L’Islanda paga tutti i debiti: il falso mito della rivoluzione democratica

Quando stampa e cattiva informazione creano esempi sbagliati da imitare: il caso della rivoluzione silenziosa islandese

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Quando stampa e cattiva informazione creano esempi sbagliati da imitare: il caso della rivoluzione silenziosa islandese

Da qualche tempo va di moda riferirsi all’esempio della cosiddetta rivoluzione islandese per rivendicare la possibilità di mantenere una presunta dignità nazionale, che gli altri stati sovrani non sarebbero in grado di difendere dinnanzi agli interessi della finanza mondiale e, in particolare, alle politiche del Fondo Monetario Internazionale.  

Crisi Islanda risolta? Vediamo perchè si sta parlando di un mito

Qua e là si sente dire che l’Islanda avrebbe mandato finanzieri e istituzioni internazionali a quel paese, semplicemente ripudiando il debito e non accettando le misure lacrime e sangue applicate in altri stati, come in Grecia. Nulla è stato mai forse così falso, come questa sciocchezza. Iniziamo a ricostruire i fatti. Siamo alla fine degli anni Novanta, esattamente nel 1998, e il governo di Reykjavik decide di privatizzare le banche allora di proprietà statale. Ne nascono tre istituti, Landsbanki, Glitnir e Kaupthing, che iniziarono a erogare crediti in misura crescente, portando il livello delle loro attività dal 100% del pil del 2000 al 450% del pil islandese nel 2007. Senonché, la finanza dell’isola di ghiaccio viene travolta a seguito del crollo di Lehman Brothers e con essa l’intera economia islandese. In poco tempo, la corona si svaluta fino a un picco dell’85%, mediamente del 35%, portando i redditi nominali del Paese dai livelli tra i più alti al mondo a quelli più in basso della classifica. E che la corona islandese sia una valuta molto variabile sui mercati lo si intuisce dal fatto che negli anni precedenti la crisi, i tassi furono mantenuti alti dal governo (5-6%), per cercare di attirare investimenti in un’economia che deve importare un pò tutto, a causa delle sue condizioni geo-climatiche, rendendo così la valuta vulnerabile ai prezzi delle materie prime e degli altri beni importati.  

Islanda non paga il debito e caccia l’Fmi: solo una fantasia o al massimo un sogno 

Fatto sta che con il crac delle banche, l’economia dell’isola tracolla. Numerose famiglie non sono più in grado di ripagare i mutui, dato che molti finanziamenti erano stati denominati in euro (ora rivalutatosi contro la corona) e le rate impennano. A ciò si aggiunge l’inflazione, che galoppa improvvisamente a oltre il 20% nel 2009, per attestarsi attualmente intorno al 6,5%. Tra il 2009 e il 2010, il pil crolla dell’11%, per riprendersi del 3% l’anno successivo, più che altro per il recupero delle esportazioni, grazie all’iper-deprezzamento della corona. Nel frattempo, il numero delle famiglie con difficoltà finanziarie raddoppia, portandosi dal 28,5% del 2007 al 51,6% del 2011. E il debito pubblico, che nel 2007 era di appena il 30% del pil, esplode al 100% in soli quattro anni. Il Paese si ritrova esposto per 10 miliardi di debito pubblico e per altri 40 miliardi delle banche, alle prese con il crac. In particolare, nell’autunno del 2008, le banche islandesi non furono più in grado di rifinanziarsi sul mercato, malgrado avessero debiti in scadenza per il 13% del pil isolano. Per evitare il tracollo dell’economia nazionale, il premier Geir Haarde fu costretto a chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale, che erogò a Reykiavik 1,5 miliardi di euro, a cui si aggiunsero altri 1,7 miliardi di euro da parte degli stati del Nord Europa. In attuazione del programma di assistenza dell’istituto di Washington, il governo Haarde s’impegno anche a ripagare i debiti delle banche, tra cui 4 miliardi di sterline verso i correntisti della filiale britannica di Icesave (controllata Landsbanki) e altri 1,7 miliardi verso i risparmiatori olandesi della stessa filiale.  

