Loi Travail e Jobs Act: così lontani, così vicini

Loi Travail francese e Jobs Act italiano, così uguali e al tempo stesso diversi, ma accomunati da uno stesso elemento: il massacro di classe.

di Daniele Sforza, pubblicato il
Loi Travail francese e Jobs Act italiano, così uguali e al tempo stesso diversi, ma accomunati da uno stesso elemento: il massacro di classe.

Il nero del fumo, il rosso del fuoco, il nero delle tute che coprono i manifestanti, le bandiere, gli slogan, la mobilitazione nazionale: in Francia continuano le proteste feroci da parte degli oppositori alla contestatissima Loi Travail, la riforma del lavoro, il Jobs Act francese, il diktat che si sta imponendo in vari Paesi europei per garantire maggiore flessibilità, per incrementare il tasso occupazionale e agevolare i datori di lavoro e le imprese. A Lettera43, il filosofo Diego Fusaro si è ben espresso in questi termini: “I lavoratori oggi subiscono in silenzio la rimozione lineare dei diritti e delle tutele. La lotta di classe c’è e la stanno vincendo i dominanti. E’ massacro di classe. Fino a quando? Il Jobs Act in Italia, la Loi Travail in Francia: sono tutte riforme che andrebbe ridefiniti con onestà massacri programmati dei lavoratori e dei diritti. Se solo si avesse ancora il coraggio di chiamare le cose con il loro nome”. Si parla di Loi Travail francese, ma si guarda anche al Jobs Act italiano, che al di là degli annunci sensazionalistici e trionfalistici, non ha smosso le acque, non ha prodotto molto e le conseguenze – salate – di questa riforma italiana si stanno vedendo già a partire da quest’anno: le aziende continuano a preferire assumere a termine, una volta che sarà scaduto il tempo degli incentivi sarà la prassi. E la stabilità tornerà a essere un fantasma, com’è sempre stato.   [tweet_box design=”box_09″ float=”none”]#LoiTravail francese e #JobsAct italiano, così uguali così diversi, ma accomunati su un punto[/tweet_box]   Jobs Act italiano e Loi Travail francese – in Francia chiamano le cose con la loro lingua – sono simili, ma al tempo stesso molto difformi: non solo per l’ondata di protesta che sta travolgendo il Paese, anche a causa di un sindacato unito, forse non più forte come prima, ma sicuramente compatto; le differenze si riscontrano anche nella riforma vera e propria, nella quale l’accomunamento di certi fattori si riscontra prevalentemente nell’omaggio alla flessibilità e alla precarietà, ma anche al seppellimento di certi diritti, attraverso la riduzione salariale delle ore di straordinario. Perché non poter lavorare di più a basso prezzo? E’ il tempo che lo richiede, è il business di oggi, e la lotta di classe, per dirla alla Fusaro, non resta solo una teoria lontana nel tempo: diventa attuale, attualissima.   Fatto sta che oggi, giovedì 26 maggio, il sindacato CGT, in sinergia con le altre sigle sindacali, ha richiamato a un’ottava giornata di mobilitazione nazionale contro la riforma del lavoro francese. Ottava. La nona sarà invece in programma il prossimo 14 giugno, con una mobilitazione che si terrà nella capitale, Parigi. Intanto i siti petroliferi sono bloccati, sono attese manifestazioni anche violente, mentre c’è anche lo sciopero dei trasporti. Il governo sembra continuare nella sua opera di determinazione, ma al tempo stesso pare essere sempre più solo e solitario: alle prossime elezioni ci sarà una disfatta dei socialisti. In Francia, su certe cose, non si scherza. E la Loi Travail è impopolare. Come lo era il Jobs Act, nonostante quest’ultimo fosse accompagnato dagli annunci trionfali dei suoi sostenitori, e dall’utilizzo di parole magiche come contratto a tempo indeterminato / a tutele crescenti.   La verità è che il Jobs Act italiano fornisce anche ai datori di lavori un’ampia libertà sui licenziamenti, ulteriormente agevolati e perciò con misure molto penalizzanti per i lavoratori, che non possono far valere i propri diritti, come ad esempio la possibilità di reintegro in caso di licenziamento non giustificato, reintegro sostituito nella maggior parte dei casi con un’indennità in base all’anzianità, ma solo fino a un massimo di 2 anni. Guardate la contraddizione, il paradosso: si parla di flessibilità, ma al tempo stesso si parla di anzianità. Ci sono teorie che, senza alcuna prova scientifica, affermano che tale flessibilità nel mondo del lavoro porti a un aumento del tasso occupazionale. Eppure i dati non mostrano assolutamente questo. La verità dimostrabile è che la flessibilità piega il mondo del lavoro agli improvvisi mutamenti dell’economia, facilitando l’operato dei datori di lavoro e dei vertici delle imprese e affossando di fatto i diritti dei lavoratori, penalizzati peraltro da una maggior riduzione salariale, a fronte di un costo della vita che però si mantiene alto e, se varia, muta sempre al rialzo – emblematico il caso del costo della benzina in Italia qualche mese fa, da confrontare con la media europea.   Torniamo, concludendo, in Francia: il progetto della Loi Travail non prevede al suo interno contratti a tutele crescenti, ma offre più potere decisionale alle imprese, scavalcando in certi casi la legge, favorendo e agevolando licenziamenti facili, portando alle dirette conseguenze di un aumento del carico di ore di lavoro e a un abbassamento salariale. Sì, certo, queste conseguenze non le troverete scritte in nessuna riforma, perché, per l’appunto, sono conseguenze, e i siti d’informazione che avranno la bontà di spiegarvi pazientemente cosa prevede la riforma del lavoro francese smentendo tutte le voci negative in proposito perché bisogna guardare la realtà in faccia e non ragionare per supposizioni fantasiose, non racconteranno neppure loro le conseguenze, perché per l’appunto le conseguenze non vengono scritte in nessun documento, ma semplicemente si verificano, così come la Storia insegna e si ripete, senza che nessuno possa fermarla. Eppure quelle conseguenze ci sono e basta incrociare un po’ di dati e guardare ad altri esempi per capire che non sono quelle tanto beatamente annunciate.

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Argomenti: Esteri, Jobs Act francese