L’oro ha fatto meglio dell’euro, ecco perché questo asset non passa mai di moda

L'oro ha protetto l'economia italiana dall'inflazione più dell'euro. I dati dall'Unità d'Italia ad oggi parlano chiaro.

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Inflazione spenta in Italia ai tempi della lira agganciata all'oro

Tra pochi mesi, l’Unità d’Italia compie 160 anni. Il nostro stato unitario ha ancora una vita relativamente giovane rispetto a potenze come Francia e Spagna. In un certo senso, questa è la ragione di tanti squilibri ad oggi risolti, a cominciare dal divario economico tra nord e sud. Perché 160 anni possono sembrare tantissimi, ma se ci fate caso neppure fanno il doppio della longevità media di un abitante della Terra di oggi. Quando l’Italia divenne un unico regno, vi siete mai chiesti quanto valesse 1 lira? Quasi 5 euro di oggi. La perdita del valore di acquisto in questo lungo periodo è stata, quindi, del 958.110%, pari a un tasso medio annuo d’inflazione di quasi il 6%.

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Ma i prezzi al consumo non si sono evoluti in maniera lineare. Tutt’altro. Pensate che tra il 1861 e il 1914, alla vigilia della Grande Guerra, erano risultati cresciuti di appena il 22%, pari a un ritmo annuo medio di meno dello 0,4%. Invece, tra il 1914 e il 1939, alla vigilia dell’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, erano aumentati del 354%, cioè 16 volte più velocemente e in meno della metà degli anni. Il peggio sarebbe arrivato proprio negli anni Quaranta, con tassi d’inflazione a tre cifre. Tra il 1939 e il 1970, alla vigilia di un altro evento traumatico per la lira italiana, vale a dire la fine dell’ordine monetario post-bellico noto come Bretton Woods, l’incremento sfiora il 9.500%. Nell’ultimo mezzo secolo, invece, “frena” a un più contenuto 1.800%.

Vi chiederete cosa avesse tenuto così bassa l’inflazione nei decenni successivi all’Unità d’Italia e cosa, al contrario, l’abbia sostenuta nell’ultimo secolo.

La risposta è racchiusa in una parola: oro. Fino alla Prima Guerra Mondiale, la Banca d’Italia non stampava lire a piacimento, ma sulla base dell’oro posseduto tra le riserve. Il sistema del “gold standard” garantì alle economie di crescere in assenza di inflazione, cioè ordinatamente. Con le guerre nacque l’esigenza dei governi europei di stampare moneta per finanziare le imprese militari, con la conseguenza che l’aggancio all’oro divenne per loro troppo stretto. Di lì in poi, il sistema monetario internazionale cercava un modo per affrancarsi parzialmente dall’oro senza perderne la stabilità garantita al potere di acquisto delle monete.

Dal Bretton Woods al caos monetario

Nel 1944, venne trovata una nuova sintesi con la fissazione delle parità tra le valute degli stati rientranti nell’orbita occidentale e il dollaro, con quest’ultimo a sua volta legato all’oro da un rapporto di 35 dollari per oncia.

Indirettamente, tutte le valute dell’Europa dell’Ovest, Canada, Australia e Giappone risultavano agganciate all’oro. I tassi d’inflazione post-bellici crebbero contenuti e le economie si svilupparono anche grazie al commercio mondiale. Dopo la fine di Bretton Woods, sancita dagli USA di Richard Nixon per l’impossibilità di garantire la convertibilità del dollaro in oro per via delle alte spese militari americane del periodo, la situazione cambiò. Complice l’impennata delle quotazioni petrolifere negli anni Settanta, l’inflazione tornò a galoppare in molti stati, tra cui l’Italia, fino ad almeno la metà degli anni Ottanta. Solo la successiva marcia di avvicinamento all’euro ha consentito alla lira di stabilizzarsi contro le altre valute e ai nostri prezzi di crescere a ritmi molto più moderati. Senonché, con l’ingresso dell’Italia nell’euro, l’inflazione è scesa a un tasso annuo medio dell’1,6% negli ultimi 20 anni.

Per quanto questo dato sia molto positivo, esso resta quattro volte più alto di quello segnato dal nostro Paese nell’oltre mezzo secolo successivo all’Unità. La stabilità garantita ai prezzi dall’oro risulta essere stata, quindi, superiore a quella dello stesso euro, pur confrontandosi due periodi del tutto diversi per condizioni socio-economiche e geopolitiche.

Ma il dato che emerge con nitidezza è che il sistema aureo aveva consentito agli italiani di godere di un potere di acquisto stabile per diversi decenni, nel corso dei quali la nostra economia si sviluppava.

Con la fine di quel sistema e il via libera sfrenato alle stamperie della banca centrale, la stabilità dei prezzi venne meno. E non solo in Italia. Basti pensare all’iperinflazione vissuta dalla Germania tra il 1923 e il 1924. Quel flagello, che condusse dritti al nazismo, sarebbe stato impossibile sotto il sistema aureo. E questo non vuole essere un semplice ripasso di storia, quanto un avvertimento in tempi di “new normal” monetario, con le banche centrali occupate a iniettare liquidità sui mercati in quantità senza precedenti. Ad oggi, hanno mancato l’obiettivo di stimolare l’inflazione, ma il rischio che essa si riaffacci con tutti gli arretrati è più reale che mai.

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