Lockdown a Natale, il grave sospetto dietro la conferenza stampa di Conte

Il premier è parso contrario a un nuovo lockdown, ma la sua potrebbe essere una strategia per imporlo scrollandosi di dosso le polemiche.

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A cosa punta davvero il governo Conte?

Alla conferenza stampa di domenica sera, il premier Giuseppe Conte ha negato che la situazione sanitaria in Italia sia come a marzo, evidenziandone le differenze. Si è detto per questo contrario a imporre un nuovo lockdown, ma ha avvertito particolarmente i titolari di palestre e piscine che avranno una settimana di tempo per adeguarsi ai nuovi protocolli e nel caso in cui non mostrassero la dovuta sensibilità, rischiano la temporanea chiusura delle attività. La sera precedente, il consiglio dei ministri si era caratterizzato per le forti tensioni tra lo stesso premier e il Movimento 5 Stelle da una parte e il PD dall’altra. I primi sono parsi contrari a imporre nuove forti restrizioni, mentre i secondi hanno cercato fino alla fine di convincere il capo del governo a intestarsi un nuovo giro di vite contro la movida e i movimenti dei cittadini, in generale, al fine di contenere i nuovi contagi da Covid.

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In apparenza, i “grillini” l’avrebbero spuntata. In verità, potremmo essere di fronte a un bluff. Conte in TV ha sì detto che non vuole un secondo lockdown, ma allo stesso tempo ha minacciato di chiudere alcune attività nel caso non si comporteranno con responsabilità. Sembra una strategia mediatica tesa ad allontanare il sospetto dell’opinione pubblica che il premier voglia rinchiuderci nuovamente a casa e/o voglia far abbassare le saracinesche a commercianti e ristoratori. Ma quando le condizioni lo richiederanno, il lockdown verrebbe giustificato con la scusa dei comportamenti irresponsabili di una parte degli italiani. E i primi a doverlo imporre sarebbero i sindaci, che già lamentano la carenza di informazioni e strumenti per ottemperare a un simile piano.

In sostanza, uno scaricabarile per allontanare le responsabilità di un atto impopolare da Palazzo Chigi.

Rispetto a marzo, è cambiata anche l’aria. Allora, nessuno fiatò dinnanzi a tre mesi abbondanti di chiusura delle attività e a quasi altrettanti di restrizioni alla libertà di movimento. L’emergenza sanitaria era grave ed effettiva e, soprattutto, eravamo ancora agli inizi del ciclo pandemico. Sono passati sette mesi da allora, alcune categorie sono state più colpite di altre e non tutte hanno ricevuto aiuti adeguati. In pochi, poi, possono permettersi un’altra chiusura dell’attività. Molti chiuderebbero battenti per sempre. Il clima di consenso che si respirava attorno alle mosse del premier durante la scorsa primavera è svanito. Le opposizioni non avallano più le scelte dell’esecutivo e l’opinione pubblica è profondamente spaccata sul da farsi, rispecchiando interessi economici contrapposti.

Il gradimento di Conte crolla

I sondaggi segnalano una caduta del gradimento per Conte, oltre che per il governo. Non è un caso che il premier per svariate settimane non si sia fatto né vedere e né sentire e che abbia per adesso rinunciato a intrattenere gli italiani con frequenti, quanto ossessive, conferenze stampa. Ha capito che deve esporsi il meno possibile e recita la parte di colui che si batte contro l’ipotesi di un nuovo lockdown, salvo probabilmente trovarsi costretto dall’irresponsabilità generale a intervenire in tal senso. Per serrare i ranghi tra l’elettorato pentastellato ha confermato la sua opposizione anche al MES, un fatto che potrebbe avergli reciso qualche canale di comunicazione con il PD.

Ad ogni modo, gli italiani non stanno più abboccando alle chiacchiere. Da nord a sud, c’è malcontento per i ritardi con cui il governo ha affrontato l’emergenza, dall’equipaggiamento degli ospedali ai mezzi pubblici, passando per le scuole. Le risorse ingentissime stanziate da marzo in poi si sono disperse in mille rivoli, stanno alimentando un assistenzialismo senza precedenti e non arrivano laddove servono, cioè a chi realmente porta il peso della crisi sopra le spalle.

Il blocco dei licenziamenti scadrà in queste settimane di fine anno e tutti concordano sul fatto che sarà seguito dalla perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Anche il fronte europeo, dal quale Conte in estate tornava apparentemente a mani piene come un Benito Mussolini dopo la Conferenza di Monaco del ’38, si sta rivelando un boomerang. I fondi europei del Recovery Fund arriveranno forse a metà 2021, sempre che l’accordo venga ratificato dall’Europarlamento. E in ogni caso, manca ad oggi un piano italiano per spenderli. Troppo tardi e neppure così vantaggiosi, se è vero che l’Italia ci rimetterebbe, contribuendo di più di quanto incasserebbe. Degli Stati Generali e le task force per superare la crisi non restano che tante parole inutili e scene da commediante. La logorrea del premier era servita a contenere il dissenso interno alla maggioranza e a placare le opposizioni fino a quando la realtà non ha iniziato a prendere il sopravvento. E sta presentando il conto.

I soldi del Recovery Fund non arrivano e adesso Conte è nei guai

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