Lo scontro tra governo e Agenzia delle Entrate segue il dietrofront di Renzi sul fisco

Scontro duro tra l'Agenzia delle Entrate e il governo Renzi sul caso dei dirigenti illegittimi. Dietro alla richiesta delle dimissioni della direttrice Rossella Orlandi si nasconde qualcosa di più profondo.

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Scontro duro tra l'Agenzia delle Entrate e il governo Renzi sul caso dei dirigenti illegittimi. Dietro alla richiesta delle dimissioni della direttrice Rossella Orlandi si nasconde qualcosa di più profondo.

E’ scontro aperto tra Agenzia delle Entrate e governo Renzi. Il “casus belli” è dato da una sentenza della Corte Costituzionale, che ha dichiarato illegittime 800 assunzioni di altrettanti dirigenti dell’Agenzia, in quanto non avvenute per concorso. Pertanto, sono stati retrocessi a funzionari con conseguente dimezzamento dello stipendio.

La metà di questi ha deciso di lasciare il posto, mentre gli altri 400 hanno tentato causa contro il governo. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, ha preso le difese dei suoi uomini a spada tratta e dal palco della Cgil, lo scorso giovedì, ha dichiarato che l’istituto da lei guidato “rischia di morire”.

Scontro su lotta all’evasione fiscale

Gli attacchi della Orlandi al governo non si sono fermati a una battuta, avendo anche denunciato la “scomparsa nella contrattazione delle agenzie fiscali” e quasi accusando velatamente l’esecutivo di incentivare con gli ultimi provvedimento l’evasione fiscale con parole sibilline. Un atteggiamento mal digerito da mesi da Palazzo Chigi, ma nelle ultime ore è arrivato l’affondo del sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti, esponente di Scelta Civica, che ha invitato senza mezzi termini  la Orlandi a dimettersi, sostenendo che il suo atteggiamento sarebbe inconcepibile e che su questo punto ci sarebbe la condivisione unanime del governo. Zanetti, intervistato da Repubblica, spiega che le esternazioni della direttrice dell’Agenzia delle Entrate non sarebbe compatibile con la sua permanenza alla carica e ha chiarito che non è intenzione né sua, né dell’esecutivo contrattare alcunché con i livelli tecnici, men che mai di difendere l’istituto su rivendicazioni ritenute incostituzionali.        

Orlandi è donna di Visco

Parole pesantissime, che non avrebbero persuaso la Orlandi a dimettersi (“resto al mio posto”), ma che nascondono un mutamento a 180 gradi nei rapporti tra gli uomini del Fisco e il governo. Apparentemente, si tratterebbe di uno scontro sulla difesa di poltrone, tutt’altro che irrituale nella storia repubblicana, ma sarebbe una lettura molto superficiale. Rossella Orlandi fu voluta dal premier Matteo Renzi a capo dell’Agenzia nel giugno di un anno fa.

Il suo arrivo alla carica di direttrice fece scorrere un brivido nelle vene di commercianti e imprenditori, perché la donna usciva dal circolo dei fedelissimi di Vincenzo Visco, l’ex ministro delle Finanze del governo Prodi, di cui impresa e mondo del commercio non hanno un buon ricordo. Fu proprio Visco a volere la nascita delle agenzie fiscali per combattere l’evasione. La nomina della Orlandi rappresentò, si disse, una sintonia tra la nuova e la vecchia guardia dentro il PD, una sorta di rassicurazione politica alla minoranza dem, che i capisaldi della politica sulle tasse non sarebbero stati così radicalmente mutati.

La metamorfosi di Renzi

Ma la volontà del governo di affermarsi, man mano che passavano i mesi, come un punto di riferimento dei ceti produttivi, dato lo stato di “cupio dissolvi” del centro-destra, iniziò quasi da subito a scontrarsi con il modus operandi della Orlandi, alla quale furono attribuiti con crescente distacco i blitz contro esercenti e imprenditori. Da comportamentale, lo scontro divenne nei mesi sostanziale, sin dalla previsione con la scorsa legge di stabilità della soglia di tolleranza del 3% di evasione delle imposte, rispetto ai redditi dichiarati, quale demarcazione tra la fattispecie del reato penale o meno. La norma fu avvertita come una concessione al leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, condannato proprio sul caso Mediatrade.        

Da divieto uso contante a money transfer le incomprensioni tra governo e Orlandi

Nelle ultime settimane, le novità legislative paventate o già approvate dal governo sono state vissute con fastidio dall’Agenzia, come la possibilità di pagare il canone di affitto in contanti fino alla soglia dei 1.000 euro (si era previsto in precedenza l’obbligo di pagamento tracciabile, in ogni caso), l’elevazione del limite all’uso del contante dagli attuali mille a 3.000 euro e la maggiore flessibilità per i money transfer. L’Agenzia si è sentita sostanzialmente depotenziata e privata della legittimità politica a perseguire la linea dura contro gli evasori, che le era stata concessa sin dal battesimo del governo Monti e i famosi blitz delle Fiamme Gialle.

Non è un caso che ad esprimere preoccupazione sia l’ex capogruppo del PD e oggi oppositore interno di Renzi, Roberto Speranza, secondo cui “qualcuno nel governo lavora per allargare le maglie dell’evasione fiscale”. Le dimissioni chieste alla Orlandi sancirebbero la fine delle mediazioni (poche) del premier con gli ambienti più tradizionalmente legati alla sinistra, uno spostamento a destra dell’asse politico del governo, non compatibile con una gestione “sanguinaria” dell’Agenzia contro i ceti produttivi. Se vogliamo, simboleggia il fallimento del tentativo di far convivere nell’attuale esecutivo 2 linee di politica fiscale tra di loro alternative: quella del “meno tasse e più libertà economica” del premier e l’altra del “pagare tutti per redistribuire le risorse” dell’ala sinistra del PD. La defenestrazione della direttrice è solo questione di tempo.  

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