L’opposizione al governo sovranista sarà dura sui temi per Berlusconi e Renzi

Il governo che sta per nascere è considerato "populista" e "sovranista", ma chi lo ha preceduto si è comportato spesso in modo del tutto simile. Sarà dura per gli avversari fare opposizione credibile.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il governo che sta per nascere è considerato

Il governo di Lega e 5 Stelle che sta per nascere avrà due opposizioni portanti in Parlamento: PD e Forza Italia. La prima sarà dura, senza sconti e la seconda, in teoria, più “benevola”, dato lo scambio in corso tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi su temi come Mediaset e le rassicurazioni del leghista all’ex premier sui ministri-chiave. Anche Fratelli d’Italia dovrebbe restare all’opposizione, ma va da sé che le pregiudiziali più “ideologiche” al governo giallo-verde arriveranno da democratici e azzurri, tutti intenzionati a farsi rimpiangere dai rispettivi elettori. Non sappiamo quanto durerà la legislatura, ma di una cosa possiamo essere ragionevolmente certi: lo scontro politico avverrà lungo i binari del sovranismo contro i difensori della società aperta, della globalizzazione e del libero mercato. Sul fallimento della coalizione Lega-5 Stelle scommettono apertamente Matteo Renzi e anche Berlusconi.

Tuttavia, quando si scenderà dai dibattiti ideali sul sesso degli angeli e si passerà ad esaminare provvedimento per provvedimento, PD e Forza Italia avranno armi spuntate contro il nuovo governo. Vi chiederete perché. Risposta semplice: l’uno e l’altra, ognuno a modo suo, ha negli anni funto da precursore del populismo e ha alimentato l’euro-scetticismo, pur difendendo formalmente la nostra appartenenza all’unione monetaria più per assenza di alternative e per non indispettire lo status quo acquisito.

Partiamo dagli azzurri. Improvvisatisi difensori delle istituzioni comunitarie alle scorse elezioni, hanno lisciato il pelo alla pancia dell’elettorato, proponendo sin dall’avvio della scorsa legislatura la doppia moneta per salvare capre e cavoli, restando nell’Eurozona e allo stesso tempo sganciandosi da essa. Fino all’estate scorsa, il Cavaliere presentava come fattibile la moneta fiscale, che altro non sarebbe che i “minibot” proposti dall’economista leghista Claudio Borghi per iniettare liquidità nel sistema economico senza apparentemente impattare sul deficit. Forza Italia, ancor prima che se ne facesse interprete il governo Renzi, da almeno un quindicennio invoca flessibilità fiscale, definendo “stupido” il tetto del deficit al 3% del pil. I toni dell’ex premier verso le politiche di austerità non sono stati meno severi di quelli utilizzati da Salvini di recente. Il cambio di rotta è avvenuto solo negli ultimi mesi, quando il Cavaliere ha recitato il ruolo di difensore dell’Europa contro i populisti per ottenere la benedizione di Bruxelles e presentarsi agli occhi degli italiani come accreditato presso le cancellerie europee, quelle che lo stesso non nascose mai da capo del governo di attaccare. Come non ricordare il “Kapò” rivolto all’allora ignoto eurodeputato socialdemocratico Martin Schulz?

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Le vere basi del populismo

Renzi non è stato da meno. Ha trascorso due anni e mezzo a chiedere e ottenere flessibilità fiscale, attaccando veementemente i commissari nell’ultima fase del suo governo a fini di lotta politica interna. E sulle crisi aziendali, il suo PD non ha mostrato, aldilà delle parole, sostanziali difformità dalla linea reclamata dai sovranisti. MPS è stata nazionalizzata; Alitalia è stata commissariata e non rivenduta ai privati dopo 13 mesi, con il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, che avrebbe cercato negli ultimi tempi di appiopparla alla Cassa depositi e prestiti; su TIM il governo Gentiloni ha inviato la Cdp per sottrarre la compagnia ai francesi di Vivendi e ricondurne la rete al controllo dello stato; sull’Ilva, lo scontro tra Calenda e il governatore pugliese, Michele Emiliano, ha paralizzato la trattativa.

Per non parlare del PD pre-renziano, che ha fatto per anni campagna contro la flessibilità del mercato del lavoro, pur avendo avallato nel 2014 proprio il Jobs Act, il provvedimento che ha smontato l’art.18, tabù storico per la sinistra. Come potranno i Matteo Orfini e gli Andrea Orlando inveire contro l’esecutivo, nel caso in cui irrigidisse le normative sui licenziamenti? E come potranno farlo, se alzeranno la voce a Bruxelles per ottenere margini di manovra sul deficit, quando è stata esattamente la loro posizione di questi anni? E non suonerebbe ipocrita, se il Tesoro utilizzasse la Cdp per riportare Alitalia sotto il controllo pubblico, essendo quasi l’epilogo naturale di un piano che va avanti in tal senso dallo scorso anno?

Il dibattito a cui assisteremo nei prossimi mesi, forse anni, sarà semplicemente ridicolo, perché non avremo sovranisti euro-scettici da un lato e liberali europeisti dall’altro, almeno non secondo il significato che attribuiremmo ai secondi. Forza Italia e PD hanno incrementato entrambi la spesa pubblica, hanno spesso disatteso gli impegni sul deficit con la UE, non hanno privatizzato un bel nulla sotto i rispettivi governi e né hanno liberalizzato granché. Hanno invocato il deficit a ogni piè sospinto, non essendosi rivelati capaci di contenere il costo della Pubblica Amministrazione. Ed entrambi hanno proiettato sull’Europa dei commissari i loro fallimenti politici, in molti casi a torto, ottenendo come risultato la vittoria delle formazioni euro-scettiche. Adesso, scopriremo che Forza Italia e PD siano in favore del libero mercato, delle privatizzazioni, del contenimento della spesa pubblica, fedeli esecutori delle decisioni UE e rispettosissimi degli umori dei mercati finanziari. Ma Berlusconi fu travolto dalla crisi dello spread (un “inganno”, per usare le sue stesse parole), mentre Renzi ha dilapidato per mezzo della politica dei bonus ogni beneficio derivante dall’azzeramento dei rendimenti sovrani, avuto grazie solo ed esclusivamente al governatore della BCE, Mario Draghi. Salvini e Di Maio non saranno stati i primi populisti al governo, spiace per loro.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica italiana

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