L’Italia è a rischio lockdown? Ecco tre numeri per capirlo

Il premier Giuseppe Conte esclude una quarantena come a marzo e la UE definisce l'Italia "a basso rischio" sanitario in questa fase. Cerchiamo di capire se siamo davvero al riparo da un ritorno alle restrizioni dure.

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Il premier Giuseppe Conte ha escluso un secondo “lockdown” totale come quello imposto a marzo, optando eventualmente per “chiusure mirate”. Ci sentiamo di concordare sul fatto che l’Italia non sembri essere avviata a rivivere quanto accaduto nella primavera scorsa, sebbene tutto attorno ad essa si muova un po’ verso quella direzione. I nuovi contagi giornalieri appaiono ormai fuori controllo in Spagna e Francia, con l’Eliseo ad avere imposto il lockdown a Marsiglia e medita di estenderlo a Parigi; a Madrid è stato chiesto l’aiuto dei militari per irrigidire le restrizioni e nel Regno Unito quasi metà della popolazione vive in aree soggette a quarantena parziale o totale e il governo di Boris Johnson ha imposto 8 nuove misure valide per tutti, che nei fatti limitano gli spostamenti e le attività.

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L’Italia continua ad apparire una penisola felice, relativamente a questi scenari. I nuovi contagi giornalieri sono più che sestuplicati rispetto ai livelli minimi toccati in agosto, ma restano contenuti e mediamente lontani da quota 2.000. Nel mese di settembre e fino al mercoledì scorso, i morti per Covid-19 sono stati 275, a fronte di +33.323 positivi, per cui il tasso di mortalità si è attestato allo 0,83%. Questo è un primo dato a cui guardare con estrema attenzione, sia nel suo valore assoluto che percentuale.

I numeri che contano

Fino a quando i morti saranno contenuti nell’ordine di qualche decina al giorno, l’ipotesi di un secondo lockdown resterebbe remota. In fondo, al governo interessa che la pandemia non provochi danni irreparabili alle vite umane e finora esse risultano grosso modo al riparo da grossi rischi.

Ma non ci sono solo i morti a minacciare il sistema sanitario. Anche i ricoveri per sintomi non gravi incidono sulla capacità degli ospedali di reggere all’ondata d’urto. Ebbene, a settembre sono aumentati di 1.370 unità, salendo a 2.658. In pratica, c’è stato un raddoppio, ma siamo lontanissimi dai picchi toccati nella fase più acuta dell’emergenza, anche perché in terapia intensiva si trovavano l’altro ieri 150 persone in più rispetto alla fine di agosto, cioè 244 in tutto. Siamo a un ventesimo dei livelli di inizio aprile.

E gli epidemiologi seguono con attenzione anche l’indice R0, il quale esprime il tasso di diffusione del virus. Se è superiore ad 1, significa che un positivo tende a contagiarne più di un altro e l’epidemia dilaga. Viceversa, se è inferiore ad 1, il contagio si arresta da sé. Come si misura? Si prende in considerazione un lasso di tempo e si constata quanti nuovi contagi si sono registrati durante di esso. Successivamente, lo si confronta con un periodo di uguale durata di tot giorni precedenti, quelli mediamente considerati necessari a un contagiato per ammalarsi. Abbiamo considerato il periodo 20-23 settembre e quello del 10-13 settembre: a fronte di 5.968 contagi nel primo se ne erano avuti 6.170 nel secondo, per cui l’R0 si attesterebbe a 0,97, prossimi all’unità.

In definitiva, i numeri non consentono ancora a nessuno di paventare un nuovo lockdown totale, né la situazione appare in drastico peggioramento. Ma le scuole stanno riaprendo in questi giorni e gli effetti della mobilità di circa 12 milioni di persone che gravitano attorno ad esse si vedranno verosimilmente a partire tra un paio di settimane. Chissà che il boom francese e spagnolo non sia legato proprio alla riapertura anticipata delle scuole rispetto all’Italia. Nessun allarmismo, quindi, ma neppure sottovalutazione del trend. La prima metà di ottobre si svelerà qualcosa di più.

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