L’oro non brilla, primo semestre in rosso e prospettive incerte

L'oro scende ai minimi da 7 mesi e nemmeno le tensioni internazionali di questi mesi lo scaldano. Vediamo perché.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'oro scende ai minimi da 7 mesi e nemmeno le tensioni internazionali di questi mesi lo scaldano. Vediamo perché.

Le quotazioni dell’oro sono scese oggi ai minimi dal dicembre scorso, toccando i 1.238,19 dollari l’oncia, risalendo nella tarda mattinata sopra i 1.246 dollari. Il primo semestre ha chiuso in rosso del 3,8%, rispecchiando il rafforzamento del dollaro, che nello stesso periodo ha messo a segno un rialzo del 2,9%. E proprio il super-dollaro sta contribuendo a deprimere le quotazioni auree, che sono espresse nella divisa americana e che automaticamente diventano più care per gli acquirenti non-USA. Il resto lo sta facendo la lievitazione dei rendimenti sovrani “benchmark”, ovvero dei Treasuries, i cui decennali quest’anno sono passati dal 2,41% al 2,86% in 6 mesi, mostrando un guadagno di quasi mezzo punto percentuale. Essendo l’oro un asset senza cedole, risente negativamente dell’aumento dei rendimenti obbligazionari.

Nemmeno Kim Jong-Un scalda l’oro, ecco perché

Eppure, non che mancherebbero le ragioni per comprare. Il timore più grande riguarda una possibile guerra commerciale tra le potenze economiche del pianeta, scatenata dai dazi dell’amministrazione Trump. Preoccupante appare, in tal senso, l’indebolimento dello yuan, che oggi ha oltrepassato il tasso di cambio di 6,7 contro il dollaro, perdendo già oltre il 2% quest’anno, ai minimi da 11 mesi. La valuta cinese è un driver per i prezzi delle commodities, visto che la Cina è la più grande economia in forte crescita, pur in rallentamento da qualche anno, nonché ormai principale importatrice di petrolio e consumatrice di oro al mondo. Più debole lo yuan, minori i consumi di materie prime da parte dei cinesi, nonostante la classe media in crescita nel Dragone asiatico stia compensando i minori consumi in India.

Oro tra tensioni e “lowflation”

Come sappiamo, l’oro si presta a diversi impieghi: è un bene di investimento per le fasi finanziarie turbolente; protegge contro la perdita del potere di acquisto della moneta; è un vero bene di consumo (gioielleria) e viene utilizzato anche per scopi industriali, come la produzione di prodotti tecnologici. In sostanza, risente un po’ di tutte queste dinamiche, oltre che chiaramente dell’offerta globale, in aumento del 3% nel primo trimestre, così come gli impieghi tecnologici del periodo hanno segnato un rialzo del 4% e gli acquisti delle banche centrali di ben il 42%, a fronte di una domanda per gioielleria stabile. Risultato: domanda globale in calo su base annua del 7%.

In effetti, nonostante i timori per l’economia mondiale, l’inflazione non sembra attecchire in misura preoccupante negli USA e anche nell’Eurozona resta contenuta, mentre in altre grandi economie, come il Giappone, appare lontana dall’obiettivo del 2%. E si consideri che i tassi sono attesi in rialzo un po’ in tutto il mondo nei prossimi trimestri, ponendo fine a un decennio di allentamento monetario senza precedenti. Le tensioni internazionali non mancano, ma sembrano non essere ancora in grado di offuscare i dati macro, ovvero il clima di bassa inflazione (“lowflation”) e crescita insoddisfacente, noto anche come “goldilocks”. E il petrolio, dopo essere arrivato quasi a raddoppiare di prezzo in circa un anno e mezzo, toccando gli 80 dollari l’oncia, sembra non spingersi oltre. Il caso Iran e il tracollo del Venezuela stanno pesando come rischi al rialzo, ma l’intervento promesso dell’OPEC per compensare i possibili cali di produzione sta agendo in senso opposto. E questo non scalda l’oro.

Perché il caro petrolio paradossalmente deprimerebbe le quotazioni dell’oro

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Argomenti: Crisi materie prime, Oro