L’Italia nella morsa della bassa crescita e della deflazione, la vera ripresa non c’è

Bassa crescita e deflazione. L'Italia non segnala una vera ripresa, siamo ancora al di sotto dei livelli di ricchezza del 2007 e i numeri imporrebbero una manovra correttiva dei conti pubblici.

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Bassa crescita e deflazione. L'Italia non segnala una vera ripresa, siamo ancora al di sotto dei livelli di ricchezza del 2007 e  i numeri imporrebbero una manovra correttiva dei conti pubblici.

Il dato di venerdì scorso sul pil ha fatto ben sperare in tanti. Nel primo trimestre, la nostra economia su è espansa dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dell’1% su base annua, in linea con le attese. Per quanto si sia trattato del quinto trimestre consecutivo di crescita, resta il fatto che il nostro pil risulta ancora oggi inferiore a quello del 2007 dell’8%, mentre è anche più basso del 4% rispetto a quello del 2011, l’anno in cui è iniziata la seconda ondata di recessione. Dunque, la ripresa indubbiamente c’è, ma non è tale da farci tornare almeno ai livelli pre-crisi, quando ormai tutte le altre principali economie avanzate hanno riagguantato grosso modo i livelli di ricchezza toccati nel 2007. Ma non è l’unica preoccupazione che emerge dai numeri dell’Istat. La crescita nei primi tre mesi dell’anno avrebbe accelerato rispetto al trimestre precedente, trainata dalla domanda interna, mentre le esportazioni hanno offerto un contributo netto negativo.

Made in Italy non tira, ripresa affidata ai consumi interni

Siamo al ribaltamento del trend degli anni passati e questo, nonostante l’euro si sia molto indebolito contro le altre principali divise, dollaro in primis. Da un lato, potrebbe apparire confortante che a produrre un po’ di crescita siano consumi e investimenti, ovvero la domanda interna, ma dall’altro appare problematico pensare che questa possa irrobustirsi a tal punto da essere in grado nei prossimi trimestri di rimpiazzare il contributo delle esportazioni, specie se la moneta unica dovesse iniziare a rafforzarsi mediamente contro le altre valute. Quanto all’Eurozona, la crescita si conferma più elevata di quella italiana, ma rivista in basso dalla stima preliminare al +0,5% congiunturale e al +1,5% annuo. Cosa accadrà, se dovesse già essere in corso un rallentamento dell’economia nell’area, Italia inclusa? Sappiamo già che, a fronte di una stima iniziale molto benevola del +1,6%, l’aggiornamento del Def ha da poche settimane rivisto il tasso di crescita del nostro paese all’1,2%. In assenza di un’accelerazione nei prossimi mesi, che se avvenisse, sarebbe verosimilmente in controtendenza rispetto al resto d’Europa, è probabile, invece, che il nostro pil possa aumentare anche meno dell’1% nell’intero 2016, non dissimile dal ritmo dello scorso anno (+0,8%).      

Manovra correttiva appare necessaria

Ma c’è un’altra cattiva notizia per l’Italia: la deflazione. Ad aprile, l’indice dei prezzi al consumo è diminuito dello 0,1% rispetto a febbraio, dello 0,5% su base annua dal -0,4% della stima preliminare. Dunque, il nostro paese si trova non solo in uno stato di bassa crescita, ma anche di calo dei prezzi, un mix negativo per i conti pubblici e riflesso di una vivacità ancora non ritrovata. Non è inopportuno ipotizzare un azzeramento della crescita dei prezzi per quest’anno, arrivati a questo punto. Un pil a+1% o meno e un’inflazione zero implicano un tasso di crescita nominale più che dimezzato rispetto a quanto inizialmente pronosticato dal governo Renzi. Uno scostamento dell’1,6% del pil, forse anche più, che avrebbe come conseguenza immediata conti pubblici peggiori di quelli stimati e un possibile ulteriore aumento del rapporto tra debito pubblico e pil, il quale potrebbe arrivare a un soffio dal 133%. Che abbiamo bisogno di una manovra correttiva?

Il governo ignora i numeri

Non parrebbe, sentendo il premier Matteo Renzi, il quale vorrebbe eliminare il bollo auto, caricando 6 miliardi sulle accise, tagliare le aliquote Irpef intermedie e anticipare l’uscita dal lavoro per i nati tra il 1951 e il 1953 fino a un massimo di tre anni. Tutto ciò, al netto delle clausole di salvaguardia da 15 miliardi di euro e passa, che rischiano ancora di scattare l’anno prossimo, facendo aumentare l’IVA e le accise sul carburante, in assenza di risorse reperite a copertura di tali importi. Tre sono a questo punto le ipotesi: o ci stiamo sbagliando noi, magari vittime del nostro essere “gufi”, e vediamo i numeri con pessimismo, oppure il governo ha in tasca una super-manovra estiva (dopo le amministrative) per coprire il “buco” dei conti, che si starebbe aprendo, oppure ancora il clima pre-elettorale distoglie Palazzo Chigi dalla realtà e non gli consente di fargli vedere i numeri per quelli che sono, brutti.        

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