L’ombra di una super manovra correttiva per l’Italia dopo le elezioni europee, ecco come evitarla

L'Italia rischia una manovra correttiva dei conti pubblici di svariati miliardi già in primavera. Ecco perché è possibile evitarla, ma serve che la maggioranza giallo-verde cambi registro.

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L'Italia rischia una manovra correttiva dei conti pubblici di svariati miliardi già in primavera. Ecco perché è possibile evitarla, ma serve che la maggioranza giallo-verde cambi registro.

Matteo Salvini dovrebbe essere “salvato” dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato sul caso della Nave Diciotti, dopo che il 59% dei 52.000 militanti del Movimento 5 Stelle, che ieri hanno partecipato alla votazione online sulla piattaforma Rousseau, ha deciso di schierarsi in favore del ministro dell’Interno, quasi certamente un po’ tutti per evitare contraccolpi sul primo governo a guida pentastellata.

Salvo sorprese, domani alla Procura di Catania Palazzo Madama risponderà picche, non concedendo l’autorizzazione per avviare il processo in relazione alle accuse di sequestro di persona. Questo non significa affatto che il governo Conte sia per ciò stesso al riparo dalle turbolenze politiche. Anche solo ipotizzando che nemmeno dalle elezioni regionali in Sardegna di domenica prossima e da quelle in Basilicata tra un mese ci saranno conseguenze sulla tenuta della maggioranza, il problema per Palazzo Chigi risiede nei numeri pessimi dell’economia.

Conti pubblici italiani, i fattori di rischio e l’ipotesi di una manovra correttiva fino a 10 miliardi

Tutti gli istituti di statistica, nazionali e non, hanno tagliato le stime di crescita per l’Italia a un massimo dell’1% per quest’anno. Per il Fondo Monetario Internazionale, che non figura nemmeno tra i più pessimisti, il nostro pil salirà dello 0,6%, la stessa percentuale segnalata dalla Banca d’Italia. Il governo aveva fissato a settembre la sua previsione al +1,5%. Sembrava un target irrealistico già allora ed effettivamente l’ha dovuto tagliare a un più modesto +1%, che resta una stima ottimistica. La nostra economia ha ingranato la retromarcia dal luglio scorso e sin da ottobre ha pigiato l’acceleratore, sempre all’indietro. La crescita acquisita per l’anno in corso, cioè quella che registreremmo a fine 2019 con una variazione congiunturale nulla in tutti i 4 trimestri, è negativa e pari al -0,2%.

Manovra correttiva sempre più probabile

In pratica, il 2018 ci ha lasciato in eredità un mini-fardello. Per i conti pubblici, pessima notizia. Dopo mesi di tensioni stellari grottesche, Roma e Bruxelles hanno pattuito per il 2019 un deficit-obiettivo al 2%, tagliandolo dal 2,4% inizialmente fissato dal governo italiano.

Quel dato, però, presupponeva per l’appunto una crescita economica dell’1% e un’inflazione all’1,6%, quest’ultima basata sull’attesa di una quotazione media del Brent a oltre 73 dollari al barile. Sovrastimare l’inflazione aiuta a prevedere un pil nominale più alto e ad abbassare così il grado di debito atteso e lo stesso deficit. Considerando che il petrolio si attesti ultimamente sui 65 dollari e che l’inflazione realisticamente dovrebbe tenersi per quest’anno più vicina all’1% che non al target contenuto nella Nota di aggiornamento al Def, il pil nominale è assai probabile che risulterà a consuntivo circa tre quarti di punto percentuale inferiore.

Manovra del popolo o solita finanziaria scritta dai commissari?

Questo “gap” negativo si somma a quello del 2018, quando il pil è cresciuto dello 0,2% in meno rispetto alle ultime previsioni del governo. Ad occhio e croce, l’impatto negativo sui conti pubblici dovrebbe essere di almeno lo 0,4% del pil, cioè di circa 7 miliardi. Questo, sempre se l’Italia crescerà quest’anno dello 0,6% e l’inflazione si attestasse a non meno dell’1,3%. Non è detto che non vada peggio, se persino la Germania rischia la recessione e ha quasi dimezzato le stime ufficiali al +1%, mentre gli analisti indipendenti sostengono che quello rischia di essere il valore massimo a cui tenderebbe l’economia tedesca. A questo punto, in primavera ci verrebbe richiesta una manovra correttiva dei conti pubblici. Quando di preciso? Difficile pensare che avvenga prima delle elezioni europee, sarebbe suicida per i commissari uscenti e i partiti che li sostengono, vale a dire PPE e PSE. Tra fine maggio e inizio giugno, però, a Palazzo Chigi suonerà il postino e non sarà quello inviato da Maria De Filippi per “C’è Posta Per Te”, bensì il meno simpatico messo di Bruxelles, con cui la Commissione comunicherà al governo di pretendere misure di aggiustamento fiscale per l’anno in corso.

