Lotta ai cambiamenti climatici con ‘green bond’, scontro in BCE tra Lagarde e Weidmann

BCE divisa sull'uso dei "green bond" per lottare contro i cambiamenti climatici. Dietro allo scontro tra il governatore Christine Lagarde e la Bundesbank si cela una "guerra" per il dominio di Francoforte.

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Il clima mette zizzania dentro la BCE, o meglio è la lotta ai cambiamenti climatici a provocare serie discussioni a Francoforte. Il neo-governatore Christine Lagarde si è detto favorevole a sostenere il mercato dei “green bond”, le obbligazioni verdi sempre più popolari nel mondo, tanto che quest’anno le emissioni dovrebbero attestarsi o anche superare il controvalore di 250 miliardi di dollari, in netta crescita dai 170 del 2018.

Entro il 2021, dovrebbe essere infranta la barriera dei 1.000 miliardi. Si tratta di titoli del debito, emessi da società private, banche e governi, i cui proventi sono destinati ad apportare miglioramenti sul fronte delle emissioni inquinanti, ossia ad essere investiti per disinquinare o inquinare meno.

Il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, non l’ha presa bene, sostenendo pubblicamente che non sia compito della politica monetaria discernere tra le varie tipologie di bond e risolvere una questione come l’inquinamento, che spetta ai governi. Il tedesco si rifà al Trattato di istituzione della BCE, che in effetti non prevede nulla di tutto ciò. Egli si mostra impensierito della piega che l’istituto potrebbe prendere sotto la francese, quando ancora non si sono spente le polemiche sulla politica monetaria condotta dall’italiano Mario Draghi negli otto anni appena trascorsi. A poche settimane dalla conclusione del mandato, la tedesca Sabine Lautenschlaeger si è dimessa con quasi due anni e mezzo di anticipo da consigliere esecutivo per protesta contro le ultime decisioni del board.

Più che i “green bond” in sé e l’ambita lotta ai cambiamenti climatici, a preoccupare Weidmann e i suoi alleati della Mitteleuropa, olandesi e austriaci in testa, è la sensazione che la BCE stia sfuggendo del tutto di mano alla Germania. Dal varo di misure non convenzionali alla dilatazione dei poteri è stato un attimo. Adesso, le banche centrali principali di tutto il mondo si considerano onnipotenti, ma ciò mette a rischio la stessa efficacia delle loro azioni, come dimostra il flop nel centrare i rispettivi target d’inflazione di questi anni.

Bundesbank in minoranza anche nell’era Lagarde?

Da Weidmann e altri membri del board in minoranza nell’era Draghi si levano rivendicazioni per una BCE capace di costruire un consenso più ampio sulle decisioni da assumere.

Il rischio che la Germania percepisce consiste in votazioni del board a maggioranza, anche risicata, ignorando le pur numerose voci contrarie. Sarebbe un incubo per la Bundesbank, che dal 2011 ha visto gradualmente ridurre il proprio potere di indirizzo prima e di veto dopo, risultando quasi ininfluente nell’ultima fase del mandato di Draghi.

Né la BCE può seriamente ipotizzare di lasciare all’opposizione paesi, che pur essendo numericamente in minoranza, rappresentano gran parte dell’economia dell’Eurozona. Le sole Germania, Austria e Olanda, ad esempio, fanno circa il 40% del pil dell’area. Eppure, Lagarde ha quasi sfidato nei giorni scorsi Berlino, quando ha dichiarato che la Germania, per quanto importante, sia pur sempre uno dei 19 stati. Come ad avvertire la Bundesbank che non accetterà alcun potere di veto e che sarebbe pronta a metterla in minoranza, ove servisse.

Rispetto al recente passato, poi, al momento la banca centrale tedesca non può nemmeno più confidare troppo nelle azioni di “moral suasion” del suo governo federale, sempre più paralizzato e indebolito dalla crisi di consenso apparentemente senza arresto dei partiti che lo compongono. La cancelliera Angela Merkel attende semplicemente il pensionamento e se non ha ancora compiuto il tanto atteso passo indietro è solo per l’assenza di un erede credibile alla guida dell’esecutivo. E così, Weidmann, che ha dovuto ingoiare il boccone amaro della rinuncia alla BCE, adesso si ritrova in compagnia di altre voci critiche verso l’operato dell’istituto, ma consapevole che la regola del “uno vale uno” nel board sarà applicata dalla Lagarde per mortificare gli sforzi dei suoi già annunciati oppositori interni.

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