L’OPA di Kkr su TIM e l’ennesima perdita a carico dello stato

Il fondo americano Kkr ha lanciato un'OPA sulle azioni TIM e la CDP potrebbe approfittarne per uscire dal capitale. Ma a quale costo?

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OPA Kkr su TIM

Il fondo americano Kkr ha formalizzato un’Offerta Pubblica d’Acquisto (OPA) “amichevole” sul 100% delle azioni TIM a 50,5 centesimi l’una, valorizzando l’intera compagnia circa 10,9 miliardi di euro. Il consiglio di amministrazione ha studiato la proposta nel corso della riunione di ieri. Il governo ha commentato positivamente, notando che l’OPA sia indice dell’interesse degli investitori verso l’Italia. Esso è presente nel capitale tramite CDP, al 9,81%.

Il primo azionista di TIM, Vivendi, non la pensa così. Il socio francese darà battaglia, intravedendo nell’operazione il tentativo dell’attuale amministratore delegato, Luigi Gubitosi, di respingere le critiche avanzate nei suoi confronti da ben 11 consiglieri di amministrazione, i quali di recente hanno scritto una lettera al presidente Salvatore Rossi per esprimere la loro preoccupazione sui conti.

Si tratta di un’operazione delicata, anche perché il governo italiano detiene la “golden power” su TIM, in quanto “asset strategico”. Non solo controlla la rete delle telecomunicazione in Italia, ma è a capo di Sparkle, la società dei cavi sottomarini con una rete di 600.000 km e dai quali passano le comunicazioni internazionali, tra cui numerosissime transazioni finanziarie.

OPA TIM, le incognite sulla proposta Kkr

CDP ha rastrellato azioni TIM sin dai primi mesi del 2018, al tempo in cui la controllata del Tesoro cercò di contrapporsi a Vivendi per negarle il controllo e i prezzi dei titoli viaggiavano a oltre il doppio i valori attuali. Praticamente, da quando CDP è azionista di TIM il prezzo del titolo si è più che dimezzato ai 35 centesimi pre-OPA. Probabile che sul crollo abbia influito anche la perdita dell’appeal speculativo, fatto sta che lo stato avrebbe dovuto rinvigorire le sorti dell’ex monopolista, mentre in tre anni e mezzo non ha concluso alcunché.

L’aspetto più discusso di questi anni è stato la separazione della rete e la successiva fusione con Open Fiber, controllata al 60% dalla stessa CDP e per il 40% dal fondo australiano Macquarie. Fino a qualche mese fa, tuttavia, il controllo era paritetico al 50% tra CDP ed ENEL. Cosa ne sarà di questo dossier? Kkr non ha presentato alcun piano al riguardo, mentre sappiamo che un anno fa rilevò da TIM il 37,5% di FiberCop, società che controlla la rete secondaria, quella che va dall’armadio in strada fino alle case degli utenti. Dunque, la fusione sarà tra la rete TIM e FiberCop o tra rete TIM e Open Fiber? E in questo secondo caso, Kkr accetterebbe la presenza “ingombrante” dello stato italiano tramite CDP o ne rileverebbe la quota con l’assenso del governo?

Tanti gli interrogativi e tante le incognite in questa vicenda, che semmai sottolinea solamente quanto la privatizzazione di un quarto di secolo fa sia avvenuta senza testa e né piedi. E c’è ancora una volta un’unica certezza: ai prezzi dell’OPA, CDP uscirebbe dal capitale di TIM in perdita. Praticamente, lo stato italiano non è capace di creare lavoro ovunque si metta. A pagare sono sempre i contribuenti.

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