Lo scorporo TIM tra opportunità e rischi e i 20 anni persi dell’Italia

Lo scorporo tra rete e servizio per TIM rappresenta una straordinaria opportunità per aprire il mercato delle tlc in Italia a oltre 20 anni dalla privatizzazione. Ci sono, però, anche vari rischi, a seconda delle modalità con cui verrebbe realizzato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lo scorporo tra rete e servizio per TIM rappresenta una straordinaria opportunità per aprire il mercato delle tlc in Italia a oltre 20 anni dalla privatizzazione. Ci sono, però, anche vari rischi, a seconda delle modalità con cui verrebbe realizzato.

L’ad di TIM – così si chiama ormai la ex Telecom Italia – Amos Genish intende scorporare la rete dal servizio, creando una società autonoma per la gestione della prima. L’infrastruttura è valutata mediamente 13 miliardi di euro, quando oggi in borsa la compagnia capitalizza 14,3 miliardi. In sostanza, la rete varrebbe circa il 90% dell’intera TIM attuale. Lo “spin-off” è un progetto di cui si discute ormai da troppi anni e sembrava alla portata tempo fa, salvo essere riposto nuovamente nel cassetto, complici le vicissitudini riguardanti gli assetti proprietari. La compagnia è passata dall’essere controllata dagli spagnoli di Telefonica al ricadere sotto il comando dei francesi di Vivendi del finanziere bretone Vincent Bolloré. E qui, politica e finanza internazionali s’intrecciano. Bolloré è stato amico della famiglia Berlusconi, fino a quando nel 2016 non ha stretto un accordo per rilevare Premium, rescindendolo unilateralmente qualche mese dopo e al contempo iniziando a rastrellare azioni Mediaset, fino a salire a ridosso del 30% del capitale.

Ne è nata una battaglia legale, con richiesta di maxi-risarcimento da parte di Fininvest, l’intervento delle authority per impedire che un unico soggetto possegga più assets di rilievo nel panorama delle telecomunicazioni italiano e la minaccia di intervento del governo Gentiloni per difendere un asset “strategico” nazionale, ovvero Mediaset. Il resto lo ha fatto il presidente francese Emmanuel Macron, che muovendo i primissimi passi all’Eliseo ha espropriato Fincantieri del controllo in Stx, scatenando polemiche e proteste in Italia. Da allora, la posizione di Vivendi in TIM si è fatta delicata, con il governo ad avere indagato sulla posizione di controllo dei francesi, non regolarmente comunicata, chiedendo all’azionista di sottoporre la gestione TIM a una sorta di semi-commissariamento, a tutela della protezione degli interessi nazionali. (Leggi anche: Come i francesi in Italia pagheranno cara la grandeur di Macron)

TIM detiene, dicevamo, il controllo della rete, attraverso la quale intercorrono le comunicazioni sensibili non solo tra milioni di italiani, ma anche e, soprattutto, tra le istituzioni. Dati, che Roma ora pretende non cadano in mani sbagliate e che restino sempre protetti da soggetti italiani. La pressione per ottenere lo scorporo è aumentata e adesso sembra che ci siamo vicini. Il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, premerebbe per uno “spin-off”, che porti la rete a fondersi con la concorrente Open Fiber, quest’ultima coprendo 80 città italiane, controllata da Enel e Cassa depositi e prestiti. Insomma, vorrebbe nei fatti ri-nazionalizzare il nocciolo duro della compagnia telefonica italiana, che fu privatizzata nel 1996 dall’allora governo Prodi.

Privatizzazione senza liberalizzazione negli anni ’90

La privatizzazione fu un passo in avanti senz’altro positivo per l’Italia, ma come molte cessioni di assets statali di allora, essa fu viziata dal fatto che un monopolio pubblico venne semplicemente consegnato ai privati, senza liberalizzare il mercato e ritardando così lo sviluppo di quello che sarebbe stato negli anni seguenti il business dei servizi internet. Il piano Rovati, dal nome di uno dei consiglieri dell’allora premier Romano Prodi, nel 2006 tentò lo scorporo tra rete e servizio e successiva nazionalizzazione della prima. L’operazione fallì tra le polemiche ancor prima di nascere.

