Bassa inflazione incubo delle banche centrali: si dovranno rassegnare?

Inflazione sempre bassa in America ed Europa, nonostante la crescita economica acceleri. Come mai le banche centrali non riescono a centrare gli obiettivi?

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Inflazione sempre bassa in America ed Europa, nonostante la crescita economica acceleri. Come mai le banche centrali non riescono a centrare gli obiettivi?

Domani è il grande giorno atteso dai mercati. Prende il via il simposio delle banche centrali a Jackson Hole, nel Wyoming, organizzato come ogni anno dalla Federal Reserve. E’ l’appuntamento più importante sul piano finanziario di questa estate, perché grazie ad esso potremmo ricavare maggiori informazioni sulle prossime mosse degli istituti sulle loro politiche monetarie. In particolare, è atteso l’intervento del governatore della BCE, Mario Draghi, sempre più colto dal dilemma se rispondere all’accelerazione della crescita economica nell’Eurozona con l’annuncio di un imminente ritiro progressivo degli stimoli (“tapering”), oppure se attendere ancora, prima di compiere un simile passo, essendosi l’euro rafforzato di diversi punti quest’anno contro le principali valute del pianeta e lasciando intravedere un indebolimento delle prospettive future dell’inflazione nell’area.

La crescita tendenziale dei prezzi a giugno e luglio è stata dell’1,3% nell’Eurozona, mentre negli USA è salita all’1,7%. In entrambi i casi, si tratta di tassi inferiori ai rispettivi target, ormai non centrati, se non sporadicamente, da 4-5 anni.

Gli economisti parlano da tempo di “lowflation”, ovvero di bassa inflazione strutturale, un fenomeno tutt’altro che passeggero e che sarebbe sconnesso dalla crisi di quest’ultimo decennio. Se avessero ragione, le banche centrali starebbero sbagliando analisi, ovvero continuerebbero a credere che i prezzi nelle economie avanzate tenderebbero a stagnare per effetto della crisi finanziaria e poi economica esplosa nel 2008, mentre le cose sarebbero più complesse. (Leggi anche: Banche centrali alzeranno target d’inflazione, ecco le ragioni)

Inflazione legata alla crescita

Partiamo da un’analisi elementare: l’inflazione viene (spesso, erroneamente) collegata allo stato di salute di un’economia. Se il pil cresce, la disoccupazione scende e le famiglie consumano – questo è il ragionamento – aumenta la domanda interna, che spinge in alto i prezzi.

Viceversa, nel caso di crisi. Infatti, quando un’impresa non riesce più a trovare facilmente trovare lavoratori per rispondere a un incremento delle vendite, ha davanti a sé due alternative: alzare i salari offerti o aumentare i prezzi. Nel primo caso, aumentando i costi, salirebbero di conseguenza anche i prezzi. Dunque, in qualsiasi scenario, nel caso di crescita economica, dovrebbe registrarsi un’accelerazione dell’inflazione.

E come mai, nemmeno a fronte di un aumento del pil intorno al 2% presso gli USA e l’Eurozona quest’anno, l’inflazione nelle due economie tende a stabilizzarsi rispettivamente poco sotto il 2% e poco sopra l’1%? La risposta potrebbe riguardare due processi mondiali concomitanti: la globalizzazione e il progresso tecnologico. (Leggi anche: Eurozona, crescita pil accelera: cosa farà la BCE?)

L’influenza di globalizzazione e tecnologia

Con l’apertura dei mercati al resto del mondo, le imprese subiscono una concorrenza non più nazionale o regionale, bensì globale. Ciò crea pressioni ribassiste sui costi di produzione, anche attraverso processi di delocalizzazione della produzione o di sostituzione dei mercati di importazione dei fattori produttivi e dei semi-lavorati. Il resto lo farebbe la tecnologia, che abbattendo i costi di produzione, rende disponibili come mai prima beni e servizi a prezzi bassi, creando al contempo un mercato virtuale globale nel quale competono milioni di imprese di tutto il mondo. (Leggi anche: Bassa inflazione, ecco come la tecnologia ha battuto le banche centrali)

Stando così le cose, le banche centrali starebbero sbagliando approccio alla “lowflation”, considerandola sintomo di una patologia, quando sarebbe la condizione con la quale dovrebbero abituarsi ad avere a che fare forse per i prossimi decenni. D’altra parte, basta guardare ai dati sull’inflazione nelle principali economie degli ultimi 35 anni per capire che con i primi venti di globalizzazione economica si registrerebbe un decremento progressivo nei tassi di crescita annuali dei prezzi.

Quale reazione delle banche centrali?

Come dovrebbero reagire le banche centrali a quella che ormai in tanti definiscono “new normal”? In questa fase, siamo ancora dinnanzi alla mancanza di presa di coscienza del possibile nuovo contesto in cui si muoverebbero i prezzi.

Pertanto, per anni ancora assisteremo probabilmente a tentativi di stimolare l’inflazione con stimoli monetari e tassi di interesse ai minimi. Il Nobel per l’economia, Paul Krugman, suggerisce persino di alzare i target d’inflazione almeno al 3%, perché solo così si surriscalderebbero le aspettative sui mercati, a loro volta decisive per i livelli reali. (Leggi anche: Krugman: banche centrali puntino a un’inflazione del 3%)

Una simile opzione appare quanto meno singolare: come si convincerebbero famiglie e imprese a pensare che i prezzi nell’Eurozona saliranno del 3% nel medio termine, quando la BCE non è stata in grado di centrare più il suo target di poco inferiore al 2% sin dalla primavera del 2013?

Target d’inflazione più bassi?

Se i ragionamenti appena esposti sulla “lowflation” si dimostrassero veritieri, le banche centrali non potrebbero continuare a ignorare i fatti, rischiando altrimenti di perdere di credibilità sui mercati. Perseguire tassi d’inflazione senza centrarli per anni e anni equivarrebbe ad ammettere di non essere in grado di realizzare gli obiettivi fissati di politica monetaria, cosa assai pericolosa per un istituto. Da qui, la possibile futura fissazione dei target a livelli più bassi, compatibili con gli scenari macro reali. Per ipotesi, la BCE potrebbe abbassare il’inflazione-obiettivo nel range dell’1-1,5%, anche se ciò non sarebbe ipotizzabile da qui ai prossimi anni.

Chiaramente, anche i tassi d’interesse non tornerebbero più ai livelli degli anni passati, dovendosi adeguare a un contesto di crescita dei prezzi più bassa. Questo significa che le strette presso i principali istituti non porterebbero a tassi nominali dei livelli pre-crisi. Serviranno anni per prendere atto della realtà, anche perché alla prossima recessione economica o all’eventuale ripiegamento dei mercati finanziari, le banche centrali reagirebbero esattamente replicando e potenziando le misure in atto.

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