L’Italia non sa spendere i fondi europei e rischia la fregatura sul Recovery Fund

La scarsa capacità di spesa dei fondi UE disponibili rischia di pesare molto negativamente sui benefici netti che ci garantirebbe il Next Generation EU, ancora tutto da mettere in atto.

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Rischio flop per l'Italia con il Recovery Fund

L’Italia spende meno di un terzo dei fondi europei a cui avrebbe diritto. Lo ha scritto nero su bianco la Corte dei Conti dell’Unione Europea, secondo la quale per il periodo 2014-2020 risultava speso a fine 2019 solamente il 30,7%, a fronte di una media UE del 39,6%, percentuale quest’ultima in arretramento rispetto al precedente bilancio a 7 anni. E nel 2020, la quota dei 72,5 miliardi destinata al nostro Paese e che risulta effettivamente spesa sale al 40%, pari a 29,3 miliardi. Peggio fa solo la Spagna con il 35%, mentre l’Irlanda domina la classifica con il 69%. Molto bene anche Austria e Svezia con rispettivamente il 66% e il 65%. La Francia esibisce un buon 56% e la Germania il 54%.

Classifica fondi strutturali europei, capacità di spesa

La stessa Corte rileva che la complessità delle norme inibisce il loro uso nei paesi beneficiari, ragione per cui chiede che queste vengano semplificate, anche al fine di evitare eccessivi errori, dato che la spesa ad alto rischio incide ancora per il 4,9% del totale.

Dunque, l’Italia esce male dalla classifica, sebbene l’andamento non sia ottimale quasi ovunque. I fondi strutturali UE, dunque, esistono. Il problema è che nessuno riesce a spenderli per intero e molti per neppure la metà. Nel complesso, abbiamo che dei 640 miliardi messi a disposizione da Bruxelles, quasi 340 miliardi ad oggi rischiano di andare perduti, sebbene la Commissione assegnerà tre anni in più di tempo per il loro impiego.

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Recovery Fund, i rischi per l’Italia

Questi numeri ci dicono che l’esultanza da stadio con cui la politica italiana ha dato accolto i circa 210 miliardi di euro tra prestiti e sovvenzioni a cui il nostro Paese avrà diritto con il Recovery Fund sia tutt’altro che giustificata. Sappiamo che i governi europei a luglio si siano accordati per un fondo pluriennale da 750 miliardi di euro, composto per 390 miliardi da sovvenzioni, cioè erogazioni che non andranno restituite, e 360 miliardi da prestiti.

All’Italia spetteranno fino a 127,4 miliardi di prestiti e 81,4 miliardi di sovvenzioni. Numeri ancora incerti, dato che le trattative tra i governi e con lo stesso Europarlamento vanno avanti e sembrano in alto mare.

Sappiamo, però, che l’Italia verrà chiamata a contribuire per alimentare il fondo stesso con 96 miliardi. La quota risulterebbe superiore al valore delle sovvenzioni. Ammesso che riuscissimo a utilizzarle al 100%, quindi, i nostri esborsi sarebbero di 14,5 miliardi più alti. I prestiti, infatti, andranno restituiti, per cui sono una porta girevole. Del resto, le stesse sovvenzioni dovrebbero essere coperte almeno parzialmente nei decenni da entrate fiscali comunitarie. E i prestiti, dato che saranno restituiti, torneranno indietro agli stati. Il contributo dell’Italia, al netto della quota relativa al finanziamento dei prestiti, scenderebbe così a 50 miliardi. Pertanto, il saldo per noi sarebbe attivo per oltre 30 miliardi.

Tuttavia, stiamo ragionando come se spendessimo il 100% delle sovvenzioni che otterremo. La storia di questi decenni dimostra, invece, che saremmo capaci di impiegarle per meno della metà. A conti fatti, rischiamo di lasciarne per strada tra 45 e 50 miliardi. A quel punto, sborseremmo più di quanto incasseremmo, per cui il Recovery Fund per noi si rivelerebbe una fregatura. Ci indebiteremmo emettendo BTp per pagare la quota a Bruxelles e ce ne tornerebbe indietro meno della metà. I propositi sono buoni, ma all’atto pratico potrebbe non andarci affatto bene.

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