L’ultimo sparo col bazooka di Draghi servirà a sostenere la ripresa o a cos’altro?

Mario Draghi ha vinto le resistenze dell'asse franco-tedesco dentro la BCE e ha varato gli ultimi stimoli monetari del suo mandato. Ma non serviranno quasi certamente a sostenere la ripresa dell'inflazione e dell'economia nell'Eurozona.

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Mario Draghi ha vinto le resistenze dell'asse franco-tedesco dentro la BCE e ha varato gli ultimi stimoli monetari del suo mandato. Ma non serviranno quasi certamente a sostenere la ripresa dell'inflazione e dell'economia nell'Eurozona.

Ci sono state quattro rilevanti novità all’ultimo board della BCE di questo giovedì appena trascorso. Anzitutto, i tassi sui depositi “overnight” sono stati tagliati di altri 10 punti base al -0,50%. Secondariamente, per non gravare eccessivamente sui margini delle banche, è stato introdotto un sistema di “tiering”, cioè una parte della liquidità in eccesso (per il mese di ottobre, pari a sei volte le riserve obbligatorie) viene esentata dai tassi negativi, una misura che eviterebbe il salasso per il sistema bancario nordeuropeo.

Terzo, vengono ripristinati gli acquisti di assets netti con un secondo round di “quantitative easing” da 20 miliardi di euro mensili e per tutto il tempo che servirà per sostenere la ripresa dei prezzi nell’Eurozona. Quarto, le nuove aste T-Ltro, che si terranno da questo mese e fino al marzo 2021 con cadenza trimestrale, erogheranno prestiti della durata massima di 3 anni, anziché i 2 anni precedentemente annunciati.

Queste misure serviranno davvero a garantire che l’economia dell’Eurozona accelererà il passo, allontanandosi dalla recessione? Molto dubbio. Tra il marzo del 2015 e il dicembre scorso, la BCE ha acquistato titoli per un controvalore di 2.600 miliardi di euro, mentre ha pompato liquidità a pioggia alle banche con aste Ltro prima e T-Ltro (prestiti mirati) dopo. Le sole italiane hanno così ottenuto 250 miliardi di finanziamenti a costi sostanzialmente nulli. E i tassi di riferimento dal 2014 sono stati gradualmente azzerati e abbassati in territorio negativo quelli overnight. Il cambio euro-dollaro, che prima della crisi finanziaria mondiale era arrivato a 1,60 e che ancora nel maggio 2014 si attestava a poco meno di 1,40, si è indebolito fino a un minimo prossimo alla parità a inizio 2017, risalendo ad oggi in area 1,10.

Malgrado tutto ciò, l’economia dell’Eurozona è sì cresciuta, ma senza fare scintille, a parziale eccezione del 2017, quando ha sorpreso positivamente un po’ tutti con un +2,5%, il ritmo più alto dal 2007. E l’inflazione, ufficialmente la ragione del varo di questi nuovi stimoli, è rimasta depressa, lontana dal target di poco inferiore al 2%, quasi a segnalare che di fondo qualcosa non starebbe funzionando sul mercato dei beni e dei servizi, cioè che la domanda interna rimarrebbe tiepida nell’area.

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Effetti modesti dei super stimoli di Draghi

Non possiamo sapere cosa sarebbe accaduto all’Eurozona senza quelle misure non convenzionali della BCE. Sarebbe scivolata stabilmente in deflazione e andata in dura recessione? Probabile. Fatto sta che hanno già dato. Pensate per caso che 20 miliardi di QE2 faranno di più o anche solo quanto fecero al loro tempo i 60-80 miliardi del QE1? E che il mini-taglio dei tassi overnight riuscirà nell’intento di smuovere il credito in favore di imprese e famiglie, quando tra il 2011 e il 2016 è stato abbassato di ben 115 punti base? E che le ennesime aste T-Ltro non serviranno semplicemente a far calciare il barattolo alle banche, rinviando di qualche anno la restituzione dei prestiti alla BCE?

Un grosso effetto, a dire il vero, gli stimoli di Draghi lo hanno avuto in questi anni: il crollo dei rendimenti sovrani. Gli stati dell’area non hanno potuto perlopiù aprire i cordoni della borsa, disponendo di scarsi o nulli margini fiscali. Per loro ci ha pensato Francoforte. Facendo sgonfiare le curve delle scadenze, ha consentito ai governi di rifinanziarsi sui mercati a costi molto più bassi del passato, spendendo meno miliardi per servire i rispettivi debiti sovrani e ritagliandosi così qualche spazio di manovra o per ridurre i deficit o per spostare altrove le voci di spesa, a sostegno delle economie.

Ma anche su questo fronte siamo arrivati, se non al limite, vicinissimo ad esso. La stessa Italia vede ormai il proprio decennale offrire meno dell’1%, mentre Spagna e Portogallo hanno quasi del tutto azzerato il costo su questa scadenza. Più giù di così appare difficilissimo che si scenda. Semmai, l’ultimo sparo col bazooka di Draghi servirà a mantenere le attuali condizioni ultra-favorevoli sui mercati, consentendo ai governi di accumulare risparmi su risparmi e utilizzarli per proseguire l’opera di risanamento fiscale e/o per dare un minimo sostegno alle loro economie in pieno rallentamento.

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La pessima eredità di Draghi

Saranno pure un’aspirina somministrata a un paziente ricoverato in codice rosso, eppure senza rischierebbe dolori insopportabili. Immaginate come andrebbe l’Italia, che a crescita zero dovrebbe spendere 10-20 miliardi di euro in più all’anno solo per gli interessi sul debito. Non solo sforeremmo il tetto al deficit del 3% del pil, ma i mercati ci prenderebbero ancora più di mira, data la sproporzione tra velocità di crescita del debito e quella dell’economia. Analogo il discorso un po’ per tutto il Sud Europa e la Francia.

E così, quella di Draghi si mostra una pessima eredità, non certo per colpe sue. Lascia un’unione monetaria con gli stessi problemi che aveva trovato al suo insediamento, semplicemente anestetizzati da un ottennato di droga monetaria. E non è riuscito nell’intento che si prefigge da anni, vale a dire a convincere la Germania a utilizzare i margini fiscali di cui gode da un lato e ad accettare le riforme dell’Eurozona per completare la costruzione dell’euro. Spetterà a Christine Lagarde cercare di fare punti laddove il predecessore ha fallito.

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