L’ombra di una Venezuela d’Africa con la crisi del petrolio

Con la crisi delle quotazioni del petrolio, la principale economia africana starebbe reagendo con misure non troppo dissimili da quelle del Venezuela di questi anni.

di , pubblicato il
Con la crisi delle quotazioni del petrolio, la principale economia africana starebbe reagendo con misure non troppo dissimili da quelle del Venezuela di questi anni.

Le quotazioni del petrolio si sono più che dimezzate dal picco degli oltre 110 dollari al barile toccato nella metà dello scorso anno, con evidenti ripercussioni sulle economie produttrici e le loro entrate statali. Tra i paesi maggiormente affetti dalla crisi del greggio c’è la Nigeria, la più grande economia africana, che entro il 2030 è attesa salire entro le prime 20 del pianeta, mentre dovrebbe essere il quarto stato più popoloso al mondo alla metà di questo secondo con quasi 400 milioni di abitanti. Definito negli anni passati la “stella d’Africa”, per la sua performance di crescita, il paese sta vistosamente rallentando, dopo che il suo pil si è espanso nell’ultimo decennio alla media annua del 6,3%.

Quest’anno, invece, si dovrà accontentare di un atteso +3,3%, che senz’altro sarebbe un tasso di crescita invidiabile per un’economia avanzata, ma rappresenta pur sempre un dimezzamento rispetto al recente passato.

Crescita Nigeria dimezzata

All’inizio dell’anno, la guida della Nigeria è passata da Goodluck Jonathan a Muhammadu Buhari. Il cambio alla presidenza è stato salutato con favore dal mercato per i propositi riformatori del nuovo presidente, che ha vinto le elezioni su una piattaforma programmatica fondata sulla lotta alla corruzione e al terrorismo, elementi considerati essenziali per aumentare la fiducia degli investitori stranieri in un paese ferito dai continui attacchi del gruppo islamista Boko Haram alle sedi delle compagnie estere, nonché da una distrazione dilagante dei fondi pubblici per scopi particolari. Tuttavia, non solo si è visto ancora poco di queste promesse riformatrici, ma i primi passi sembrano suggerire un’impronta nazionalista in economia, che sta esitando risultati allarmanti. Buhari sta sostenendo le iniziative della banca centrale di difesa della naira, che dal marzo scorso è stata agganciata a un cambio contro il dollaro di 198-200, quando al mercato nero è arrivata mercoledì fino a 242.        

Deprezzamento naira prosegue, nonostante cambio fisso

Nel tentativo di arrestare il declino della valuta, la banca centrale ha già bruciato riserve per 4,3 miliardi, ma senza alcun risultato concreto. Non sono bastate nemmeno le restrizioni alle importazioni e le maggiori difficoltà all’accesso ai dollari per le banche.

Non poteva essere altrimenti, pesando il petrolio per il 13,5% del pil, per i 2 terzi delle entrate statali nigeriane e per il 90% delle esportazioni. Nonostante la crisi fiscale, Buhari avrebbe in programma di aumentare la spesa pubblica per l’anno prossimo del 56%, a sostegno, in particolare, degli investimenti in infrastrutture, mentre vorrebbe imporre un prezzo fisso per il carburante nelle stazioni di servizio, cosa che nel maggio scorso ha portato alle proteste degli addetti ai lavori e a lunghe file degli automobilisti. E preoccupa anche il silenzio del presidente sul caso MTN, la compagnia di telefonia mobile sudafricana, la più grande presente nel paese, multata nelle scorse settimane dall’authority per 5,2 miliardi di dollari per presunte irregolarità in fase di registrazione delle sim card. Un passo, che gli analisti hanno commentato come il tentativo della Nigeria di chiudere agli investimenti stranieri.

Taglio tassi Nigeria con inflazione in crescita

Questi ultimi stanno trovando difficoltà sempre maggiori nell’accedere alla valuta straniera, quando devono convertire i ricavi maturati in naire nel paese, a causa delle restrizioni imposte dalla banca centrale. Heineken lamenta, ad esempio, che per la conversione servono oggi 2 settimane, il doppio di appena un mese fa. Il deprezzamento del cambio impatta negativamente anche sull’inflazione, salita al 9,3% ad ottobre, in rialzo di oltre l’1% dall’inizio dell’anno. Nonostante ciò, l’istituto ha tagliato l’altro ieri i tassi dal 13% all’11%, mandando i rendimenti sovrani decennali in calo di circa 150 punti base al 10% e i titoli a 5 anni ai minimi dal 2008 al 7%. Ciò ha fatto perdere quota alla naira sul mercato nero, anche se al momento si registra un recupero a quota 235. In recupero, invece, la borsa locale, che pur resta la terza peggiore di quest’anno, dopo quelle di Ucraina ed Egitto, con perdite del 22% dal picco toccato a inizio aprile, in coincidenza della proclamazione ufficiale del nuovo presidente.        

Similitudini con il Venezuela

In ogni caso, le risposte di Buhari e della banca centrale alla crisi del greggio starebbero provocando ripercussioni simili a quelle notate da tempo in Venezuela, sebbene per fortuna a un livello di gran lunga meno grave: disallineamento crescente tra cambio ufficiale e cambio reale, aumento dell’inflazione, fuga degli investimenti stranieri, crescita del rischio credito, difficoltà ad accedere ai dollari, aumento della spesa pubblica e del deficit, carenza di carburante (in un paese produttore di greggio!), accentuata retorica nazionalista delle istituzioni.

Rispetto al Venezuela, però, Buhari gode dell’appoggio degli USA e pare ancora della comunità finanziaria internazionale, nonostante i malumori degli ultimi tempi. Il contrasto contro corrotti e terroristi rappresentano per Buhari i tratti distintivi più apprezzati all’estero, ma senza riforme in tempi rapidi la pazienza dei mercati potrebbe svanire.      

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti:
>