Lo stato si riprende l’acciaio dell’ex Ilva, ecco perché sarà un pessimo affare per l’Italia

Gli stabilimenti dell'ex Ilva tornano sotto il controllo dello stato, attraverso Invitalia. E i dati ci preannunciano l'ennesimo fallimento.

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Lo stato si riprende l'acciaio

Lo stato tornerà a produrre acciaio. Tramite Invitalia, società controllata dal Tesoro, salirà al 60% del capitale di AM InvestCo entro il 2022, attraverso un investimento in due tranches per complessivi 1 miliardo e 80 milioni. Altri 70 milioni verranno iniettati da ArcelorMittal per mantenere una quota del 40%. Quanto alla governance, si andrà verso una gestione condivisa con il gruppo indiano. Stessi posti in consiglio di amministrazione, con lo stato ad avere la presidenza e il socio privato l’amministratore delegato. Ma entrambe le figure saranno concordate.

Sembra finire così una lunga e triste pagina dell’industria italiana, con strascichi giudiziari e politici rivelanti nell’ultimo decennio. Gli stabilimenti dell’ex Ilva saranno, quindi, nuovamente sottoposti al controllo pubblico dopo 25 anni. Era il 1995, quando lo stato cedette l’allora Italsider alla famiglia Riva per 2.500 miliardi di lire, meno dei 4.000 miliardi del loro valore di mercato stimato. Ma le privatizzazioni all’italiana, si sa, sono state perlopiù svendite a favore di amici e amici degli amici.

Ad ogni modo, subito dopo la privatizzazione emersero i problemi dell’impatto dell’inquinamento degli impianti, specie nel sito di Taranto, sulla salute di lavoratori e cittadini. Ma la famiglia Riva, che dal 2012 è caduta in disgrazia per le inchieste giudiziarie a suo carico, si trovò ad ereditare il problema. E proprio giovedì è arrivata, per coincidenza del destino, la sentenza di assoluzione nei confronti dell’ex patron Fabio Riva, perché “il fatto non sussiste”. La Corte di Milano, quindi, non ha trovato alcuna prova del fatto che la famiglia dell’imprenditore abbia provocato un disastro ambientale, intascandosi denaro della società. Ha riconosciuto, invece, che durante la gestione privata siano stati spesi 1 miliardo di euro per ridurre l’inquinamento e 3 miliardi per ammodernare gli impianti.

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Attenzione, non stiamo prendendo le difese dei Riva, perché i tarantini hanno tutte le ragioni di questo mondo a lamentare tassi di inquinamento elevati e nocivi per la loro salute. Né si può sulla pelle altrui sostenere che il diritto al lavoro in una terra in cui ve n’è poco debba richiedere che si chiuda un occhio sul sacrosanto diritto alla salute, bene tutelato dalla Costituzione e, aggiungiamo, dal buon senso e dall’umanità. Il fatto è che si sia fatto passare nell’opinione pubblica il concetto per cui l’inquinamento sia stato frutto della gestione privata, quando, invece, è stato un problema creato dallo stato nei decenni in cui controllava gli impianti.

E se a metà anni Novanta, lo stato si ritrovò a “svendere” l’Ilva, fu solo ed esclusivamente per l’incapacità dimostrata di produrre senza accusare perdite. Per i duri di comprendonio, altri dati dimostrano quanto la mano pubblica si riveli dannosa per l’economia. Nel 2011, ultimo anno prima del commissariamento degli impianti per mano dei giudici, il solo stabilimento di Taranto produceva 8,5 milioni di tonnellate di acciaio, quasi la metà delle 16 milioni di tonnellate in tutta Italia. Nel 2018, ultimo anno di commissariamento prima dell’arrivo degli indiani, Taranto sprofondava a soli 4 milioni di tonnellate e l’insieme degli impianti ex Ilva superava a stento i 5 milioni. E’ vero, nel frattempo la siderurgia mondiale ha accusato il colpo della concorrenza cinese prima e della guerra dei dazi USA-Cina dopo. Ma come si spiega, allora, che la produzione italiana di acciaio nel totale sia scesa solo di 4 milioni di tonnellate, per cui il peso dell’ex Ilva si sia ridotto da oltre il 55% a meno di un quarto?

Le stime sulle perdite del sistema Italia sono agghiaccianti: le minori esportazioni da Taranto tra il 2013 e il 2019 hanno ammontato a circa 10,4 miliardi di euro, mentre le importazioni italiane sono dovute crescere di 4,1 miliardi per sopperire alla minore produzione domestica.

Questo è stato il grosso pasticcio provocato dall’acciaio tornato nei fatti in mani pubbliche, pur attraverso il commissariamento. ArcelorMittal, in pochi mesi dal suo arrivo, è stata capace di aumentare la produzione di Taranto a 4,5 milioni di tonnellate nel 2019, pur in una congiuntura globale avversa. Direte, ma dovevamo chiudere gli occhi dinnanzi ai danni per la salute? No, semplicemente lo stato doveva espletare il compito principale che gli viene richiesto per natura: vigilare sul rispetto delle regole. Non è stato capace o non ha voluto farlo. E pensate che averlo adesso come responsabile della produzione debba renderci più contenti?

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