In realtà, la nazionalizzazione non costituisce affatto un passo necessario per operare lo “spin-off”. Basterebbe che la società controllante la rete fosse del tutto autonoma da TIM, ovvero ceduta al 100% a terzi, magari attraverso una quotazione in borsa. In alternativa, potrebbe essere offerta a tutti gli operatori di rete fissa l’opportunità di detenere quote nella controllante, in modo da essere tenute in eguale considerazione all’atto dell’attuazione delle politiche commerciali, ovvero nessuno verrebbe favorito o discriminato, tutti competerebbero finalmente ad armi pari.

La liberalizzazione che ne scaturirebbe andrebbe a beneficio del mercato, ovvero anche dei clienti. I concorrenti di TIM avrebbero modo di offrire ai loro abbonati servizi a prezzi più bassi, ma l’ex monopolista probabilmente sarebbe costretto ad alzare le tariffe, visto che sarebbe trattato alla pari degli altri dalla società di controllo della rete, non potendovi più accedere a condizioni privilegiate. E per una compagnia con ricavi domestici per 15 miliardi all’anno e con un debito netto di 27 miliardi al 30 settembre scorso, il rischio che si correrebbe sarebbe elevato. Proprio il debito sarà uno dei principali fattori di incertezza in questa operazione: con quali criteri verrà assegnata alla rete la parte delle passività ad oggi in capo a TIM? Già oggi, si studiano esuberi per 6.500-7.000 unità e non si esclude che alla fine lo scorporo venga ricercato per appioppare alla rete i lavoratori in eccesso, che contabilmente, quindi, verrebbero depennati. Lo scenario a cui guarda TIM sarebbe, infatti, quello della separazione e del successivo collocamento borsa di una quota di minoranza, con cui fare cassa e abbattere il debito, senza perdere il controllo.

I rischi di una nazionalizzazione all’italiana

TIM detiene ancora una quota di mercato spropositata per la banda larga, pari al 50% sul mercato domestico. La fusione perseguita da Calenda non farebbe che accrescere potenzialmente tale predominio, anche se sarebbe proprio questo l’obiettivo del ministro: creare un soggetto monopolista per il controllo della rete in tutta Italia, in modo che si abbiano risorse sufficienti per gli investimenti tecnologici. Essendo una realtà aziendale statale e separata dai gestori del servizio, non si avrebbero i tipici rischi da comportamento monopolistico. Il punto è che Open Fiber e TIM posseggono reti differenti: fth la prima, ftc la seconda. La controllata Enel e Cdp porta la fibra fino a casa e negli uffici, la controllata dai francesi solo fino alle cabine, ovvero in strada e non fino alle abitazioni degli utenti. Integrare le due reti non sarebbe facile proprio sul piano tecnologico.

Se si vuole finalmente giungere a un vero mercato della telefonia fissa e dei servizi legati a internet, lo scorporo appare un must. Tuttavia, esso deve essere effettivo, visto che di separazioni fasulle tra rete e servizio ne abbiamo già con effetti pessimi, come quello tra Ferrovie dello stato e Trenitalia, con i binari a controllare al 100% i treni, di fatto impedendo qualsivoglia reale concorrenza per il servizio. Chiedete a Ntv, che proprio in questi giorni sta passando di mano a un fondo americano. Pertanto, o la rete va assegnata in quote paritarie a tutti i gestori di servizi attivi nel nostro Paese, sempre che questi abbiano risorse e voglia di acquisirle, oppure bisognerebbe provvedere a una quotazione in borsa totale della nuova società nata dallo scorporo. Possibile, infine, un mix tra le due ipotesi, ovvero un collocamento parziale e quote suddivise tra i soggetti offerenti servizi per la restante parte del capitale. L’ipotesi della nazionalizzazione, invece, non pare né auspicabile, né finanziariamente sostenibile, essendo necessari parecchi quattrini per rilevarne il controllo e correndosi seriamente il rischio che TIM appioppi allo stato infrastrutture colme di debiti, come nella migliore tradizione italiana. Alitalia docet. (Leggi anche: Banche, Mediaset, Telecom e intreccio affari-politica: si torna alla Prima Repubblica)

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Servizi pubblici