Lotta sul deficit tra Di Maio e Tria, il compromesso necessario contro un’altra tempesta finanziaria

Sul deficit al 2,4% è scontro nel governo tra Movimento 5 Stelle e Tesoro, mentre la Lega sta più in disparte, sebbene sia costretta a sostenere gli alleati.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Sul deficit al 2,4% è scontro nel governo tra Movimento 5 Stelle e Tesoro, mentre la Lega sta più in disparte, sebbene sia costretta a sostenere gli alleati.

Tra il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e quello allo Sviluppo, Luigi Di Maio, è scontro campale sul deficit. Il primo vorrebbe tenerlo all’1,6% per l’anno prossimo, il secondo alzarlo al 2,4% del pil. Sembrano decimali insignificanti, ma fanno la differenza. Se a vincere il braccio di ferro fosse il primo, il rapporto debito pubblico/pil nel 2019 scenderebbe verosimilmente di quasi un punto percentuale e mezzo, altrimenti intorno a mezzo punto. Nel primo caso, il segnale che verrebbe lanciato ai mercati finanziari sarebbe di sostenibilità e affidabilità, nel secondo di preoccupazione. E qualsiasi fibrillazione per i BTp non porta bene al Tesoro, perché accresce il costo da sostenere per rifinanziare il debito in scadenza ed emetterne di nuovo. Per intenderci, se la curva dei rendimenti salisse mediamente di 100 punti base (1%) nel 2019, dovremmo accantonare quasi 4 miliardi in più solo per onorare il debito, cioè ci mangeremmo oltre lo 0,2% del pil, circa un quarto del “gap” che separa le istanze di Di Maio da quelle di Tria.

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Bisogna trovare un compromesso accettabile tra l’esigenza di tornare a crescere a ritmi più sostenuti e quella di farlo senza sfasciare i conti pubblici. Solo così potremmo evitare il declassamento del rating da parte delle agenzie di valutazione, S&P e Moody’s per prime. L’Italia è a un paio di passi dal giudizio “junk” o “spazzatura”, quello che ci farebbe precipitare nel baratro, visto che automaticamente svariati fondi d’investimento e la stessa BCE non potrebbero più acquistare per mandato i nostri BTp. Ci ritroveremmo con la media di 350-400 miliardi di debito all’anno da rifinanziare con una domanda istituzionale letteralmente crollata, pur parzialmente rimpiazzata dagli acquisti dei fondi speculativi, che certo non rappresenterebbero uno scenario confortante, in termini di stabilità finanziaria per l’Italia.

Come mai la lite tra i due ministeri è degenerata ieri pomeriggio, quando ad allora sembrava accordo fatto con un deficit all’1,8-1,9%? Il Movimento 5 Stelle ha alzato la posta in gioco e per una ragione semplice: non può accettare che provvedimenti come il reddito di cittadinanza vengano annacquati, altrimenti rischia un flop alle prossime elezioni europee. Nei fatti, la Lega di Matteo Salvini starebbe vincendo la battaglia sulla revisione della legge Fornero e otterrebbe qualche taglio all’Irpef per le partite IVA e all’Ires sugli utili delle imprese reinvestiti (non chiamiamola “flat tax”), per cui occorre ai grillini mostrarsi capaci di tenere testa all’alleato sempre più ingombrante e popolare, sondaggi alla mano.

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Al netto della disattivazione delle clausole di salvaguardia, ossia dello stop all’aumento delle aliquote IVA rispettivamente al 24% e all’11,5% dal gennaio prossimo, a disposizione del governo resterebbero 16 miliardi di euro con un deficit al 2,4%, anziché allo 0,8%, come programmato dal precedente esecutivo. Togliendo le spese indifferibili, il margine si abbasserebbe a una decina di miliardi, da dividersi tra reddito di cittadinanza e revisione della Fornero. La sforbiciata alle tasse si coprirebbe con la “pace fiscale”, mentre qualche taglio ai ministeri allungherebbe le risorse disponibili per le due misure clou. Insomma, Lega e M5S arriverebbero alle europee entrambe soddisfatte per avere iniziato a realizzare concretamente le promesse elettorali. Ma se i mercati non ce lo consentono? Se chi ci presta i soldi ci dice che non si fida e pretenderà interessi più alti per finanziarci?

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Questo è il cruccio di Tria, anche se il mercato avrebbe scontato già nei mesi scorsi un deficit intorno al 2,5% per l’anno prossimo. Tuttavia, servirebbe raffreddare la temperatura attorno allo spread, in modo da navigare con maggiore serenità nei mesi dell’uscita dagli stimoli monetari della BCE e beneficiando magari di una riduzione dei costi del debito, rispetto ai livelli estivi, specie se il differenziale di rendimento con i decennali tedeschi dovesse stringere sotto i 200 punti base. Il problema resta politico: se i grillini rinunciassero al reddito di cittadinanza, i cui effetti sull’economia italiana rischiano di essere disastrosi, dirottando risorse verso gli investimenti, Europa e mercati potrebbero darci l’ok. Anzitutto, perché gli investimenti accrescono il potenziale produttivo di uno stato e, quindi, favoriscono la crescita futura, quella che ci serve. Si pensi a un collegamento viario, che consente con più rapidità alle merci di spostarsi in direzione dei mercati di sbocco, riducendo i costi delle imprese e rendendo il Made in Italy più competitivo. Inoltre, trattasi di spese una tantum, per cui più rassicuranti.

Per capirci, se dico che porto il deficit al 2,4% dall’1,6% di quest’anno per finanziare misure assistenziali è una cosa, se lo faccio per sostenere un piano di investimenti è un’altra. Nel primo caso, si tratterebbe di aumentare la spesa corrente, per cui il maggiore deficit sarebbe strutturale, mentre nel secondo temporaneo, visto che gli investimenti escono dai bilanci come spesa, una volta realizzati. L’M5S non accetterà mai questo scambio, essendosi spinto molto oltre con la promessa del reddito di cittadinanza. Alla Lega andrebbe più che bene, tutelando altri interessi elettorali, ma sa che l’accordo di governo siglato a maggio contempla le istanze dell’uno e dell’altro partito e che entrambi si sono impegnati a lasciare mani libere all’altro (vedasi capitolo immigrazione). Insomma, più che una guerra di Di Maio a Tria, quella sul deficit si conferma come la partita che stanno giocando grillini e leghisti per realizzare i rispettivi programmi senza nulla cedere all’altro. Non è un caso che il Carroccio si mostri più morbido verso il Tesoro e insofferente verso le bordate di Rocco Casalino contro i funzionari di Via XX Settembre.

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia, Spread