L’Italia non potrà affidarsi all’export. Anche gli USA rallentano, adesso iniziano i guai

La ripresa in Italia è a rischio con la minore crescita negli USA e in Germania. Altri dati potrebbero confortarci, ma se prevale lo scenario avverso al nostro export, c'è il rischio di una nuova recessione.

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Il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato le stime di crescita degli USA per quest’anno dal 2% all’1,7%, mentre il pil dovrebbe accelerare al +3% nel 2015 e nel 2016, attestandosi a un +2,6% nel 2019. Ha pesato l’inverno rigido sulla crescita americana del 2014, ma il taglio non è una cattiva notizia solo per l’America, quanto pure e paradossalmente, soprattutto, per l’Eurozona, bisognosa di uno shock positivo esterno, vista la debolezza della domanda interna. Il dato USA segue la previsione della Bundesbank, che a inizio settimana ha avvertito che il pil tedesco dovrebbe rimanere invariato nel secondo trimestre, a causa, in particolare, delle tensioni geopolitiche. La crescita della Germania per quest’anno dovrebbe attestarsi tra l’1,8% e l’1,9%, ancora sostanzialmente in linea con le attese. C’è un ma in tutte queste stime. Non tengono ancora adeguatamente conto delle conseguenze di un aggravarsi della crisi geopolitica tra Russia e Occidente da un lato e tra Israele e Palestina dall’altro. Entrambi gli avvenimenti agiscono al rialzo sulle quotazioni del greggio e il caso Ucraina potrebbe comportare una crisi del gas in Europa, specie se Bruxelles dovesse varare anch’essa sanzioni contro Mosca, unendosi agli USA. L’impennata dei prezzi energetici agirebbe come uno shock negativo dell’offerta nell’Area Euro e tendenzialmente spingerebbe al ribasso la crescita già asfittica del suo pil. Il dato della bilancia commerciale di giugno dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per l’Italia: le esportazioni sono diminuite sul mese precedente del 4,3%, mentre le importazioni sono cresciute dello 0,9%. Il saldo resta in attivo, ma si riduce a 2,2 miliardi di euro. E analizzando meglio i dati, scopriamo che ad essere crollate (-10,8%) sono le vendite verso i paesi extra-UE di beni strumentali. Certo, ci sono altri dati che potrebbero confortarci. Anzitutto, il dollaro si sta rafforzando sull’euro, tanto che stamane la moneta unica viene scambiata ad appena 1,3425 contro il biglietto verde. In pratica, ciò che non è riuscita a fare la BCE con le sue misure ultra-accomodanti, lo sta facendo la crisi ucraina, che spingendo gli investitori a ripararsi in asset-rifugio come il dollaro, indeboliscono l’euro. Un euro meno forte potrebbe contemperare la minore crescita di paesi come gli USA. In più, il Regno Unito crescerà quest’anno del 3,1%, la percentuale più alta di tutto il G8. E anche Spagna e Grecia potrebbero crescere un pò più delle attese, rispettivamente dell’1,3% e dello 0,7%. Ma la Francia? L’economia transalpina potrebbe scivolare in una terza recessione e il suo pil vale una volta e mezza quello di Spagna e Grecia messe insieme, che tra le altre cose, non sono economie verso cui esportiamo. Uno dei motivi della frenata della Germania risiede anche nei bassi tassi di interesse. In Italia, significano minori costi per rifinanziare il debito pubblico e quello dei privati (imprese e famiglie), quindi, agiscono per lo più positivamente. Ma la Germania è un creditore netto, per cui tassi vicini allo zero significano per essa perdita di reddito. Un altro paradosso della crisi dell’Eurozona. Ora, le opposte situazioni potrebbero del tutto compensarsi e lasciare lo scenario a breve così come lo abbiamo già previsto. Ma se a prevalere fosse la crescita inferiore alle attese negli USA e in Germania, ossia un calo delle esportazioni italiane, per la nostra economia le cose si metterebbero di male in peggio. Già Confindustria e Bankitalia hanno tagliato le stime di crescita a un miserrimo +0,2% per l’anno in corso. Basta un niente per farci restare con segno meno.   APPROFONDISCI – Confindustria: niente crescita in Italia nel 2014. Ecco le previsioni cupe

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