L’Italia e la deflazione: dove sta la verità?

Draghi nega che l'Eurozona stia scivolando verso la deflazione, ma il taglio dei tassi Bce sembra essere una reazione della BCE a tale rischio. Ci aspetta periodo di bassa inflazione: è un bene o un male?

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Draghi nega che l'Eurozona stia scivolando verso la deflazione, ma il taglio dei tassi Bce sembra essere una reazione della BCE a tale rischio. Ci aspetta periodo di bassa inflazione: è un bene o un male?

L’Italia è o non è in deflazione. Aldilà degli allarmi in casa (il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi) e all’estero (Telegraph martella quasi quotidianamente sulla questione), il nostro paese non è certamente ancora in deflazione. Un tasso di crescita dei prezzi dello 0,7% su base annua ad ottobre, per quanto considerabile basso, non è un calo. Vero è, semmai, che su base mensile i prezzi hanno registrato una discesa dello 0,3%, nonostante l’IVA sia cresciuta dal 21% al 22%. Ma bisogna attendere i dati dei prossimi due-tre mesi, prima di strapparsi i capelli. E anche registrassimo un mese di effettivo calo dei prezzi a livello tendenziale, ciò non basterebbe a far parlare di deflazione, anche se il rischio sussiste certamente.

Ieri, nell’annunciare il taglio dei tassi, il governatore della BCE, Mario Draghi, ha voluto smentire che l’Eurozona stia scivolando verso la deflazione, parlando di periodo verosimilmente lungo di bassa inflazione. Insomma, le economie del Sud si starebbero disinflazionando e questo in sé è un bene. Ricordiamoci, infatti, che l’inflazione non è altro che una perdita di potere d’acquisto di stipendi e salari. Più bassa è, meglio è per tutti.

 

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Rapporto debito Pil Italia: effetti in caso di deflazione

Il problema che si pone è di carattere macroeconomico. Se l’inflazione si mantenesse così bassa, il rapporto tra debito e pil ne soffrirebbe, perché essa si trova al denominatore e si somma al pil reale. Se diminuisce di un punto percentuale, nel caso italiano, a parità di crescita del pil, ci vorrà una riduzione dell’1,3% del deficit per non fare innalzare il peso percentuale del nostro debito.

In assenza di tale riduzione, il rapporto schizzerebbe.

Per altro verso, un calo dell’inflazione dovrebbe portare la nostra economia ad esportare di più verso l’estero, se i nostri prezzi crescono meno di quelli dei nostri competitor. Un aumento dell’export darebbe linfa al pil, anche se gli effetti non tendono ad essere immediati.

Diversa, invece, la situazione della deflazione, che rappresenta un rischio concreto per l’economia reale e per il debito. Un calo dei prezzi generalizzato spingerebbe i consumatori a rinviare i consumi nel tempo e le imprese ad abbassare la produzione, facendo piombare l’economia nella recessione o nella stagnazione perdurante, come ci insegna il Giappone, alle prese con il problema dal lontano 1997. In più, il peso del debito esploderebbe sia in termini nominali che reali, perché prezzi in calo significano anche rivalutazione della moneta e di tutti i titoli denominati in valuta.

Dando per scontato che l’Italia non scivolerà nella deflazione, lo scenario dipinto da Draghi di un periodo prolungato di bassa inflazione ci pone davanti alla necessità di raggiungere al più presto gli obiettivi di bilancio chiesti dalla UE, ossia il pareggio di bilancio dei conti pubblici, e di fare le riforme ormai improcrastinabili per stimolare la crescita, se non vogliamo assistere a un innalzamento continuo del rapporto debito/pil.

 

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Un aumento ulteriore del nostro debito pubblico, unitamente alla minore disponibilità delle banche a comprare titoli e al possibile rialzo dei tassi sui mercati internazionali, nonostante il taglio della BCE, potrebbe portare nei prossimi mesi o tra qualche anno al massimo l’Italia a non potersi più rifinanziare sul mercato. A quel punto, dovrebbe essere Francoforte a farsi carico degli acquisti dei BTp, ma non sarebbe un pasto gratis.

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