L’Italia del lavoro resta al palo, precarietà intatta e giovani esclusi

Lavoro in Italia al passo di lumaca, nonostante la più alta crescita da diversi anni. E quasi tutti i nuovi posti sono a termine.

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Lavoro in Italia al passo di lumaca, nonostante la più alta crescita da diversi anni. E quasi tutti i nuovi posti sono a termine.

L’Istat ha da poco pubblicato i dati sul mercato del lavoro in Italia nel mese di ottobre, secondo i quali il tasso di disoccupazione sarebbe rimasto invariato all’11,1%, mentre gli occupati risultano diminuiti di 5.000 unità rispetto a settembre, seppure in aumento di 246.000 su base annua. Già qui cogliamo due aspetti negativi: disoccupazione stagnante e occupazione calante, nonostante negli ultimi mesi si stia registrando un’inattesa accelerazione della crescita economica italiana, tanto che l’OCSE ha alzato le sue previsioni al +1,6% per quest’anno, migliorandole di ben lo 0,6% da giugno. Andando avanti sciorinando i numeri, troviamo che i 246.000 posti di lavoro creati nell’ultimo anno sono stati frutto di +387.000 tra i dipendenti e di -140.000 tra gli autonomi, ma dei primi solo 39.000 sono stati contratti a tempo indeterminato, mentre 347.000 risultano accesi a termine. Dunque, come già dimostrato dai numeri dei mesi precedenti, il 90% dei nuovi contratti di assunzione di lavoratori subordinati è a tempo determinato, per cui possiamo ben affermare che la precarietà del lavoro in Italia non starebbe affatto scemando, segno che la ripresa di cui tessiamo le lodi sarebbe percepita fragile dalle imprese. (Leggi anche: Lavoro in Italia? Poco, precario e per anziani)

Altro dato non meno interessante riguarda le fasce di età in cui sono stati creati questi posti di lavoro: +340.000 tra gli over 50, -123.000 tra i 35 e i 49 anni, +11.000 tra 25 e 34 anni e +18.000 tra 15 e 24 anni. Dunque, la quasi totalità dei posti di lavoro risulta creata tra gli italiani di età superiore ai 50 anni. I giovani restano al palo, anche se i tassi di occupazione aumentano in tutte le fasce di età, compresa quella tra 35 e 49 anni, il cui calo assoluto degli occupati riflette dinamiche demografiche.

Migliora anche il tasso di disoccupazione tra i giovani di età compresa tra 15 e 24 anni, scendendo dello 0,7% mensile al 34,7% (-2,5% annuo), ma esso consegue all’aumento degli inattivi (+13.000 unità) e non degli occupati.

Sempre su base annua, scopriamo che i disoccupati sono diminuiti di appena 140.000 unità, scendendo a quota 2,879 milioni, mentre gli occupati sono arrivati a 23,08 milioni (+246.000). In pratica, per ogni disoccupato in meno che ha trovato lavoro vi è stato quasi un altro occupato, che si è aggiunto al mercato del lavoro per le nuove opportunità createsi negli ultimi mesi, senza che prima risultasse disoccupato. In sé, questo sarebbe un segno positivo, di vivacità dell’occupazione, ma i numeri parlano chiaro: pur in presenza del maggiore tasso di crescita del pil dal 2010, l’Italia non riesce a creare sufficienti posti di lavoro per abbattere la disoccupazione, che in un anno è scesa di appena lo 0,6%, quando in Spagna ha segnato un più robusto calo del 2,5%, in Portogallo del 2% e nell’intera Eurozona dello 0,9%. Il colpo di ali non c’è stato e forse non arriverà nemmeno nei prossimi mesi. Al mercato del lavoro serve molto di più che una crescita trainata dalla buona congiuntura internazionale. (Leggi anche: L’imbarazzante ripresa del lavoro in Italia)

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