Lo spread è sceso grazie agli investitori europei, capitali in Italia risaliti di 50 miliardi

L'Italia è tornata quest'anno ad attirare capitali dal resto dell'Eurozona, come dimostrerebbero i saldi del Target 2, in netto miglioramento e ai massimi dall'aprile del 2018. Resta eccessiva la dipendenza dagli investitori europei per rifinanziare il nostro debito pubblico.

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L'Italia è tornata quest'anno ad attirare capitali dal resto dell'Eurozona, come dimostrerebbero i saldi del Target 2, in netto miglioramento e ai massimi dall'aprile del 2018. Resta eccessiva la dipendenza dagli investitori europei per rifinanziare il nostro debito pubblico.

Lo spread BTp-Bund resta sopra i 200 punti base sulla scadenza a 10 anni, sostenuto anche dall’aria di crisi del governo Conte. Ma i rendimenti dei titoli di stato italiani risultano ugualmente scesi e ai minimi da 3 anni, grazie ai segnali molto accomodanti arrivati in queste settimane dalla BCE.

All’inizio dell’anno, il BTp a 10 anni offriva ancora il 2,90%, oggi sta sotto l’1,50%. A cosa è stato dovuto questo tracollo? Al ri-afflusso dei capitali esteri, quelli che se l’erano dati a gambe levate dal maggio dello scorso anno, quando veniva siglata l’alleanza tra Movimento 5 Stelle e Lega per fare nascere il nuovo esecutivo su posizioni euro-scettiche. Una misura dell’appetito per l’Italia tra gli investitori stranieri ce la fornisce il Target 2, il sistema dei pagamenti della BCE, che capta i rapporti di credito-debito tra banche centrali dell’Eurozona, a loro volta frutto dei saldi che s’instaurano tra gli stati membri per effetto delle relazioni commerciali e finanziarie.

Quest’anno, il saldo passivo della Banca d’Italia si è ridotto di 50 miliardi, scendendo a meno di 436 miliardi al 31 luglio scorso. In teoria, non sarebbero solo minori debiti di natura finanziaria, includendo il dato anche l’esito dell’interscambio commerciale. Ma è evidente che le grosse variazioni abbiano molto più a che vedere con la mobilità dei capitali che non con improvvise, quanto improbabili, impennate per l’import/export. Semplificando, l’Italia avrebbe beneficiato di afflussi di capitali dal resto dell’Eurozona per una cinquantina di miliardi nel corso dei primi 7 mesi del 2019, quasi annullando la fuga degli ultimi 7 mesi del 2018.

Perché lo spread non è più sinonimo di guai per i conti pubblici italiani

Germania e Italia premiate dai capitali

Ma anche la Germania è stata meta dei capitali europei, se è vero che il suo saldo attivo sia migliorato a sua volta di ben 80 miliardi, salendo al 30 giugno scorso a 942,3 miliardi. Questo spiegherebbe anche il mantenimento dello spread BTp-Bund su livelli molto elevati, pur con rendimenti italiani calanti. In pratica, anche i titoli tedeschi vengono acquistati a piene mani, anzi negli ultimi mesi si è intensificata la caccia nei loro confronti, essendo percepiti come porti sicuri contro le tensioni internazionali.

Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, il saldo spagnolo risulta in peggioramento di una decina di miliardi, probabilmente esito più del calo delle esportazioni che non degli investimenti finanziari, visto che i Bonos stanno rendendo ai minimi storici.

Più volatile la situazione della Francia, che in primavera mostrava saldi passivi per una media di 25 miliardi e che a giugno riusciva a chiudere in attivo di quasi 3 miliardi, in miglioramento di circa 10 miliardi da inizio anno. In definitiva, ad avere registrato le variazioni più corpose in positivo sono state Germania e Italia, mentre l’Olanda risulta quella ad avere accusato il peggioramento maggiore, con una riduzione dell’attivo nell’ordine dei 60 miliardi. I dati fanno ben sperare, anche se continuano a rimarcare una condizione debitoria sul fronte finanziario dell’Italia, quando prima della crisi possedevamo saldi attivi verso il resto dell’area.

E l’eccesso di dipendenza dai capitali europei ci rende vulnerabili agli umori delle altre capitali, la cui leva sul nostro spread resta elevata. E dire che sui conti delle banche italiane risultano depositati circa 1.500 miliardi di risparmi non remunerati, che se impiegati più opportunamente ridurrebbero fortemente sia lo spread che i rendimenti dei BTp, stabilizzando questi ultimi sul mercato.

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