Rivoluzione silenziosa Islanda: poche verità e tante mistificazioni

Ma dinnanzi al Parlamento, prima centinaia e in seguito migliaia di persone ogni giorno protestano, chiedendo le dimissioni del governo, la redazione di una nuova Costituzione e il divieto di accollarsi perdite private sul bilancio pubblico. Nonostante la volontà del premier di attuare le misure concordate con Olanda e Gran Bretagna, il Presidente rifiuta di firmare e nel marzo del 2010 il 93% degli islandesi vota contro l’accollamento pubblico dei debiti bancari. Esito, confermato con un secondo referendum dell’aprile 2011, sebbene con percentuale minore di contrari. Tra il primo e il secondo referendum, il governo si ostina a portare avanti la sua politica, stabilendo che i debiti delle banche verso i creditori esteri saranno ripagati tra il 2019 e il 2046 al tasso annuo del 5,5%. Progetto ancora una volta bloccato dal presidente, in attesa, appunto, del secondo referendum. Ma la questione si trascina fino al settembre 2012 nei tribunali, perché Olanda e Gran Bretagna intendono tutelare i propri investitori da quella che ritengono una ingiusta discriminazione, portando il governo di Reykjavik dinnanzi al tribunale dell’EFTA (Regno Unito e Olanda porteranno l’Islanda in tribunale?). Nel 2008, infatti, in seguito alla crisi delle banche, il governo decise di tutelare i conti correnti, pattuendo con i cittadini di rimborsare quanto da loro depositato, in caso di bancarotta, ma al contempo chiedendo loro di non ritirare i risparmi, affinché la tutela funzionasse. E così avvenne. I risparmiatori si fidarono del governo e non ci fu la temuta corsa agli sportelli. Tuttavia, il governo bloccò i conti esteri di Icesave, che furono così discriminati, non avendo la possibilità di ritirare i depositi. Le proteste di piazza portarono, tuttavia, a un cambio di governo, con la caduta di Haarde e l’arrivo al potere di una maggioranza di centro-sinistra, guidata dalla premier Johanna Sigurdardottir. Questa, pur avendo adempiuto alle indicazioni dei due referendum, ha annunciato da poche settimane di volere rimborsare i debiti esteri delle banche private, attraverso l’utilizzo degli asset in vendita di Landsbanki, mentre gli esperti del Fondo Monetario hanno lasciato il Paese oltre un anno fa non perché cacciati dall’isola, come qualche fantasioso blogger ha scritto su internet, ma perché l’Islanda ha completato il programma degli aiuti nel mese di agosto del 2011, ripagando tutti i debiti con nove mesi di anticipo dalla scadenza prevista.  

L’Islanda attende di entrare nell’Unione Europea

E non solo il Paese è impegnato nella restituzione alle date e alle condizioni pattuite di tutto il 100% del debito pubblico islandese, ma al contempo sta cercando di ripagare persino il debito privato estero delle sue banche. E contrariamente alla vulgata comune, per cui Reykjavik sarebbe gelosa della sua sovranità nazionale, il governo ha fatto domanda nel 2009 di fare ingresso nella UE. Quindi, due fatti vengono smentiti: che l’Islanda abbia ripudiato anche solo in parte il suo debito; che sia un modello da imitare. Se sul primo punto si è già dimostrato la totale falsità delle favole raccontate, sul secondo va detto che l’Islanda non naviga in buone acque. Alta inflazione, cambio oscillante, debito al 100% del pil, disoccupazione al 7% (ma con punte del 10% nel 2009 e con fuga di cervelli verso la Norvegia), governi che decidono in barba ai referendum, per quanto sia l’unico caso al mondo di Costituzione riformata con proposte su internet da parte dei cittadini (L’Islanda rivede la luce: Pil a +3,5% nel terzo trimestre). La ripresa del Paese nel biennio 2011-2012 è solo parziale e conseguenza della forte svalutazione sui mercati della corona, che ha rilanciato le esportazioni, nonché dalla veloce riconversione dell’economia verso il settore ittico, traino tradizionale del reddito nazionale. Ma è evidente che ciò sia stato possibile in un’isola di appena 330 mila abitanti, con popolazione di poco più della metà di un medio capoluogo di provincia italiano. Additare l’Islanda come esempio di riscossa e dignità nazionale è semplicemente ridicolo e il caso semmai dimostra come la falsa informazione su internet possa creare miti opposti alla realtà dei fatti.

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