo a far rifiatare l’Italia di pochi mesi. Non aspettiamoci soluzioni definitive, tranne che le elezioni europee stravolgano lo scenario politico e mettano Berlino e Francoforte dinnanzi alla scelta tra l’ottusità mentale o la trasformazione dell’euro in una valuta realmente irreversibile e benefica per tutti.

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Argomenti: austerità fiscale, Bce, Crisi del debito sovrano, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia, Fiscal Compact, Mario Draghi