L’eccesso di fiducia nelle elezioni europee

La scommessa di Salvini e Luigi Di Maio è riposta tutta sull’esito delle elezioni europee.

Sostengono che se andranno come pensano, cioè con una netta avanzata dei sovranisti nell’Europarlamento, addio al dito puntato di Pierre Moscovici contro l’Italia. Hanno torto. Anzitutto, perché i sondaggi usciti ieri confermano sì che i sovranisti dovrebbero riportare una forte affermazione in termini di consensi e seggi e che PPE e PSE insieme perderebbero la maggioranza, ma al contempo basterebbero i voti dei centristi dell’ALDE, magari sommati ai Verdi e alla sinistra radicale per ricreare una nuova maggioranza d’impronta europeista, per quanto tenuta assieme con lo sputo. Inoltre, ammesso che il PPE si alleasse davvero con i sovranisti, davvero pensiamo che questi ultimi farebbero il gioco dell’Italia, permettendoci di fare tutto quello che vogliamo con il nostro immenso debito?

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In quella galassia euro-scettica, che spazia dai Democratici Svedesi ai franchisti di Vox, ci sono molte componenti del Nord Europa ostili al lassismo fiscale del sud e che hanno puntato i fari contro Bruxelles proprio per proteggere le tasche dei contribuenti dei loro paesi dalle minacce che arrivano da stati percepiti in dissesto come Grecia, Italia, Spagna e Portogallo. Certo, se Salvini guadagnasse posizioni in seno alla Commissione, l’atteggiamento della UE sarebbe molto meno pregiudiziale contro Roma, ma questo non implica anche che l’attenzione sui nostri conti pubblici svanirebbe. E, comunque vada, i commissari uscenti resteranno al loro posto almeno fino a ottobre, per quanto politicamente ridotti a un rottame, tant’è che il “simpatico” Moscovici avvertiva nell’autunno scorso che sarà egli stesso a giudicare il nostro bilancio anche per il prossimo anno.

L’urgenza di un piano di riforme

Il governo italiano ha garantito la Commissione con le ennesime clausole di salvaguardia, eredità pessima dei due schieramenti della Seconda Repubblica. Anzi, le ha potenziate a 23,5 miliardi. A tanto ammonterebbero gli aumenti dell’IVA nel caso in cui non trovasse le coperture finanziarie di pari importo, cioè tagli alla spesa pubblica e/o aumenti delle entrate.

Si tratta dell’1,3% del pil da trovarsi da qui a settembre-ottobre. Figuriamoci. C’è modo per evitare la scure? Forse. Come? Anticipando i commissari con il Def di aprile. In quell’occasione, anziché scrivere il solito libro dei sogni, dipingendo un futuro all’insegna di favolistici boom, sarebbe bene che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, richiamasse i due vice-premier a un bagno di realismo e umiltà, inducendoli a redigere un piano triennale di risparmi di spesa e di stimolo alla crescita, attraverso riforme strutturali che coinvolgano la previdenza e il pubblico impiego, anzitutto.

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Se ai commissari presentassimo una manovra di medio-lungo termine di riduzione della spesa e, quindi, del deficit, gli zeri virgola di disavanzo in più per quest’anno sarebbero percepiti meno gravi. Ai mercati interesserebbe proprio capire la direzione dell’Italia e se intuissero che il governo abbia serie intenzioni di contrastare l’aumento del rapporto debito/pil con riforme tese a tagliare il deficit strutturalmente e a stimolare la crescita del pil, ci grazierebbero. A preoccuparli non è stato nell’ultimo periodo quel deficit al 2%, quanto l’assenza di visione sul futuro dell’economia. Nel Def di primavera, dovrebbero comparire più investimenti pubblici, meno spesa corrente, così come liberalizzazioni, privatizzazioni e norme incentivanti il business. Il problema è e resta sempre uno: questo sarebbe il programma della Lega, non del Movimento 5 Stelle. E prima delle elezioni europee, difficile che uno dei due contraenti ceda. Tria sarà costretto ad apporre la firma a un altro libro dei sogni. I veri conti li faremo in tarda primavera, sempre che i mercati ci concedano tutto questo tempo.

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